Ognuno nel suo piccolo

La replica di un antico dibattito, su Twitter (l’occasione insignificante è stata questa storia), mi tenta di mettere ordine sull’antico dibattito stesso: quello delle presunte maggiori responsabilità nella diffusione di informazioni e notizie da parte di chi sia professionalmente un “giornalista” rispetto a chi non lo sia.
Ora, la premessa è che io penso che “giornalista” sia un lavoro o un’attività puntuale, non uno stato dell’anima o una condizione eterna e identitaria: e che valga per i giornalisti il famoso aneddoto su Sartre (non so se sia vero, forse è una riduzione di questo).

Un giorno Jean-Paul Sartre, seduto a un caffè di Parigi, chiese a un signore che stava in piedi davanti a lui: «Chi è lei e che vuole da me?». «lo sono il cameriere» rispose il signore. «No – fece Sartre – lei non è un cameriere, lei fa il cameriere. Non si confonda a questo proposito».

Per essere ancora più chiari, credo che l’attività del giornalismo sia quella che ha spiegato una volta benissimo Jeff Jarvis, e che prescinde da cosa ci sia scritto alla voce “professione” sui documenti di chi la interpreta: “There are no journalists, there is only the service of journalism“.

Con queste premesse vengo al punto: il punto è se le persone che non siano per professione “giornalisti” siano meno responsabili delle conseguenze di quello che condividono, raccontano, pubblicano, rispetto a chi invece lo sia. Discussione tipica dei tempi da social network: e questo è già un fattore che anticipa le conclusioni. La discussione infatti nasce da quando le informazioni che chiunque di noi diffonde hanno la possibilità di raggiungere moltissime persone e con effetti rilevanti: prima le persone le ritenevamo lo stesso responsabili delle conseguenze di ciò che dicevano, ma il loro potere era più limitato e delimitato, e quindi erano sufficienti le definizioni di reati relativamente eccezionali come “procurato allarme”, “calunnia” o pochi altri, per tenerlo a bada.

Le responsabilità, infatti, si definiscono in base alle conseguenze, ai risultati: se io tiro un sasso in mare non sono responsabile di niente (niente di grave, diciamo: sono responsabile dei cerchi in acqua, dello spostamento del sasso, cose così). Se tiro lo stesso sasso, allo stesso modo, e centro un bagnante in mare, la mia responsabilità diventa più estesa e grave.
Questo per dire che le responsabilità si giudicano rispetto alle conseguenze dei propri atti, comprese le condivisioni sui social network: si valutano quantitativamente, non qualitativamente. Quando si valutano in base al ruolo, è proprio perché il ruolo aumenta le conseguenze: non per due pesi e due misure astratte. E le conseguenze di quello che raccontiamo in giro, che condividiamo, che pubblichiamo crescono sostanzialmente in base a due criteri: la quantità di persone che raggiungiamo e la nostra credibilità di messaggeri.

Il primo criterio, come si vede, non ha niente a che fare con la professione di giornalista: ci sono tantissime persone sui social network capaci di farsi leggere da moltissimi, più di tanti giornalisti. Una cosa annunciata da Fedez avrà conseguenze molto maggiori di una annunciata da un giovane cronista della Gazzetta di Mantova. Immaginate che l’uno o l’altro dicano su Instagram che il rispettivo cognato è morto per avvelenamento da Nutella, e ditemi di quale delle due cose sareste più preoccupati se foste l’amministratore delegato di Ferrero. Chi avrebbe maggiori responsabilità per il crollo delle vendite della Nutella: il giornalista o Fedez? E se il post su Instagram dell’uno o dell’altro viene condiviso da un giornalista e da un non giornalista, il primo è responsabile della sua diffusione e il secondo no?
Certo, è un esempio di divario estremo, come gli esempi utili a spiegare che “dipende”: ma sarete d’accordo che quindi non esiste un’asticella – un tesserino da giornalista – sotto la quale sei irresponsabile e sopra la quale sei responsabile. Dipende.

Il secondo criterio, invece, può riguardare la professione di giornalista: in quanto tale, ci viene da pensare, ha una credibilità maggiore rispetto a persone che fanno altri lavori. Ma non è così vero: intanto sono tempi in cui la credibilità dei giornalisti è molto sfarinata, con fondate ragioni; poi noi tendiamo a credere – è successo persino in politica – più alle persone che conosciamo che non a quelle che avrebbero competenze professionali (“mi ha detto mio cugino”); infine tendiamo spesso a credere di più a figure che abbiano curriculum pubblici o professionali diversi da quello del giornalista (ieri sulla meningite nel bergamasco in molti hanno lodato l’intervento di uno studente di medicina rispetto a quello che dicevano i giornali). Molti di noi poi credono a Fedez, o ad altri personaggi che stimano, estendendo la stima a quello che dicono in genere.

Morale della favola: come si vede le variabili che influiscono sulle conseguenze di ciò che si dice, che si pubblica o si condivide comprendono solo marginalmente e parzialmente l’eventuale professione giornalistica di chi dice, pubblica o condivide. Oppure la comprendono indirettamente: è ovvio che se Lilli Gruber dice una cosa, quella cosa raggiunge una montagna di orecchie; ma perché la dice in prima serata su La7, non perché ha il tesserino in tasca (quello ce l’ha anche il giovane cronista della Gazzetta di Mantova).

Se si fa cadere distrattamente una cicca nel bosco, si rischia l’incendio che si faccia il vigile del fuoco o l’impiegato in Microsoft. La differenza con il contesto di cui stiamo parlando è che lo sanno tutti cosa succede a buttare una cicca nel bosco: e appunto, sarebbe il caso che lo sapessero tutti cosa succede a far circolare distrattamente informazioni false.
(non ditemi che il comportamento del vigile del fuoco è più riprovevole: certo che lo è, sono ormai decenni che “riprovo” i comportamenti dei media tradizionali nella disinformazione circolante; ma non stiamo parlando di questo, stiamo parlando della pretesa irresponsabilità dei “non giornalisti”, e del volere ignorare le conseguenze dei nuovi poteri e libertà digitali di ciascuno; non stiamo giudicando le persone, stiamo valutando – senza fare gli struzzi – le conseguenze dei loro atti).

(ehi, quella degli struzzi è un falso: lo può scoprire chiunque, giornalista o no) 

A questo punto la reazione dei “non giornalisti” è di solito questa: «ok, ma che ne so io? Mica posso verificare tutte le cose che trovo sulla mia timeline prima di condividerle e farle circolare ancora di più!». Se volete la mia – ed è capitato anche a me di non pensarci abbastanza: ma provo a stare attento – la risposta è: pensarci molto, stare attenti, sapere di chi e cosa fidarsi, non farsi bastare che le cose ci piacciano (o ci allarmino) per pensarle vere, per volerle (per temerle) vere.
Oppure potete fregarvene, rivendicare – con ragione, per carità – che è tutto troppo difficile e spaesante, e dire “mica sono un giornalista!” o “e che sarà mai!”: ma è un alibi, sappiatelo. Siete parte della diffusione delle informazioni e dell’idea che gli altri si fanno del mondo e delle cose. Per quanto voi vi crediate assolti, eccetera.

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