Perché se ne parla tanto

Il grande investimento di racconto, analisi, polemiche, pareri, accuse, sociologie, che i media nazionali stanno facendo sull’incidente stradale di corso Francia a Roma ha generato addirittura un controdibattito con una sua più moderata intensità dedicato a “perché si sta parlando così tanto di un fatto di cronaca”: che a sua volta comprende due correnti, corrispondenti a due modi di intonare la domanda. Una la formula con indignazione e protesta, seccata evidentemente non tanto dalla dimensione della copertura – si tratterebbe eventualmente di informazione, può interessare o no, ma male non fa – ma dai toni e i modi con cui la storia è stata raccontata pur di affollare le prime e le altre pagine e i telegiornali tanto a lungo. L’altra corrente esprime la domanda per quel che è, cercando di capire come mai un incidente stradale – tragico e terribile, assurda anche questa cosa che si debba sempre dirlo – senza tratti giornalistici o sociali diversi da altri, che racconta come molti altri soltanto di quanto quotidianamente scellerato possa essere il nostro comportamento in relazione alle automobili, sia diventato la storia maggiore di questi giorni delle feste.

Tra i secondi, incollo qui sotto il parere di oggi di Gianluca Nicoletti sulla Stampa, perché mi sembra vada al punto per quanto riguarda i media, e senza dirlo implichi una cosa ovvia: dell’incidente non “si sta parlando” molto: ne stanno parlando molto i media, e questo orienta le discussioni comuni e pubbliche. Non c’è un sentire comune e popolare che si è mobilitato e incuriosito a un doloroso incidente stradale che tocca corde condivise: c’è una discussione pubblica che ancora oggi, nel 2019, è orientata in Italia dai media tradizionali (e mai “tradizionali” ebbe un senso più coerente, sembrano tempi da Domenica del Corriere), malgrado le loro palesi difficoltà economiche. È la ragione per cui, spieghiamo quando facciamo le rassegne stampa pubbliche del Post, un giornale online e con attenzioni che sarebbero differenti come il nostro, si dedica a raccontare e spiegare cosa c’è su dei mezzi di comunicazione ufficialmente in perdita di copie e declino; o si dedica, uno o due giorni dopo, a cercare di spiegare un incidente stradale e cosa se ne sa, perché è stato fatto diventare “la cosa di cui si parla”.

[Una] circostanza per cui ancora se ne parla potrebbe essere che, vittime e guidatore, appartengano alla tipologia media della maggior parte dei figlioli di chi ha la maggiore facoltà di decidere quale sia ogni giorno la notizia su cui continuare a lavorare. Non voglio dire che la maggior parte dei giornalisti sia geneticamente affine all’umanità stanziale di Roma Nord. Dico piuttosto che la maggior parte di chi determina il rango delle notizie è emotivamente più incline a sentire vicino alla propria equazione esistenziale la tragedia del Fleming, piuttosto che uno degli analoghi episodi di morti del sabato sera, che seminano di croci e fiori di plastica tutte le strade d’Italia.

E noterete come questa riflessione si attacchi a quella citata ieri di David Brooks a proposito della difficoltà di giornali e redazioni di entrare in relazione con altro da sé. È vero che i media “formano” e indirizzano le opinioni e gli interessi, e che molte persone altre hanno probabilmente parlato tra loro in questi giorni dell’incidente di corso Francia, a forza di sentirne. Ma l’impressione – dicono anche i numeri – è che ci si capisca sempre meno, tra chi fa i giornali e i telegiornali e chi li legge e li ascolta. E che ci si domandi “perché se ne parla tanto?”.

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