Sul lavoro dei giornalisti

In questo apparentemente sterile passare dei giorni a scorarsi del peggioramento del dibattito pubblico e delle reazioni prevalenti alle cose che succedono, studio con curiosità i sentimenti delle persone che per lavoro fanno i giornalisti: per capire, nella parte di discussione che riguarda la responsabilità di molta cattiva informazione contemporanea, come si pongono nei confronti della propria eventuale, di responsabilità e complicità, o del proprio ruolo o rapporto con quello che fanno. Che pensieri fa, ognuno, sul proprio navigare sopra navi che speronano barchette e gettano rifiuti in mare (non fanno solo questo, naturalmente), a volte tenendo anche il timone.

Ho letto quello che alcuni scrivono, ho parlato con altri: un mese fa ho discusso pubblicamente con un amico che fa il giornalista, il quale sosteneva – in modo che a me pareva molto incoerente – l’importanza del ruolo educativo della scuola come antidoto possibile al peggioramento della convivenza civile, e però negava che un ruolo educativo del genere dovesse averlo l’informazione. Implicando ovvero che la nostra educazione così importante debba diventare autosufficiente appena usciamo dalla scuola dell’obbligo: “io non devo dire alle persone cosa devono pensare”.

Da questo e altri casi, mi pare di poter concludere – generalizzando, lo so – che ci sono due modi maggiori di intendere il ruolo del giornalismo, per chi lo pratica, entrambi con una loro nobiltà di argomento (trascuro quelli ignobili, non stiamo parlando di quelli): uno implica una volontà e un’idea di poter cambiare in meglio le cose con quello che si fa, l’altro pensa – ma lo pensa con molto disincanto, di solito – che le cose cambino magari grazie a quello che si fa, che è però limitato a raccontare, esporre, mostrare le cose. E che non è migliorare il mondo, il suo compito: il suo compito è “informare”, punto.

Guardate, non voglio giudicare chi abbia ragione, né vorrei portarvi su questa china: è chiaro che il primo approccio suoni più apprezzabile, ma è anche molto comprensibile – non a caso prevale spesso col passare degli anni – il realismo consapevole del secondo. I giornalisti che si occupano quotidianamente e soltanto di politica ne sono i maggiori titolari, per esempio: frequentandola ogni giorno sono i primi ad affrontare quel contesto come altri loro colleghi affrontano i box della Formula Uno o le sfilate di moda. Racconti un ambiente, ne fai la telecronaca, ogni giorno daccapo, perché ad abbastanza lettori interessa: informi. Ma dove porti e cosa cambi quello che stai facendo, non è una cosa del tuo lavoro: il tuo lavoro è fare bene quella cosa lì, con l’idea di “bene” che ognuno può avere ma che in gran parte discende da quella del giornale per cui lavori e con cui ti senti quasi sempre solidale. E se ti guardi in giro e vedi quel che vedi, beh, ti vaccini molto sulle opportunità che le cose migliorino.

Ci sono due temi che sembrano nuovi e più contemporanei, che si applicano su questa ambivalenza della professione: di uno ha scritto ieri David Brooks sul New York Times, ed è la attualissima difficoltà a comprendere e spiegare le reazioni delle persone al di fuori della propria bolla, in un tempo in cui le reazioni ai fatti pesano sul dibattito pubblico e sulla politica più dei fatti stessi.

We in the media will continue to cover events, which, of course, is absolutely necessary. But with some noble exceptions (I’m thinking of Thomas Edsall of The Times and Ronald Brownstein of The Atlantic), we underreport on how meaning is made in different subcultures. You can’t make sense of reality without that. Often we throw up our hands: “Can’t these people see the facts?!?” I’m as guilty as anyone.

Un altro è la deriva emotiva del giornalismo contemporaneo, soprattutto, in Italia, di cui abbiamo parlato altre volte.

l’inclinazione non a dare informazioni ma a dare “emozioni” già precostituite: neanche a “suscitarle”, ma a decidere a priori quali debbano essere, a predefinirle e a far prevalere l’emozione sul fatto, scegliendo e indicando per ogni fatto l’emozione relativa, come da un menu

Oggi, a proposito dell’incidente di corso Francia, ne ha scritto Cristiana Alicata – ma è una cosa che stanno considerando in molti – per dire come ancora anche stavolta ci sia un camminare vicini del giornalismo e della politica anche nelle derive peggiori: in questo caso per coinvolgere noialtri lettori, elettori, pubblico, lavorando su emozioni, simpatie, appartenenze, antipatie, risentimenti, frustrazioni, adrenaline (non è una cosa nuova: il giornalismo italiano è sempre stato “divertente“, ma è diventata prioritaria e ineludibile). Ancora Brooks:

As Jonathan Rauch suggests in the current issue of National Affairs, ideological polarization is not on the rise, emotional polarization is on the rise. We don’t necessarily disagree more. We perceive our opponents to be more menacing. We see more fearfully.

Secondo Brooks c’è un problema di estraneità e non comprensione degli altri milioni di persone, che mi pare sia lo stesso che riguarda i progressisti in genere, non solo i giornalisti. Se torniamo al paragone di prima, in effetti, io per esempio penso che il ruolo dell’informazione sia esattamente di proseguire quello della scuola quando le persone diventano adulte – aiutare a capire e sapere le cose per vivere meglio insieme – e che proprio per questo ci sia bisogno di grande sintonia e sensibilità nelle comunicazioni e negli scambi (per chi si irrita su questo punto, rimando qui). Ma vedendo le sincere reazioni deluse e scandalizzate di molti bravi giornalisti nei confronti di come è stato usato e salvinizzato l’incidente di corso Francia da parte di diversi giornali, mi pare ci sia anche un problema di convivenza e tensione tra chi cerca di fare bene il proprio lavoro – che lo interpreti con speranza o con disillusione rispetto al miglioramento del mondo – e quello che gli sta intorno, la cultura inerziale delle redazioni: tensione che al momento non mi pare stia generando proficui progressi, che è quello che in molti vorremmo creare invece di stare sempre solo a lamentarci e criticare.

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