Di cosa parliamo

Della vergognosa figura fatta dagli strumentalizzatori politici della morte di un giovane carabiniere si è scritto a sufficienza – a sufficienza per mostrarne la vergogna, temo non abbastanza per evitare che si ripeta già domani – e qui aggiungo un’altra cosa (anzi due) che invece riguarda informazione e giornalismo. Che spero possa servire, nella tragedia, a indicare di cosa parliamo quando parliamo di prudenza nei titoli e nel dare le notizie. Questa è la prima news pubblicata ieri dal Post, e il passaggio sui possibili responsabili era limitato a questo.

Secondo le descrizioni della donna e del carabiniere sopravvissuto, i due autori dell’aggressione erano uomini di origine nordafricana

Appena si è capito con qualche certezza – all’una – che quella versione era sicuramente sbagliata, è stata corretta con le prime ipotesi sulla diversa nazionalità dei due accusati. Nel frattempo sui social network c’erano stati interventi come questo.

Lasciamo perdere il singolo caso, irrilevante. Serve a mostrare che dare il corretto rilievo con la cautela necessaria a una notizia, quando nessun altro lo fa, viene letto come la cosa sbagliata da fare e persino in malafede.
Tanta è poi la fiducia rimasta nei media più noti, che il fatto che il Post cominci a spiegare come stanno le cose viene letto da qualcuno – in evidente e cortese buona fede – persino come un possibile “refuso”.

E persino l’ex Presidente del Consiglio progressista, che in un suo primo tweet aveva riportato il termine “nordafricani” (senza nessun accenno di razzismo, nel suo caso), nello scusarsi e correggersi confessava di essersi affidato a “tutti i media”.

Si possono citare molte altre reazioni, ma queste bastano a dire due cose. La prima è che neanche il Post è stato abbastanza prudente: pur in una formula breve e marginale, ha detto una cosa che oggi non si capisce da dove sia uscita, e l’ha detta trascurando di fare quello che facciamo nella gran parte dei casi incerti, ovvero attribuirla alle fonti (alle fonti delle fonti, in questo caso: non solo alle testimonianze presunte, indicate, ma a chi le ha riportate).
La seconda è che però nei casi in cui l’esperienza insegna che ci sia sempre una certa confusione immediata che segue i fatti raccontati, e che ci sia sempre una quota estesa di sventatezza da parte del grosso dei media maggiori (e anche delle fonti di polizie e magistrature), si può decidere se un dato vada trattato con la misura di una riga a fine articolo o strillato in un titolo. L’una o l’altra cosa non capitano per caso, sono una cultura e una scelta.

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