La risposta è sì

Quando un dibattito è “eterno”, nella maggior parte dei casi è perché è stato sempre affrontato con approcci e letture sciocche e superficiali, altrimenti ci saremmo capiti meglio. È il caso della questione della potenziale influenza negativa di certe opere letterarie o cinematografiche o artistiche sui comportamenti delle persone: per capirsi, quello di cui si sta parlando di nuovo per Gomorra (con Gomorra, poi, la polemica scema sembra diventata un accessorio della promozione della serie, puntuale a ogni stagione).
La discussione non porta mai da nessuna parte perché di questi tempi affidare una discussione ai giornali, alla politica e a Facebook significa sommare i tre maggiori spazi di deterioramento intellettuale delle questioni, e farle diventare appunto “polemica”, un format fine a se stesso e all’esibizione dei suoi partecipanti.

Fatta questa supponente premessa – scusate, si arriva sfiniti ai sabati mattina -, io credo che ci sia anche qui un problema generale che riguarda un po’ tutte le discussioni contemporanee, che si sviluppano sulla traccia di:
1. qualcuno-accusa-qualcun-altro-con-argomenti-sommari-e-conclusioni-perentorie
2. qualcun-altro-allora-si-difende-respingendo-e-negando-quaunque-fondamento-all’accusa
3. si-crea-uno-spazio-di-dibattito-fatto-solo-di-o-di-qua-o-di-là
Il risultato è che di fronte alla domanda – legittima, importante – se alcune opere possano avere delle conseguenze pericolose sui comportamenti di alcune persone (soprattutto per incentivo all’emulazione, o per legittimazione, di comportamenti pericolosi), gli autori di quelle opere o i loro colleghi e simpatizzanti assumono una formazione difensiva a testuggine che risponde solo:

NO, MAI!

O anzi, risponde anche:

NON SI PUO’ CENSURARE L’ARTE!

Ed ecco, io penso che la prima sia una bugia, e la seconda uno straw man argument. E che la risposta esatta alla domanda sia

Sì, e vale la pena parlarne e rifletterci sopra, ferma restando la totale libertà degli autori di decidere come comportarsi

Sostenere che sia una completa invenzione la potenziale influenza negativa di libri o cinema o serie tv su alcuni lettori o spettatori, e magari sghignazzare dell’ipotesi, è una sciocchezza come tutte le conclusioni universali e sbrigative. Per dimostrarlo basterebbe una riflessione semplice semplice: noi teorizziamo da sempre la potenziale influenza positiva di certe letture o di certi film nella formazione culturale delle persone e nelle ricadute che questa ha sulle loro vite e sulla convivenza con gli altri, giusto? Sarebbe impensabile quindi che le influenze concrete possano essere solo su comportamenti positivi e mai su quelli negativi. Ognuno di noi può citare modelli, ispirazioni e motivazioni che ha trovato in questa o quella opera per fare determinate cose in cui crede o essere quello che vuole essere (vi ho mai parlato di The newsroom? Faccina): la forza dell’influenza di letteratura e cinema sulle nostre vite è enorme, dimostrata, condivisa, non c’è da parlarne. E se riconosciamo che le persone si comportano in determinati modi anche in conseguenza di queste formazioni culturali, è abbastanza difficile sostenere che questo funzioni solo per i modi che alcuni di noi giudicano buoni.

La storia poi è piena di casi in cui abbiamo dato per assodata l’importanza di influenze simili, da Charles Manson in giù in ordine di tragedie: non sapremo mai se le cose sarebbero andate allo stesso modo, ma che opere varie siano state nel calderone dei fattori di elaborazioni e comportamenti violenti, criminali, o suicidi, è palese e riconosciuto.
Infine, siamo normalmente tutti d’accordo di limitare la fruizione di determinate opere rispetto ai bambini: possiamo discutere su quali, o su fino a quando, ma nessuno nega che in alcuni casi possano essere in qualche misura “pericolose” per la loro formazione ed elaborazione sulle cose, se non contestualizzate, se non spiegate, se non hanno “gli strumenti”.

Ecco: “gli strumenti”. Ognuno di noi ha una quota più o meno ricca di strumenti di comprensione ed elaborazione, ognuno di noi ha superato la sua fase bambina per molte cose, e non l’ha superata per altre. Molte persone nel mondo hanno strumenti di comprensione ed elaborazione da bambini o da adolescenti, sulle cose: molte sono adolescenti. È di loro che parliamo, quando pensiamo che la fruizione di alcune opere possa trarne messaggi equivocati, di emulazione della violenza o di affermazione di sé attraverso la violenza: non è che parliamo di Elena Cattaneo o di Alberto Angela. E come sapete, poi, è frase ricorrente tra gli autori “mi piace che ognuno dal mio libro tragga cose diverse, che l’opera prenda strade proprie e impensate”. Se “Sangue Blu” di Gomorra esistesse davvero e se vedesse Gomorra, il personaggio di Sangue Blu gli piacerebbe molto e vorrebbe essere come lui (l’obiezione per cui i personaggi di Gomorra fanno vite dolorose, sacrificate, tormentate, e quindi poco attraenti, è fuori tema: non è di risultati materiali che si nutre l’emulazione letteraria, ma di eroismi, esistenze, legittimazione di sé, senso).

Inciso: siamo sull’esempio di Gomorra perché è attuale e familiare, ma potremmo parlare di mille altre opere: anni fa lo stesso scrittore John Grisham mise in discussione la pericolosa influenza che poteva avere un film come Natural Born Killers, dopo una serie di crimini che sembravano avere avuto a che fare col film.

Vengo alla seconda parte della risposta: nessuno equilibrato sostiene che queste considerazioni debbano condurre all’introduzione di limiti o regole più stringenti – già ce ne sono, come i divieti ai minori, o le regole televisive – rispetto alla diffusione di questa o quell’opera. Fermo restando il diritto di qualunque ente privato a trasmettere, promuovere, vendere quello che vuole: e se a un libraio di Vigevano non andasse di vendere un libro di Salvini, sono fatti suoi, come se Canale 5 non volesse trasmettere un porno o Natural Born Killers. Gli autori devono avere totale libertà, gli editori devono avere totale libertà: o meglio, quasi totale, compatibilmente con quella degli altri, come si dice. Ci sono molte ragioni per la creazione e la diffusione di un’opera, e molte buone ragioni: questo non significa negare che ci possano essere rischi.

Gli autori e gli editori non possono sottrarsi alla responsabilità e alle conseguenze di quello che fanno, come non può nessuno di noi. Che queste conseguenze ci possono essere devono esserne consapevoli e non negarlo, vilmente, non ridere dell’ipotesi, non stringersi nelle spalle, non dire “sono un artista, non mi riguarda!”. Non c’è spazio di esenzione delle responsabilità e della consapevolezza, non c’è nella vita di nessuno di noi, non c’è nel giornalismo, non c’è nell’arte, non c’è nella satira. E se si dimostrasse ipoteticamente che tra le ragioni per cui qualche disgraziato ha fatto una strage c’è avere visto Natural Born Killers, Oliver Stone deve esserne consapevole e deve essere obiettivo: non deve averne la colpa, non deve essere perseguito o perseguitato per questo. Ma deve saperlo, e sapere che può capitare, che “l’arte” (o la cultura) è importante proprio per questo, perché ci condiziona, e lo fa in modi in parte incontrollabili, e deve pesarlo nelle sue scelte senza sottrarsene.
Concludendo quello che vuole e quello che pensa giusto.

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