Una promessa di Renzi, piccola

Oggi c’è una auto-auto-auto-autocelebrazione sulle pagine di alcuni quotidiani, che provo a spiegare: è una pagina che celebra la vittoria di un premio da parte di una pagina pubblicitaria prodotta per chiedere che fosse mantenuto l’obbligo per bandi di gara e appalti sulle pagine dei quotidiani.

L’idea grafica delle pecette era in effetti esteticamente bella – ma non originalissima, diciamo, per ricevere un premio – mentre molto deludente erano il concetto e il messaggio, trattandosi del solito demagogico vittimismo che assimila una qualunque cosa avvenga intorno ai giornali a una censura e a un danno per la libera informazione. Se ogni volta che le società editoriali vogliono difendere un loro legittimo interesse economico si gettano a terra platealmente chiedendo il rigore e sostenendo che la democrazia è a rischio, presto non crederà loro più nessuno: e avevo voglia di usare l’avverbio “presto”. In questo caso, poi, oltre a “limitare la partecipazione” la decisione annunciata di abolire l’obbligo di pubblicare sui quotidiani i bandi ostacolerebbe “una reale concorrenza”.

Ora, questo è falso: è proprio quell’obbligo a limitare la concorrenza, creando una condizione immotivatamente vantaggiosa per i quotidiani in questione rispetto agli altri mezzi di informazione. Userò per totale trasparenza l’esempio del Post, che come tutti i giornali online non beneficia – ed è giusto che sia così – di nessuna delle agevolazioni che le leggi destinano alla stampa. Mentre i suoi concorrenti che pubblicano un quotidiano di carta possono contare – tra gli altri – sul contributo pubblico mascherato di quest’obbligo. E oggi, passano sulle pagine del Post tra le 150mila e le 200mila persone al giorno (come sugli altri nuovi siti di news, chi un po’ di più chi un po’ di meno), ovvero un pubblico potenziale di quegli annunci assai superiore a quello che sfoglia la stragrande maggioranza dei quotidiani.
Mi pare quindi palesemente privo di senso che – ammesso che l’obbligo di pubblicazione dei bandi sia corretto e ben gestito – lo si usi per finanziare coi soldi pubblici i quotidiani di carta, e non per diffondere le informazioni attraverso i canali più adeguati e di certo più economici (le inserzioni sul web costano molto meno di quelle su carta).

E invece come mai siamo a parlarne ancora? Perché lo scorso aprile Matteo Renzi annunciò – tra le sole allarmate obiezioni del business dei giornali di carta e il consenso del resto del paese – che quei costi pubblici (grossi, alla fine dei conti) erano da ridurre spostando quel tipo di comunicazione e di informazione per i cittadini sul web (dove i criteri dovrebbero essere appunto di reale raggiungimento dei potenziali interessati: coinvolgendo quindi qualunque sito abbia un traffico abbastanza esteso e congruo di visitatori, non solo siti di news: anche Facebook, per dire, o Msn.com).

Adesso siamo a novembre, e quella promessa si è persa: dal governo si dice che sia rimandata all’anno prossimo, probabilmente grazie a più estesi e intensi sforzi che gli editori dei quotidiani hanno fatto, oltre alla pagina che celebra la pagina per le pagine. Ma ogni giorno che passa quell’obbligo dedicato diventa più privo di senso e inutilmente costoso, e per l’anno prossimo sarà difficile difenderlo ancora, pecette o no.

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