Due donne

Scriverò di due film, senza rivelarne niente che già non si sappia, ma se siete degli SPOILER-nazi state alla larga, siete avvisàti.

Ho visto The Post, e al di là di giudizi più estesi, mi hanno colpito dei commenti e reazioni sul personaggio di Meryl Streep – ovvero l’editrice del Washington Post, Katharine Graham – che hanno celebrato il film per questo tributo a una grande donna capace di prendersi un impegno e una responsabilità inattesi e indesiderati, e di affrontare una decisione coraggiosa e i suoi rischi, avendo tutto da perdere. E in molte letture e articoli, e nelle dichiarazioni di autori e cast, il film è diventato un attualissimo manifesto della grandezza e della rivalsa femminile, affidato appunto a Meryl Streep, a sua volta recente simbolo di ribellione alle prevaricazioni maschili.

Il fatto è che nel film Katharine Graham è una donna fragile, insicura, capitata per un accidente sfortunato in un ruolo “da uomini”, ed evidentemente non particolarmente adeguata a quel ruolo, fino al momento storico raccontato nel film. È una distinta ed elegante signora a suo agio in feste e cene e costretta a fare il capo di un’azienda piena di maschi che la giudicano, più o meno rispettosamente, un’intrusa: e lei stessa condivide questo giudizio. È, ovvero, l’incarnazione di uno stereotipo femminile, che muove il pubblico a una condiscendente simpatia o a un ammirato rispetto proprio perché è quello stereotipo. Non gioca nel campionato degli uomini, ci finisce e non vede l’ora di uscirne. È una donna-ai-fornelli che si trova a dover comandare un esercito e, con momenti di candore da vispa Teresa (quelli in cui il pubblico ride), lo comanda e poi torna ai fornelli.

Figuriamoci, è un tema eterno e assai più esteso di così, se l’emancipazione delle donne debba passare dalla legittimazione e rivendicazione della nobiltà di tutto ciò che è considerato “femminile” – pure la fragilità – oppure dalla dimostrazione che le donne sono in grado di impadronirsi di tutto ciò che è considerato “maschile”: pure la forza. E non c’è una risposta unica.
Ma The Post questo celebra, mi pare: una donna fragile, rassicurante, “brava”, secondo i canoni.

L’altro film che ho visto si chiama Molly’s Game, è il primo film da regista di Aaron Sorkin, ha un ritmo formidabile e dialoghi imbattibili, da Sorkin. Ma a parte questo, è un film che ha come protagonista una donna (Jessica Chastain) che gioca contro degli uomini, nel campionato degli uomini, e vuole vincere. Contro suo padre, contro i suoi fratelli, contro i ricchi e potenti che vengono a giocare nella sua bisca: anzi, non contro; non li vede nemmeno, vuole vincere il campionato. È tosta come e più di loro, è intelligente più di loro, è colta come e più di loro: è una donna, ma questo è quasi irrilevante. Quando è leale e generosa non lo fa per salvare il mondo, lo fa per sé. Gli uomini non ne sono ammirati o commossi, come con Meryl Streep: ne sono imbarazzati e spaventati. Gli uomini che tiene a bada (o aiuta) sono potenti ma insicuri, mediocri, sciocchi. I due uomini perbene nel film sono comprimari, spettatori dei suoi successi, e insuccessi. Non è una che gioca una partita sola, la vince, e torna in panchina: è una che gioca ogni giorno e vince e perde continuamente.

Non lo so, non dico quale modello sia il migliore, tra i due: e poi anch’io giudico da maschio. Ma uno a me sembra più interessante, e meno condiscendente, se vogliamo parlare di donne nei film.

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