Siamo tutti padri dell’apartheid (chi più e chi meno, però)

Torno sull’incidente giornalistico della sera della morte di Nelson Mandela, passati un po’ di giorni, che magari c’è qualche serenità in più. Era successo che nella concitazione della notizia appena arrivata, alcuni siti di news (il Giornale, il Messaggero, il Mattino) avevano titolato che era morto “il padre dell’apartheid”. Al di là dell’effetto immediatamente ridicolo dello strafalcione, l’errore era interessante perché sintomatico – ma i sintomi ci sono spessissimo, ormai – della fretta inaccurata con cui si muovono i media in un tempo in cui la competizione per arrivare primi o quasi primi è agguerritissima e molto rilevante.

Il Giornale si era poi scusato dell’errore, e un suo giornalista – Giuseppe De Bellis – aveva scritto una considerazione che faceva ammenda ma voleva anche far notare la violenza con cui sui social network era stato attaccato l’errore stesso. Violenza disuguale secondo lui (perché solo contro il Giornale), e degna di miglior causa – e forse di nessuna causa – secondo me. Sono infatti d’accordissimo che gli errori capitano, e che è ammirevole chi li corregga per tempo (ancor più di chi “chiede scusa”: l’autodafé altrui è un’altra richiesta sciocca e violenta tipica delle competitività e frustrazioni contemporanee). Ma penso sia ammirevole anche trarne insegnamenti, altrimenti serve a poco. E io ci vedo questi, di insegnamenti, in questo piccolo incidente (era morto Mandela, e la sua storia faceva meno traffico online dell’errore del Giornale su Mandela).

1. È vero che tutti sbagliamo. Però c’è chi sbaglia di più e chi sbaglia di meno, e c’è chi si applica per sbagliare di meno, e chi si applica poco. Se la tua scrittura è figlia di una cultura giornalistica pigra e ripetitiva fatta di luoghi comuni, metafore rituali e formule vuote, quando muore qualcuno tenderai a chiamarlo “padre del…” e a riempire la casella con il primo termine che ti viene in mente. Se invece ci si abitua a riflettere sul senso, il valore e il significato di ogni singola parola che si usa – siamo scrittori – , o a fare i titoli raccontando la notizia e non facendo letteratura, questo accade meno.

2. È vero che tutti sbagliamo. Però c’è chi sbaglia di più e chi sbaglia di meno, e c’è chi si applica per sbagliare di meno, e chi si applica poco. Se i giornali vengono fatti in gran parte con i copiaincolla dalle agenzie, dai comunicati stampa, da Wikipedia, dagli altri siti, è più facile che gli errori si diffondano. Idem se ci si abitua a non rivedere quello che si pubblica, delegando la responsabilità a fonti precedenti. Io non so da chi sia nato “padre dell’apartheid”, ma è evidente che non può essere nato autonomamente su tre testate diverse.

3. Quello che una volta era un capriccio da direttori di cui i lettori si accorgevano molto poco – il terrore del “buco”, dell’arrivare dopo gli altri – oggi è diventata un’esigenza con conseguenze concretissime. I primi che pubblicano online una breaking news sono i primi la cui pagina sarà condivisa e diffusa centinaia di migliaia di volte: ci sono in ballo grandi numeri di impressions sui banner ospitati da quelle pagine, e grandi numeri di traffico da mostrare agli inserzionisti e con cui fare  il giorno dopo dei boxini che celebrino “il record di accessi del nostro sito”. Sono – nella ridotta e affannata economia dell’informazione online – soldi. Aspettare ancora cinque minuti per sapere che una notizia è vera o no, o per rivedere meglio un pezzo o un titolo precipitosi, è una perdita sensibile, in questa economia. La scelta – alle estreme conseguenze – potrebbe essere tra il fare le cose bene e chiudere, e farle con qualche sbaglio e riuscire a stare in piedi. E non credete a quelli che dicono che la qualità paga e vince: non è vero, e lo scenario mostra che vincono e pagano – in prevalenza – numeri, contenuti e prodotti a misura delle esigenze dei lettori, che sono prevalentemente mediocri e precipitose. Il Giornale avrà perso qualcosa in affidabilità, ma se domani sarà il primo a dire che è morto Fidel Castro – “Morto Fidel Castro, il padre della castrazione chimica” – raccoglierà attenzioni e lettori e clic più di tutti, molti di più di chi un’ora dopo spiegherà che non era vero.
Di errori come quello di giovedì, siamo autori tutti noi lettori che incentiviamo esattamente queste priorità. Per paradosso, e per capirsi, se il Giornale avesse voluto aiutare se stesso e il suo business, avrebbe dovuto farlo apposta, quell’errore.

4. Un’ultima cosa per De Bellis, di cui condivido molto la frustrazione per lo spettacolo di ringhioso linciaggio a cui è stato sottoposto un errore in un titolo di un giornale che molti dei linciatori manco leggono, e nei minuti in cui i pensieri di mezzo mondo erano per una delle persone più nobili della storia. Non credo che De Bellis sia così ingenuo da non sapere davvero come mai il metro applicato al Giornale sia diverso da quelli applicati al Mattino e al Messaggero. Certo, sarà anche per faziosità politica, che tutto pervade. Ma 1) di questa pervasione il Giornale è uno dei più agguerriti responsabili, e chi è causa del suo mal eccetera. E 2) sul Giornale si usano sistematicamente toni, titoli, eccessi, inaffidabilità, che ne fanno un bersaglio preferito da chi – con mancanza di equilibrio e modi equivalenti, indubbiamente – cerca rivalse. E chi semina vento, eccetera.
È una giustificazione? NO.
È una spiegazione, e un suggerimento. Hai visto mai.

Altre cose:

8 commenti su “Siamo tutti padri dell’apartheid (chi più e chi meno, però)

  1. marquinho2

    Aggiungo a questa disamina, una piccola nota a margine: la morte di Mandela non è stato un evento inatteso o improvviso. Da molti mesi gravemente malato, da giorni dato in condizioni critiche, tutti sapevano che era questione di poco. Quindi non doveva esserci precipitazione nel comporre un titolo che come il coccodrillo poteva essere preparato prima.

  2. Robdale

    Aggiungerei una cosa anch’ io al ragionamento di Sofri. L’infantilismo delle reazioni tipiche di una parte del centrodestra. Il Giornale sta sempre a dare mazzate, ma non appena gliene restituiscono un paio inizia a piangere. Un po’ come quei bulli che prendono in giro i più piccoli, ma non appena trovano qualcuno che riesci a rispondergli mostrano tutte le loro fragilità. Non c’è dubbio, chi semina vento raccoglie tempesta. Deve essere per questo che una vecchia volpe come B ha preferito il trapianto al parrucchino.

  3. Massimiliano Marsico

    Io mi ricordo ancora il keynote in cui Jobs presentò l’iPhone e Apple TV: la repubblica titolò per parecchi minuti: “Apple presenta un TV, si chiama iPhone.” Genio assoluto.

  4. granmadue

    Robdale scrive:
    “Il Giornale sta sempre a dare mazzate, ma non appena gliene restituiscono un paio inizia a piangere. Un po’ come quei bulli che prendono in giro i più piccoli, ma non appena trovano qualcuno che riesci a rispondergli mostrano tutte le loro fragilità.”

    Esatto.
    Viene in mente anche un altro esempio: l'”esercito” grillino, che passa metà del tempo ad insultare il prossimo, e l’altra metà a piagnucolare perché qualcuno si è permesso di muovere loro qualche critica.

  5. paolo nencioni

    Del tuo ragionamento condivido soprattutto la parte sul “terrore del buco”, e delle sue conseguenze concrete in termini di accessi. Ma voglio anche credere che sia possibile fare presto e bene. In fondo per correggere un piccolo o grande errore, nella routine quotidiana del lavoro, bastano pochi minuti, in certi casi pochi secondi, se uno ne ha voglia.

  6. Pingback: Guerra ai propri vocabolari | BRAINSTORING - Ufficio Studi | Blog

  7. lorenzo68

    E’ come se domani mattina il Giornale se ne uscisse con un titolo del genere:

    E’ morto Hitler padre degli ebrei.

    E poi piagnucolando uscisse un articolo del De Bellis che mostra scuse ma anche stupore al cospetto di un evidente linciaggio mediatico.

    Poi arriva Sofri che ti scrive che più o meno siamo tutti padri dell’Olocausto. Hai visto mai.

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