La piacevole sensazione di impugnare un forcone

Per incredulità e senso di impotenza ieri non abbiamo commentato sul Post la notizia per cui un giudice sarebbe tornato sulla sua decisione di concedere il lavoro esterno a una condannata che ha già scontato nove anni di carcere e che torna in carcere ogni sera, in conseguenza delle reazioni al fatto che la condannata si sia fatta una foto al mare – dopo nove anni di galera – e l’abbia pubblicata su una pagina di Facebook, nascondendo peraltro il suo nome.
Magari non è andata così, e il giudice saprà spiegare più credibilmente come una decisione che riteneva ragionevole l’ha improvvisamente decisa irragionevole: il che non solleverà comunque giornalisti e commentatori coi forconi dalla loro ignoranza del diritto in un paese civile. Ma intanto, per rammarico di non averne scritto più estesamente (salvo che nella newsletter), faccio mio il commento di Sofri anziano, pubblicato stamattina sul Foglio.

Oggi avrei potuto congratularmi per la notizia che Carmelo Musumeci, il più noto e tenace degli ergastolani “ostativi”, quelli ai quali, fottendosene della Costituzione, cala addosso una condanna che pretende di essere senza remissione possibile, ha potuto, per la prima volta dopo 25 anni, trascorrere la Pasqua con figli e nipoti. Però oggi leggo anche che una signora romena condannata per omicidio preterintenzionale a 16 anni, avendo scontato positivamente il tempo previsto della legge così da ottenere i primi permessi e la semilibertà, è stata privata di quei “benefici” per aver pubblicato su Facebook sue fotografie al mare, in costume e con un viso sorridente. La notizia sarebbe passabile se si documentasse che nella misura disposta dal giudice fosse ordinato alla “beneficiaria” di non andare al mare (a Venezia), di non comunicare attraverso Facebook, di non indossare un costume da bagno, e di non sorridere mai più, o almeno di non sorridere in fotografia. Aspettiamo dunque di leggere le disposizioni relative del giudice che ha disposto la revoca.

Ma prima del giudice erano arrivati i giornali, compresi i più importanti, alcuni dei quali avevano ritenuto di farne a lungo la prima notizia del giorno, con titoli gonfi di indignazione e di scandalo. Il Corriere chiama la signora “la killer dell’ombrello”. Se non fraintendo grossolanamente, “omicidio preterintenzionale” vuol dire che l’orrenda morte della giovane Vanessa Russo di cui la donna fu causa, e per la quale ha ricevuto una condanna pesantissima, non era stata voluta.

L’espressione “killer dell’ombrello” evoca compiaciutamente una persona dedita all’uccisione altrui attraverso l’ombrello. Leggo anche che chi ha addosso una colpa come quella della giovane donna dovrebbe tenere un contegno tale da non rinnovare o esacerbare la pena delle vittime. Ne deduco che chi ha addosso una tale colpa debba tenere per sempre e anche nella propria vita privata un contegno compunto e penitente: che, se fosse possibile, e umanamente non lo è nemmeno per il più abile impostore, sarebbe il peggiore oltraggio alle vittime e alla società. Aggiungo, benché sia superfluo, che ho una specie di super-diritto a dire la mia opinione, essendo stato imputato e condannato senza essere colpevole e, non senza, ma contro le prove. Superfluo, perché se fossi stato colpevole e condannato giustamente, ne avrei lo stesso diritto di chiunque altro. Con il privilegio di un’attenzione in più a una società che moltiplica denunce e dossier anonimi e festeggia l’intimità frivolmente violata. Una società che non lo fa nemmeno tanto per la carriera, per vendere di più, per eliminare i rivali e altre magnanime convenienze: lo fa perché le piace, e perché ci ha fatto l’abitudine e non saprebbe più farne a meno. Su un grande giornale, o su un piccolo infame Facebook.

2 commenti su “La piacevole sensazione di impugnare un forcone

  1. Julian B. Nortier

    Il maggiore merito di questo articolo è di avermi fatto sapere che esiste una rubrica-da una prima scorsa,molto interessante-di Sofri sr. su Il Foglio. Per il resto,io sono un garantista.O lo si è o non lo si è; i ma non possono esistere.E-piccoli e grandi giornali-dovrebbero avere senso della misura e non arroccarsi dietro la solita,facile,demagogia.Semmai,tale demagogia-ed è questo,secondo me,l’aspetto da approfondire-si fonda qui da noi su una certezza della pena che è profondamente barcollante e perciò titoli e “ragionamenti” come quelli che fanno titolare “killer dell’ombrello” hanno una presa maggiore.Poi,volendo fare il classico avvocato del diavolo,bisognerà pur chiedersi-assolvendola,è lampante-la reazione dei genitori di Vanessa qualora incappassero in quella foto.Ecco,un’opinione pubblica molto adrenalinica-anche per i motivi succitati-tutto ciò non solo non può capirlo,ma non arriva nemmeno a considerarlo,se non in un’esigua minoranza,di cui certo Sofri e compagnia bella-e io,nel mio piccolo,pur rigettando l’avventura storico-politica di Lc-faccio parte.Poi-in prospettiva-è bene sempre cirocoscrivere:una cosa è difendere il selfie di una donna in semilibertà e un discorso più ampio.Cioè:ogni caso fa fede a sè stesso,e finchè il garantismo non avrà fondamenti bronzei nella certezza della pena sarà-oggettivamente-qui da noi più che altrove-una creatura equivoca,con tutta la buona fede possibile,da ambo le parti del guado(giustizialisti e garantisti,appunto).Si,insomma,non vorrei che si arrivasse un giorno-come in un flashabck tragicomico-agli eccessi,come al tempo della Baader Meinhof,di considerare la lotta di “sei contro sessanta milioni” etc.Chissà,forse in Italia,Ulrike Meinhof si sarebbe fatta un selfie,invece di finire nel modo che sappiamo.On y soit qui mal y pense.

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