Michelucci Berardi Lusanna Gamberini Guarnieri Baroni

Mi è capitato coi miei figli, mi capita con diverse persone, di annunciare perentoriamente la bellezza della stazione di Santa Maria Novella, e di ricevere sguardi perplessi o meravigliati, nel migliore dei casi. E le mie insistenze ottengono solo richieste di spiegazioni di dove starebbe ‘sta bellezza: e io provo a spiegarlo, ma non mi vien benissimo, è una di quelle cose che le senti, che le vedi, guarda le linee, dico, guarda i dettagli, guarda la pietra, guarda il design, guarda i pannelli di legno e le insegne delle sale, guarda la cascata di luce, non la vedi, non la senti, oggi la bellezza?
(non mi fate parlare qui del vandalismo dei gates, non oggi)
Non ottengo grandi risultati, perché non ho mai studiato abbastanza, ma quelli che ottengo si devono in gran parte a Carlo Cresti, il mio professore di Storia dell’Architettura 2 a Firenze, che teneva un corso meraviglioso sull’architettura del periodo fascista, che rivelava a noi ignoranti le due grandi correnti opposte incentivate dal fascismo, quella monumentale piacentiniana e quella razionalista e internazionale, e ci diceva quale preferire sequestrandoci in racconti formidabili sulle vite dei protagonisti di tutto quello, tantissimi, nomi su nomi e storie su storie (poi finii a laurearmi con una tesi su una splendida colonia marina di Paniconi-e-Pediconi, Pediconi che fummo abbastanza fortunati da conoscere a casa sua a Roma): e smontando un luogo comune allora molto radicato sul fatto che qualunque cosa prodotta durante il fascismo dovesse essere una schifezza retorica. Cresti raccontava con enfasi e passione, guadagnando attenzione ulteriore dalla sua ineludibile somiglianza con Gastone Moschin (con l’accento fiorentino, per giunta), somiglianza dalla quale doveva essere un po’ annoiato.
Cresti è morto due mesi fa, l’ho letto solo in questi giorni. Qui ne scrive Franco Cardini. Presi 28, mi pare – non ho mai studiato abbastanza – ed è un esame a cui penso ogni giorno che metto il naso fuori di casa.

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