Siamo fattori o fattorini

In un dibattito pubblico al premio di Spotorno, pochi giorni fa, Carlo Verdelli – già direttore di Sette, Vanity Fair e Gazzetta della Sport – ha raccontato dei pareri dei lettori che ascoltava e raccoglieva quando era vicedirettore del Corriere della Sera: per esempio quello per cui c’era molta curiosità e interesse per gli incidenti aerei, anche quando avvenivano su rotte molto lontane e con conseguenze meno gravi. La ragione è che i pericoli dei voli aerei sono molto percepiti da tutti e stanno dentro la sensibilità e l’immaginario comune, e notizie di questo genere attirano l’attenzione e condizionano i pensieri dei lettori anche nel rapporto con un’esperienza frequente e concreta, l’imbarcarsi su un aereo. Ai lettori, insomma, interessano: e al Corriere raccolsero quel feedback e decisero di dare maggiore priorità a quelle notizie.

Mentre assentivo dal mio posto e condividevo la scelta raccontata da Verdelli, mi sono reso conto di una contraddizione. In dibattiti di questo genere, da molti anni racconto di come mi trovai a dissentire da un altro bravo giornalista che una volta però disse che “internet è un mezzo straordinario per chi fa i giornali, perché ci consente di vedere cosa vogliono i lettori e di darglielo”. No, risposi io, tu non devi “darglielo”: se no che ci stai a fare, e che senso ha il tuo lavoro? Sapere cosa vogliono i lettori è preziosissimo, ma quell’informazione la elabori e filtri attraverso una serie di criteri professionali e personali che danno un senso a fare il giornalista – se lo vuoi fare – e di volta in volta la usi per fare le scelte su quale priorità dare a quali notizie e a come trattarle. Altrimenti sei i microfoni aperti di Radio Radicale, o un fattorino che prende gli ordini delle cose da andare a cercare in magazzino per fare le consegne.
Ma questo è un discorso vecchio, benché attualissimo: una parte estesa dell’informazione contemporanea è fatta oggi di microfoni aperti e fattorini, e ognuno di noi ha una sua misura nell’aderire o no a questo modo di interpretare il proprio ruolo.

La contraddizione introdotta dall’aneddoto di Verdelli invece – almeno per i miei pensieri – era nuova: perché se i lettori dicono di volere notizie sugli incidenti aerei io rispondo adeguandomi a questa richiesta, e se oggi nei dati di traffico mi rivelano di volere vedere le foto rubate delle attrici nude io li ignoro e non le pubblico? Che differenza c’è?

Ce ne sono due, direi, cercando di rispondermi. Una è che Verdelli citava l’esempio di una notizia che comunque il giornale considerava tale, e probabilmente sarebbe stata pubblicata, ma piccola e a pagina 28. Il suo lavoro di giornalista, la scelta responsabile di cosa sia rilevante e interessante per i lettori l’aveva già fatta a monte: l’opzione era solo su quanto spazio darle, come ordinare le gerarchie. Non credo avrebbe messo in prima pagina le foto rubate delle attrici nude se quel campione di lettori ascoltato avesse chiesto quelle. Mentre video di gattini o ospiti televisivi litigiosi sono scelti esclusivamente per i numeri che danno, non per nessuna ragione di arricchimento o qualità dell’informazione.
La seconda differenza – più illuminante – è che infatti i lettori non le chiedono, le foto rubate delle attrici nude. Ci cliccano sopra se gliele mostri, molti le cercano, ma se tu domandi loro (dico loro, ma siamo noi, siamo tutti esemplari di lettori) cosa vogliono vedere sui giornali online o di carta, non rispondono “voglio più foto rubate di attrici nude”. Non dicono “il problema del sito del Corriere è che ci sono poche foto rubate di attrici nude”: persino se poi quando vanno sul sito del Corriere la maggior parte clicca su ciò che più assomiglia a foto rubate di attrici nude.
Non lo diciamo perché “ci vergogniamo”, in senso tecnico: nel senso che la nostra lucidità prevale sulla tentazione del clic e ci fa valutare che in effetti siano altre le cose che ci aspettiamo da una buona informazione di qualità. E ci fa capire che se poi non clicchiamo sui buoni pezzi di approfondimento o sulle notizie dal mondo, e invece ci buttiamo sui gattini e sui video di gonne sollevate, quelli “sbagliati” siamo noi: e con sbagliati, intendo semplicemente che siamo noi a non corrispondere a un’idea di lettori interessati alla qualità dell’informazione come di solito ci raccontiamo di essere.

Noi, insomma, chiediamo ai giornali di essere una cosa che però ci interessa poco. Ce ne interessano più altre, che un tempo richiedevano di raccogliere Cronaca Vera o Novella 2000 (quando non Caballero mese) dallo scaffale dell’edicola, pagarlo, sfogliarlo pubblicamente e dedicarci del tempo; e oggi invece basta un clic, gratis, veloce, riservato. E i giornali e i loro palinsesti fanno i conti – in senso letterale – con questa novità.
Questa distanza, tra ciò che facciamo e ciò che diciamo di volere, non è un limite che internet adesso ha meravigliosamente superato: è una qualità, che internet adesso ha straordinariamente limitato. È il controllo e la misura nella gestione dei propri istinti: e sto parlando di controllo e misura, non di inibizione, bacchettonismo e mutilazione delle proprie tentazioni, divertimenti, curiosità, ci mancherebbe. Cliccare sui video dei gattini va bene, liberi tutti. Ma adottare questo come metro di “ciò che vogliono i lettori” – per non dire di “cosa è giusto pubblicare per come si intende il giornalismo” – è una sciocchezza: la volontà dei lettori è un’instabile combinazione di intenzioni e azioni, in cui i giornalisti possono decidere se diventare un altro fattore, o un fattorino.

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8 commenti su “Siamo fattori o fattorini

  1. Raffaele Birlini

    Ricapitolando. I giornali seri non devono pubblicare robaccia. Però lo fanno perché le gente compra robaccia. Lo stesso immagino valga per tv, cinema, libri. La prevalenza nel mercato della robaccia sulla qualità di nicchia si verifica in tutti i settori. Anche la prevalenza della mediocrità nelle popolazioni umani è naturale. Anzi, normale, si definisce così anche la distribuzione gaussiana: normale. E’ normale tutto questo, in tutti i sensi. E i lettori chiedono ai giornali seri notizie serie. Però non le leggono. Come chiedono politici seri ma non li votano, donne facili ma non le sposano. La gente esprime le opinioni più adatte a risultare simpatici, adotta comportamenti idonei a sembrare persone per bene, per far bella figura, essere accettati. E’ conformismo, è naturale, è normale, è nel dna, lo fanno tutti gli animali sociali. La gente mente, recita, con gli altri e con se stessa. E’ normale per delle scimmie evolute, non c’è niente di strano. La civiltà nasce proprio quando il potere costituito costringe l’individuo a sacrificare i propri istinti in favore della società. Si tratta di altruismo, se attivo e volontario, ma anche di prevaricazione, se subito e ritenuto ingiusto. Quel che vale per l’individuo vale anche per la società, si può essere repressi o invadenti, si può avere dittatura o anarchia. Se vuoi vendere gli devi dare la robaccia che vogliono anche se formalmente ti chiedono oro colato. Altro che fattore o fattorino, sei un venditore, sei uno spacciatore, non lo fai per missione divina, per amore dell’arte, per filantropia, vuoi dei soldi, l’informazione è un business mediatico, non è beneficienza.

    Poi si aggiunge che l’ipocrisia e il conformismo non sono poi cose brutte, anzi, sono “qualità che internet ha limitato”. Eggià, perché prima di internet l’industria del porno non esisteva, eran tutti timorosi di farsi cogliere in flagrante acquisto di un pornazzo in edicola. Internet non limita la “qualità” (ma come parli? che senso ha dire “limitare la qualità della distanza fra il dire e il fare”? che pseudolinguaggio è?), internet al massimo aumenta la possibilità di guardare i pornazzi di nascosto. La tesi sostenuta è che internet non ci aiuta a esercitare il controllo e a “gestire gli istinti”, ovvero una specie di pratica zen per esseri antropologicamente superiori di sinsitra, dato che richiede un difficile equilibrio al fine di non cadere nel bigottismo e nella “mutilazione delle tentazioni” (eeeh?!?), che si sa, son cose di destra.

    Ecco, siccome io son duro di comprendonio, a differenza dei serra e dei gramellini che sono la punta di diamante della nostra cultura progressita, io sono mentalmente limitato, non riesco a cogliere le sottigliezze del pensiero magico di sinistra. Mi servirebbero pertanto degli esempi concreti per capire la differenza fra un guru dell’autocontrollo misurato e un inibito bacchettone. Così, per chiarirmi le idee. Forse dipende dalle sue idee politiche, se è di sinistra – ma di una specifica sinistra, sublimata, cesellata, rareffatta, centesimata, aristocratica – allora è un campione di coitus interruptus che non deve dimostrare niente a nessuno, se invece è di una sinistra impresentabile o addirittura di qualche destra o pseudodestra allora è solo un tizio inaffidabile che di sicuro mente quando dice facciamo senza che lo tiro fuori prima.

    I giornalisti fanno un servizio pubblico. In teoria. Nelle democrazie avanzate. In Italia i gironalisti sono un club in cui si entra per invito e conoscenze. I media in Italia sono gli uffici di pubbliche relazioni dei partiti. Campano di pubblicità e di finanziamenti pubblici. Gli editori che accettano di finanziare gestioni in perdita lo fanno per avere uno strumento con cui ricattare i referenti politici o per offrire agli stessi un canale di sostegno propagandistico. Le notizie vengono valutate anche in base agli impatti con gli sponsor, e con i poteri che gestiscono l’immenso giro di soldi derivante da attività di marketing.

    Per cui di cosa stai parlando? Dell’inviato sul campo? Del corrispondente estero? Del giornalismo di inchiesta? Di quale giornalista stai parlando? Di quello che fa la riunione al mattino e decide col capo che taglio dare al contributo quotidiano per la campagna infamante in corso? Di quello con l’incarico di setacciare le agenzie ansa alla ricerca di chicche in grado di spingere le vendite? Perché perdo il mio tempo a leggere e commentare pezzi come questo? A me internet forse non mi cala le “qualità”, ma di certo mi aumenta il nervoso, era più facile prima, bastava evitare di andare in edicola e guardare solo cartoni alla tv, adesso oltre alla facilità di scaricare pornazzi c’è anche la facilità di leggere cose che preferiresti di no. Per evitare le cose che su internet ti fanno venire i nervi ci vuole un autocotrollo che mi manca, non sono abbastanza antropologicamente superiore, devo studiare di più l’ideologia di sinistra, forse mi farebbe bene leggere libri di veltroni e d’alema, le amache di serra e gli editoriali di scalfari.

  2. Marco Mytwocents

    “… e oggi invece basta un clic, gratis, veloce, riservato”

    Qualcuno vorrebbe addirittura portare il metodo in politica,
    introducendo la democrazia diretta e i portavoce (l’equivalente dei fattorini)…

  3. splarz

    Il momento in cui compare la parola “sbagliati” è meraviglioso, non è altro che bacchettonismo laico: non si possono leggere contenuti seri e contemporaneamente sciocchezze leggere? Perchè dovrebbe essere necessario scegliere tra i due in un sito internet che, per definizione, non ha problemi di spazio? E poi, quanta ipocrisia: le notizie sulle attrici nude non compaiono anche sul Post?
    Questo non fa altro che corroborare l’idea che il boxino morboso sia una scemenza E che Birilini ha perfettamente ragione.

  4. Robdale

    Questo post di Sofri fa il paio con uno precedente sempre nella direzione della… figura del giornalista nell’epoca della riproducibilità digitale. Argomento che, lo so sono noioso, ma trovo fondamentale per lo sviluppo della nostra società.

    Nonostante questa rivoluzione a base di clic che ha reso tutti più “partecipi”, non capisco perché certe regole fondamentali dovrebbero cambiare. Il giornalista non deve seguire gli istinti del pubblico. Come il politico non deve seguire quello del suo elettore, alla ricerca del facile consenso. Ma questo succede sempre più di rado ed è uno dei motivi per cui siamo oramai ai margini dell’Europa.

    Senza voler essere polemico con gli amanti del frivolo, che ci stà perché è nella natura umana, perché ognuno di noi, in misure diverse, ha del frivolo dentro di sé, ma sono dell’idea che il livello dell’informazione generale è così basso che chi ha voglia di cose più interessanti, di capire cosa sta succedendo nel mondo, chi ha voglia di scoprire nuovi interessi, coltivare le proprie energie positive latenti, è diventato difficile. E con internet le cose sono anche peggiorate.

    Internet ha dato la possibilità a molti giornalisti seri di esprimere le proprie opinioni e approfondimenti senza (molti) condizionamenti politici ed economici, ed io spero che ci siano sempre più fattori e meno fattorini. Poi è chiaro che fra questi fattori ognuno la pensa in un modo. Per fortuna. Mica esistono solo Serra e Gramellini, per citare qualcuno sopra. Il punto qui è il metodo. Se poi si vuole buttarla sempre in caciara…

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  6. cinziaopezzi

    mi tocchi un dente che duole tantissimo.
    ogni volta che scelgo gli articoli da leggere,
    leggeri di svago e “seri” devo affrontare una fatica abnorme nel cominciare la lettura di quelli seri, proprio tipo camminare con un sacco di pietre sulla schiena.
    quando riesco a superare la cosa ci sono due possibilità:
    l’articolo mi prende, perchè quelle cose le volevo sapere davvero, non è per figura che li seleziono, e riesco ad arrivare fino in fondo normalmente.
    l’articolo risulta interessante e corrispondente alle mie aspettative, ma devo resistere ad una sorta di tentativo di trascinarmi altrove, quasi fisico.
    escludendo:
    problemi psicologici, non risulta che ne abbia
    apparenze da intellettuale da mantenere, sono francamente impreparata, quando non propriamente ignorante, non ho niente da difendere

    resta misteriosa questa forza maggiore che limita il comunque progresso intellettuale che farei se solo potessi, per autentica e sentitissima necessità.

    vedi tu cosa questo debba dire al fattore

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