Il sole, i campi, il cielo

Oggi, vent’anni fa, uscì Throwing copper, il disco davvero venuto bene – vendette otto milioni di copie negli Stati Uniti – di una rock band di talento con alti e bassi, i Live. Ero più giovane anch’io, ora le cose rumorose mi respingono, capita. Incollo per nostalgia la lista dei Live che misi insieme in Playlist.

Live
 (1988,York, Pennsylvania)
Dedicarono il loro primo disco all’opera di Krishnamurti, grande pensatore e filosofo indiano (al cui pensiero è riferita anche “In the garden” di Van Morrison). Venivano dalla Pennsylvania e facevano un rock piuttosto-tosto, aggraziato dalla voce nasale del cantante Ed Kowalczyk. Nel 1994 venne il loro momento grazie a un disco notevole, Throwing copper: rock “anthemico”, come gli inglesi chiamano le canzoni dal ritornello semplice e scandito, più che sviluppato in versi classici. Poi ebbero alti e bassi, dissoluzione e riformazioni, e a un certo punto Kowalczyk se n’è andato.

All over you
 (Throwing copper, 1994) 
Grande invenzione: pochissimi versi, che vanno al sodo di un amore perseguitato perché “strano” (forse perché se lo è inventato lui da solo), e poi uno dei più efficaci refrain gridati della storia del rock. Loro sanno fare questo: momento da ballata melodica e poi baccano infernale. E soprattutto il passaggio dall’uno all’altro.
“All over you, all over me
, the sun, the fields, the sky, 
I’ve often tried to hold the sea, 
the sun, the fields, the tide”

I alone 
(Throwing copper, 1994) 
“Sono io, l’unico che ti ama”: nel riferimento evangelico più immediato, l’unico è Gesù Cristo, ma il testo è aperto a molte interpretazioni, compresa quella che prevede un’ironia critica nella frase. Il refrain qui non è così imbattibile: la parte migliore è la sua introduzione, “to leave you there by yourself”.

Untitled 
(Throwing copper, 1994) 
In coda a un disco spesso scanagliato, la canzone da rilassarsi beati: quasi un pezzo degli Eagles. C’è questa tipa che va a cavallo nella sua testa, e non bada ai bambini, che quindi corrono selvaggi sulla spiaggia. Non vorrà dire una cippa, ma non è male.

Run to the water 
(The distance to here, 1999)
 Se l’hard rock fosse fatto come lo fanno i Live piacerebbe anche a noi persone normali. È che fanno casino, ma sanno sempre come è fatta una melodia liberatoria, una canzone da cantare. Sentite questa: “run to the water, and fi-ind me there!”. Forse mi faccio un tatuaggio.

Overcome
 (V, 2001)
Lentone lentissimo di pianoforte nella cui fredda disperazione si riconobbe molta America dopo l’11 settembre. Il disco uscì qualche giorno più tardi, ma la canzone risaliva a molto tempo prima. Divenne la tristissima colonna sonora di mille e mille documenti televisivi su quella mattinata.

Heaven
 (Birds of pray, 2003) 
“Non c’è bisogno che mi raccontino del paradiso: guardo mia figlia, e ci credo. Non mi servono prove, su Dio e sulla fede: vedo il tramonto, e mi basta”. C’è sempre un’inclinazione mistico-religiosa nel frastuono rock dei Live, e il contrasto non è niente male, abituati come siamo all’alternativa tra Fra’ Cionfoli e il rock satanico.

The river 
(Songs from black mountain, 2006) Quando riapparirono nel 2006, i Live lo fecero con un “la-la-la-là” che tradiva subito la loro intenzione di buttarsi sul “radio friendly”. Non che siano un’altra band, ma il tasso di eccitazione è sensibilmente ridotto. Questo non provocò traumi in Olanda, dove erano sempre andati fortissimo: e il disco arrivò al primo posto nella hit-parade locale.

Home 
(Songs from black mountain, 2006) “Politics aside”, dice a un certo punto, a mettere le mani avanti che vuole solo raccontare del fatto che i soldati dovrebbero tornare a casa dove i loro cari li aspettano. I soldati sono in Iraq, e non si vuole discutere il merito di quella guerra. Insomma canzone pacifista alla “C’era un ragazzo che come me”: politics aside.

 

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