Tecnicamente

Qualche anno fa scrissi una cosa per rispondere alla domanda stupida che circola frequentemente in bocca agli stupidi, a proposito di immigrati, stranieri, bisognosi in genere, quando qualcuno chiede che vengano aiutati: “Perché non li prendi a casa tua?“. Volendo implicare che, stupidi a parte, ci potesse essere qualcuno che si facesse quella domanda in buona fede, risposi in buona fede e ragionevolmente: non come adesso che ho fatto già volare due o tre “stupidi”, e ancora non ho finito.

In una riga in coda a quel post elencai un’ultima, sbrigativa, risposta alla domanda suddetta:

E tra l’altro, possono rispondere in molti, qualche volta li prendo a casa mia.

Naturalmente, la consueta dose di coglioni che circolano online (e anche offline, ma lì stanno più zitti, grazie al cielo, alla pavidità o al buon senso) ritenne di rispondere ancora ripetendo la domanda, o sostenendo che le mie spiegazioni fossero alibi o scuse. Quel post ha circolato ancora, in questi anni, e ancora capita.

(inciso: dico “coglioni” senza astio, è una definizione tecnica: una parola esiste nella lingua e ha un significato per essere usata con quel significato e indicare delle cose; se ne preferite un’altra, per definire chi dica e faccia grosse sciocchezze senza riflettere o sapere quello che fa, sostituitela senz’altro da qui in poi. Ci mancherebbe che poi qualcuno risponda “prof, Sofri offende!”, come alle medie)

Quella riga sbrigativa era il modo più discreto e sobrio di alludere al fatto che la domanda è proprio mal posta all’origine – e non bisognerebbe darle legittimità rispondendo “io li prendo, a casa mia” -, e gli esempi sono tantissimi: la gente li prende a casa propria. Tantissimi italiani veri, altruisti e generosi e perbene come gli italiani (non come quella macchietta di italiani disegnata da chi va predicando che l’italianità sia essere stronzi e fessi) ogni giorno si occupano “a casa loro” di immigrati, stranieri, persone bisognose, intanto che maniche di falsi italiani intasano i social network di insulti e ringhi, seduti sul paese tenuto in piedi da altri. E quei tantissimi italiani, siccome sono italiani veri, non vanno in giro a dire “siete delle merdacce” a chi li insulta e umilia, e non rispondono con la più semplice verità – “io ce li ho, a casa mia”, “ne ho avuti e ne avrò” -, perché sono italiani perbene e umili, e non gliene frega niente di personalizzare la questione.

Io lo sono meno, perbene e umile – ci provo, ma non mi riesce sempre – e racconto una cosa tra tante, quella che conosco meglio, a nome loro: durante la guerra in Bosnia un giorno mio padre mi chiamò da Sarajevo (dove viveva da un paio di anni, intermittentemente) e mi chiese di andare a Spalato a prendere un ragazzino che sarebbe venuto a stare da lui per un po’: siccome mio padre – come gli stranieri – non poteva uscire dalla città assediata, avrei dovuto occuparmene intanto io. Io andai a Spalato, trovai Fadil, lo portai a Pisa dove ancora vivevo con mia madre – a cui nessuno aveva chiesto e spiegato niente – e lo tenemmo con noi per qualche settimana. I miei amici di Pisa ci si affezionarono, lui si integrò rapidamente. Poi mio padre riuscì a tornare, io lo portai da lui, e Fadil visse con mio padre e Randi per più di due anni: andò a scuola a Firenze, poi finì la guerra e poté tornare in Bosnia.
Fine della storia, e di un esempio tra tantissimi: io feci ben poco, e non sento Fadil da molti anni; ci siamo incrociati affettuosamente su Instagram qualche volta di recente.
Questo e molto di più lo fanno ogni giorno tantissimi italiani: scrivo a nome loro. Lo stanno facendo adesso, mentre i tecnicamente coglioni twittano scemenze, senza rendersi conto di quanto poco sanno delle vite altrui.

Scrivo infine – e per questo scrivo oggi, perché abbiamo un buon esempio – a nome di Luciana Littizzetto: una dei tanti italiani che da anni si sono “presi a casa loro” persone, che se ne occupano personalmente in molti modi, e che ieri si è dovuta sentir dire questo da uno dei tecnicamente coglioni di cui parlavo (niente di personale, ripeto: “ho tanti amici coglioni”), che incidentalmente è diventato ministro dell’Interno.

Riflettendo su tanta coglioneria mi è venuto da pensare: ma quest’uomo, che non è capace di pensare a cosa sta scrivendo, che aizza gli sciocchi contro gli italiani perbene su Twitter, cosa fa personalmente di buono per gli altri? E mentre lo pensavo mi sono reso conto che stavo per diventare coglione, tecnicamente: che cosa ne so, io, di cosa fa di buono per gli altri? Magari ci sono persone con cui è generoso, magari ci sono sofferenze altrui di cui si cura, terremotati che ospita a casa sua. Parlerei di persone che non conosco, di vite che non conosco, con supponenza e ignoranza: rischierei di fare la figura del coglione, tecnicamente.

Altre cose: