Relativismo quantistico come se fosse antani

Poiché penso da tempo che nel cinema – come nella musica – abbiano un peso rilevantissimo i gusti e le sensazioni personali, non potrei dare un giudizio perentorio su Interstellar. Potrei dire cosa ne penso io, per quel che vale, e forse potrebbe valere per qualcun altro. E allora direi che è un film da ubriachi, con elaborazioni scientifiche, sviluppi e conversazioni totalmente assurdi, sbrigativi, incoerenti, infantili e contraddittori: e che malgrado questo si fa vedere e non è noioso – che non è poco: è pure lunghissimo -, se non siete di quelli che si innervosiscono per le cose assurde, sbrigative, incoerenti, infantili e contraddittorie. Non faccio esempi per non rovinarne la visione a nessuno.
Però non posso dire nemmeno questo, in realtà: perché mi resta un brandello di dubbio su quanto la consueta traduzione dilettantesca e maldestra abbia ulteriormente sgangherato un copione sgangherato, trovando soluzioni linguistiche superficiali, letterali e prive di senso rispetto a formulazioni magari più complesse e congrue. Si comincia con un “thumbs up” tradotto con “pollici su” e un “handshake” in senso tecnico (equivalente a un “contatto”) tradotto con “stretta di mano” e poi via via in espressioni scientifiche sempre più vaghe e disordinate (che culminano nell’apparizione inspiegata e disinvolta del termine “tesseratto”).
Quindi il film magari è bello – al mio amico seduto accanto è piaciuto – e magari no (le recensioni americane usano ugualmente i termini “formidabile”, “visionario”, “grande”, e “un casino”, “ubriaco”, “ridicolo”). Ma una certezza resta: che quelli che che li scaricano per vedere le versioni originali hanno le loro buone ragioni.

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Un commento su “Relativismo quantistico come se fosse antani

  1. Marzio

    SPOILER: Chi non l’ha già visto, non legga!… :-)

    Sono andato a vedere questo film con grandi aspettative. Lo script della sceneggiatura si vede che si è sforzato di fondare l’evoluzione degli avvenimenti sulla fisica classica e relativistica.
    In parte ci riesce. Soprattutto quando discute degli effetti che la gravità ha sul tempo, dei ponti di Einstein Rosen, delle fionde gravitazionali.

    Complessivamente è però necessario sospendere il proprio giudizio troppo spesso.

    Moltissime sono le cose inverosimili presenti, soprattutto di tipo energetico, se la propulsione avviene con reazione chimica.

    Ancor di più quelle proprio impossibili, come il dimenticarsi dell’aerodinamica (la navetta non avrebbe portanza in atmosfera), non tenere conto delle sollecitazioni della marea gravitazionale in prossimità di un buco nero, il veicolare messaggi attraverso un buco nero.

    Cose così, insomma.

    Esiste poi un’incongruenza grande come una montagna: la navetta, che poi si collega alla nave madre “Endurance” posta in orbita, parte dalla terra con razzo a più stadi che nemmeno il Saturno V. Quando invece, la medesima navetta, deve ripartire da pianeti con gravità anche superiore a quella della terra, lo fa tipo Star Trek, quasi facesse una gita fuori porta.

    E poi c’è il “Tesseratto”, traduzione dell’inglese “Tesseract” che sarebbe un cubo di R4, quadrimensionale. Meglio sarebbe stata la traduzione con “Ipercubo”.

    E poi c’è proprio fantasia pura e autentica, ma su quella nemmeno mi soffermo.

    Insomma, quattro stelline. Non di più.

    Mi è piaciuto molto di più “Gravity” del 2013 e “Moon” del 2009.

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