Vivere con i migranti

A vedere lo spaesamento dei responsabili politici europei ma anche quello di tutti noialtri persone europee, sembra che ci siano anche due grossi ostacoli psicologici che complicano lo sforzo di affrontare la questione dell’immigrazione attuale, già molto complicata di suo.

Uno è la nostra abitudine – motivata da fatti e storia, e a cui non esistono quasi più generazioni estranee – a pensare che la parte di mondo in cui viviamo offra sempre e progressivamente condizioni di vita via via migliori, benessere più diffuso, ricchezza crescente, più cose e opportunità di cui godere; o al massimo, rallentamenti e “battute d’arresto” di questo percorso, ma non inversioni. Non siamo preparati a pensare che si debba sacrificare quello che abbiamo ottenuto (o trovato) finora, soprattutto in una prospettiva duratura: al massimo a fare sacrifici momentanei in attesa di ripartire. Quello che stiamo percependo ora, cioè la prospettiva che quello che abbiamo sia in futuro diviso con più persone, sacrificandone parti, complicando le cose, ci è difficile da concepire: prima ancora che per egoismo (molti tra noi lo sono molto poco, egoisti), perché non ci è mai successo. Pensavamo di esserne fuori non facendo più guerre nei nostri paesi, stiamo scoprendo di non poter ignorare quelle degli altri paesi.
È la stessa incapacità umana che abbiamo nei confronti dell’invecchiare: per quanto sappiamo che succederà, fatichiamo da millenni ad abituarci all’idea che le cose peggioreranno e ad accettarlo, e a trovare i modi di godere comunque di questo cambiamento.

L’altro ostacolo psicologico è la diffusa inclinazione a pensare che i problemi abbiano “una soluzione”, nel senso di un’unica soluzione: una rassicurante trovata, o politica, o progetto, o intervento, che risolva la questione – anche con un costo – così poi possiamo tornare a occuparci d’altro. Mentre moltissimi problemi non hanno una soluzione di questo genere – certi poi non ne hanno proprio una – ma possono essere attenuati solo con una disponibilità continua e stabile ad affrontarli ogni giorno in modi diversi e inventati ogni giorni a seconda dei contesti, delle necessità, delle possibilità. Approccio disarmante per molti, perché corrisponde all’idea che non ci si liberi mai, del problema: che si debba “vivere col terremoto” come si diceva in una illuminante metafora di anni fa.
Questa incapacità di accettarlo determina quindi le reazioni polemiche con ogni benvenuto e utilissimo intervento concreto con cui si affronta localmente il problema di un immigrato, di dieci immigrati, di trentasette immigrati, o in cui lo si attenua, se ne sopiscono le emergenze e le necessità per un giorno, o in cui si aggiunge un pezzetto a un futuro di vita normale per una persona e per la comunità in cui arriva: le reazioni che dicono “non è così che si risolve il problema immigrazione”, quelle declinazioni di benaltrismo su questo tema. A volte in cattiva fede, altre volte no: è doloroso da pensare.
Ma dobbiamo imparare a pensare che non si risolve proprio, il problema immigrazione. Non si risolve. Ci si convive, intervenendo ogni giorno nei modi possibili e necessari, ognuno per la sua parte: come con tanti altri problemi, mentre invecchiamo.

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10 commenti su “Vivere con i migranti

  1. jamesnach

    “Ma dobbiamo imparare a pensare che non si risolve proprio, il problema immigrazione. Non si risolve. Ci si convive.”
    E’ esattamente così.
    Bravo.

  2. Luigi Muzii

    Il problema, però, è che quelli che devono conviverci spesso non sono quelli che ne parlano. E spesso vivono in condizioni che quelli che ne parlano nemmeno riescono a immaginare.
    Quindi sì, è vero, bisogna imparare a conviverci, ma da dove si comincia? E, soprattutto, da chi, e come?

  3. ulysses

    Mi pare che Luca abbia centrato un punto fondamentale, la questione è diversa e molto più profonda rispetto a quando l’europa accoglieva manodopera per i suoi fabbisogni, gente che poi si integrava.
    Certo, mi viene da dire a proposito di ‘non si risolve’, se si tagliassero i flussi di armi, se questi migranti non fossero spinti dal fatto di non avere che parenti morti e città e villaggi bruciati alle spalle, il ‘problema immigrazione’ non sarebbe in questi termini, i numeri sarebbero altri. Ma andatevi a vedere qualche grafico dei paesi ‘esportatori’, l’Italia è in testa.
    http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/Cos-lofferta-di-armi-leggere-alimenta-i-conflitti-nel-mondo-.aspx
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/23/armi-made-in-italy-che-vola-export-per-30-milioni-in-aree-in-guerra-del-nord-africa/1710009/
    http://www.linkiesta.it/italia-vende-armi
    Quindi. Anche qui c’è qualche schema da rivedere.

  4. Luca Faenza

    Tutto giusto a parte un fatto: coi migranti si ringiovanisce, non si invecchia. Sia perché vivere coi giovani rende giovani, sia perché l’età media della popolazione italiana ed europea grazie a loro, calerà.

  5. ndreamar

    Tutte le cronache dei naufragi famosi riportano dei diversi comportamenti che si registrano, tra gli occupanti delle scialuppe di salvataggio, nei confronti dei naufraghi ancora in acqua.
    Senza elencare tutta la gamma, si può semplificare citando i due casi limite: quello degli egoisti, che respingendo tutti, tengono la scialuppa semivuota, per non dover dividere le provviste con nessun altro e quello dei prodighi, che fanno salire tutti finché la scialuppa sovraccarica si inabissa con tutto il suo carico.
    Quello cui assistiamo oggi è il naufragio del pianeta, condannato dalla crisi ecologica, finanziaria, politica e demografica. Lo aveva preannunciato nel ’67 il l Club di Roma col rapporto Meadows sui limiti dello sviluppo, ora avviene sotto i nostri occhi e le nazioni occidentali, forti anche della ricchezza che hanno razziato al resto mondo negli ultimi secoli, sono le scialuppe di salvataggio.
    Ora, decidere quale sia il comportamento da tenere nei confronti degli uomini in acqua è complicato, sia per il senso di colpa: siamo noi i principali responsabili del naufragio (e questo ci spinge alla prodigalità) sia perché non ci sono navi dietro l’orizzonte che possano muoversi al nostro soccorso (e questo ci consiglia l’egoismo).
    Personalmente mi sembra che l’approccio tedesco sia, per ora, quello giusto, le scialuppe non sono ancora colme, se facciamo salire ancora qualcuno, poi questo. al momento del bisogno, ci aiuterà a remare.

  6. Qfwfq71

    @ndreamar
    è già successo, più volte nella storia dell’uomo. Fin’ora il pianeta non è naufragato. Al massimo potrebbe succedere alle singole società che essendo già abbondantemente in crisi per conto loro, non riescono a reggere l’impatto di nuove sollecitazioni.
    però condivido il senso della metafora

  7. Luca Segantini

    Condivido tutto. E’ inevitabile che in un futuro molto prossimo dovremo rassegnarci a spartire le ricchezze che abbiamo accumulato in anni di colonialismo e sfruttamento, e diventare, semplicemente, piu’ poveri di adesso. Non c’e’ niente di sbagliato, anzi, e’ qualcosa che doveva succedere prima. Ma sono d’accordo che per molti e’ un cambio di prospettiva intollerabile.

  8. isabella.zuliani@gmail.com

    “Perché non li prendi a casa tua, questi profughi?

    Non li prendo a casa mia perché sarei un incosciente presuntuoso a pensare che il problema di ciascuna di queste persone lo possa risolvere io in casa mia. Non li prendo a casa mia perché per queste persone serve altro e meglio di quello che so fare io, servono pratiche e organizzazioni che sappiano affrontare le necessità di salute, prosecuzione del viaggio, integrazione, lavoro, ricerca di soluzioni. Non li prendo a casa mia perché voglio fare cose più efficaci, voglio pagare le tasse e che le mie tasse siano usate per permettere che queste cose siano fatte bene e professionalmente dal mio Stato, e voglio anche aiutare e finanziare personalmente le strutture e associazioni che lo fanno e lo sanno fare. Non li prendo a casa mia perché quando c’è stato un terremoto e le persone sono rimaste senza casa non ho pensato che la soluzione fosse prenderle a casa mia, ma ho preteso che lo Stato con i miei soldi creasse centri di accoglienza e strutture adeguate, le proteggesse e curasse e aiutasse a ricostruire loro una casa. Non li prendo a casa mia perché se incontro una persona ferita o malata, chiamo un’ambulanza, non la porto a casa mia.
    Non li prendo a casa mia perché i problemi richiedono soluzioni adeguate ai problemi, non battute polemiche, code di paglia e sorrisetti autocompiaciuti: non stiamo litigando tra bambini a scuola, stiamo parlando di problemi grossi e seri, da persone adulte.
    E tra l’altro, possono rispondere in molti, qualche volta li prendo a casa mia.
    Risposto. Passiamo a domande migliori, va’.”

    ecco, temo che proverò a fare l’incosciente presuntuosa, anche per i motivi ben presentati nell’articolo “vivere con i migranti”.
    A risentirci, a rileggersi

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