Nel tunnel del monopattino

L’estate passata sono stato in vacanza con mia figlia in alcune città americane: la mattina uscivamo per andare a fare colazione e ci sfilavano intorno esitanti e divertiti diversi cittadini locali sui monopattini elettrici. Era successo, ci hanno spiegato, che in quelle città erano stati appena introdotti dei servizi di “monopattino-sharing” e in molti li stavano provando con curiosità, mentre altri già li usavano con una certa disinvoltura per spostarsi.
Sfidando le contrarietà di mia figlia che temeva ci facessimo riconoscere ho scaricato l’app di uno dei servizi (quello che si chiama Bird, uno dei più diffusi nel mondo) e ho provato a registrarmi ma ci sono state delle macchinosità sulla convalida della mia patente (richiesta per usare i monopattini) per cui alla fine non sono riuscito (ci siamo fatti riconoscere, insomma, ma non tanto) e ho continuato a guardare con invidia i monopattinatori per tutti i giorni successivi. Sfrecciavano: raramente ho usato questo verbo con tanta aderenza.

La settimana scorsa sono stato a Parigi ed era piena di monopattini. Per capirsi, come a Milano o in altre città con il bike sharing: i monopattini stanno parcheggiati o abbandonati sui marciapiedi, sparpagliati un po’ dove capita. Quindi ci ho riprovato: è stato facilissimo, non c’era nessuna richiesta di patente o documento, solo la carta di credito per pagare il noleggio.

La regolamentazione di queste cose è la questione principale: come molte cose dei cambiamenti digitali che “non si erano mai viste” (monopattini-elettrici-condivisi-con un’app) le nostre società non avevano messo in conto di doversene occupare, e quindi si cerca di rifarsi alle regole esistenti che riguardano altro e restano un sacco di zone grigie e situazioni diverse nei vari paesi. Una delle prime e maggiori polemiche nelle città americane è stata – come in quelle italiane con le bici – sull’abbandono in mezzo ai marciapiedi (o peggio) dei monopattini; ma soprattutto, nessuno capisce bene dove debbano o possano circolare. A Parigi, per esempio, per ora si è detto che possano andare solo sulle ciclabili (che in molti casi corrispondono alle preferenziali degli autobus), oppure sui marciapiedi, complicando in entrambi i casi il traffico relativo (delle biciclette, degli autobus, dei pedoni), sicuramente con una quota di pericolo in più. Ma in molti ci vanno disinvolti su qualunque strada.

Comunque, è finita che per tre giorni ho sfrecciato in monopattino per Parigi, divertendomi molto e al tempo stesso trovandolo pericolosissimo, come con certe cose divertenti e pericolose della vita che di solito non faccio: ogni volta mi dicevo “ok, questa è l’ultima”.
Il monopattino è elettrico, appunto (c’erano diversi servizi, sia Bird che Lime, un altro grosso), quindi funziona che voi ci salite, date una spinta col piede come sui monopattini e poi lui va da solo, e regolate la velocità con un acceleratore sul manubrio a destra; a sinistra avete il freno.
Per prendere il monopattino funziona come nei sistemi di sharing: avete un’app, una mappa su cui vedete dove si trovino i monopattini (capita a volte che poi non ci siano, va’ a sapere cosa gli è successo), vi ci avvicinate e li sbloccate inquadrando un codice QR con lo smartphone, e il monopattino è pronto: tutto velocissimo e praticissimo.

Poi, una volta che state andando, le impressioni sono queste. Le mie impressioni sono queste.
– uuuuuuuuuh!
– va piano per essere un mezzo di trasporto (al massimo 15-18 km all’ora) ma forte per essere un trabiccolo quasi inconsistente che paragonate all’andare a piedi: e la velocità fa prendere gusto da una parte, e rendersi pericolosi dall’altra. Sui marciapiedi bisogna stare molto attenti: dovendo attraversare una strada pedonale affollata ho urtato un signore, che mi ha urlato dietro stizzito ma composto: “Merci!”.
– è molto instabile: se non siete sopra l’asfalto (pavé, sanpietrini) è una specie di tortura di vibrazioni, e va controllato con molta cautela. Scordatevelo sugli acciottolati italiani e su certe strade romane e milanesi. E le ruote piccole faticano a cambiare fondo: l’effetto ruota-della-bici-nella-rotaia-del-tram si verifica a ogni minimo (minimo) gradino da salire. Prendeteli di punta.
– ma se siete sull’asfalto sfreccia, ed è un piacere, un piacere silenzioso, come il surf, come lo skateboard: nel caso in cui visitiate una città è un po’ come Moretti in Caro Diario con la Vespa, è il piacere di andare e guardare, andare e guardare, andare e guardare. A zonzo, godendosela.
– a Parigi costa un euro fisso a noleggio e 15 centesimi al minuto.
– ed è – sempre se non ci sono complicazioni: per esempio si scarica la batteria, oppure il monopattino è già sgangherato – straordinariamente pratico. Lo si può portare a piedi in qualunque intoppo di percorso, salire e scendere immediatamente. La mattina che sono partito pensando di camminare venti minuti fino alla stazione della RER, ne ho trovato uno sul mio cammino, l’ho preso al volo e ci sono andato in monopattino con lo zaino sulle spalle (con le parole di Massimo Mantellini che mi risuonavano nelle orecchie).

Si parla da tempo dell’introduzione dei monopattini in alcune città italiane (ora pare Milano). Daccapo, bisognerà vedere come si integra con la vita delle città, e chi vince tra l’apertura all’innovazione e l’intolleranza al cambiamento (vedi Uber). Il tema dell’inadeguatezza delle regole di prima rispetto al mondo di ora è un tema affascinante da affrontare, con tutti i guai che comporta: si tratti di diritti d’autore online o monopattini per strada (è affascinante che le rivoluzioni tecnologiche ci abbiano riportato sui monopattini, pure: a conferma dell’impronta del gioco di cui parla Baricco). Ma se vi capita, provate e sappiate di cosa si parla: per capire tutte le cose avvenute negli ultimi trent’anni, è il modo migliore.

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