Fum Ner CSM – Ft – Video

Come sapete, prospera da tempo un intenso dibattito sull’evoluzione della lingua – sulla sua involuzione, secondo molti – in conseguenza del suo uso in formati che costringono a una maggiore brevità: gli SMS, prima, Twitter poi, e in generale la comunicazione sbrigativa online a cui ci stiamo abituando perché troppe ne vogliamo fare. Ma l’esempio più citato è appunto Twitter, con la sua lunghezza codificata e identitaria dei “140 caratteri”, e le considerazioni su come cambi la comunicazione che deve stare dentro i 140 caratteri, eccetera.

Considerazioni e dibattito sono fondati, naturalmente: il tema esiste. Ma non è peculiare di Twitter, né di internet, né della tecnologia moderna. La ridotta dimensione dello spazio oggi orienta prima di tutto la comunicazione dei titoli dei giornali, ovvero la fonte principale – ancora – dell’informazione mainstream sui temi più importanti. Su questo blog, e sulle “Notizie che non lo erano”, ho scritto spesso delle derive e depravazioni del titolismo italiano, e di come sensazionalismo e trascuratezza abbiano reso i titoli dei quotidiani una cosa completamente indipendente dal racconto della realtà, e spesso anche dal contenuto stesso degli articoli. Ma in particolare sulla scelta del linguaggio, il fattore che più determina il modo in cui in Italia si fanno i titoli – ovvero spesso l’unica cosa che leggiamo e assorbiamo di una notizia – ha a che fare con le primordiali leggi sulla Materia e con lo spazio fisico, niente di digitale: spazio. È la dimensione dello spazio allocato rigidamente al titolo – su carta o su schermo – a costringere il linguaggio usato dal titolista e le informazioni che darà. Se sono così frequenti e abusati i termini come “choc”, “killer”, “il sì”, “il no”, “l’ira di”, “fumata nera per”, “è giallo”, “caos”, “crisi”, “è bufera”, “no a”, “via libera”, “aut aut” (ma anche “Silvio”), non è solo per pigrizia e scarsa varietà di lessico da parte di chi fa i titoli: è anche perché le locuzioni corrispondenti più estese e accurate sono troppo lunghe. In un dibattito a Spotorno Mattia Feltri ha citato proprio lo sfinente esempio di “Fumata nera per il CSM” (due giorni dopo, quella formula era di nuovo tal quale su tutti i siti di news): in un mondo giornalistico intenzionato a dare ai lettori le notizie con chiarezza, il titolo corretto sarebbe “Nel voto del Parlamento per i nuovi membri del CSM, nessun candidato ha ottenuto il quorum”. Troppo lungo? Non riusciamo ad arrivare oltre “membri del”? Allora facciamo “Il Parlamento non ha eletto i nuovi membri del CSM” e nel sommario – c’è apposta – estendiamo. Molti giornali stranieri fanno così, usano i titoli per dare le notizie, e non per costruire delle vie di mezzo tra slogan, haiku e titoli di film d’azione (“Scontro finale”, “A un passo da” e simili): fanno titoli lunghi, su due o tre righe .

Ma non torniamo sulla solita solfa della mediocrità dell’informazione italiana, che ci annoiamo tutti (poi c’è tutto il mondo dei titoli virgolettati). La cosa che volevo ricordare, per essere breve, è che non sono solo i 140 caratteri di Twitter a cambiare il modo in cui parliamo. Sono anche e soprattutto i 44 o 56 dei titoli dei giornali, di carta e online.
È allarme titoli killer.
(L’ira di Napolitano, comunque)

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