Storia di un tweet qualunque

Tre giorni fa ho scritto un tweet, sbrigativo e insignificante, di quelli che se solo ci pensi dieci secondi in più ti dici “ma che bisogno c’è?”, e lo cancelli. Capita spesso, invece stavolta ho usato twitter in quel modo lì, di dire una cosa che ti viene in mente, come ad alta voce.
Credo che sia diventato il mio tweet più commentato di sempre: ora ha più di 4mila like e soprattutto 1100 risposte. Ed era davvero un tweet scarso, una battuta terra terra: quindi non ne vado granché fiero. Ma quello che gli è successo è interessante e istruttivo, almeno per me.

Il tweet nasceva da una mia divertita meraviglia per la faccia tosta con cui i due destinatari delle critiche di Conte durante il suo intervento in tv di venerdì avevano fatto gli scandalizzati e le vittime rispetto a tali critiche, e per l’ipocrisia di chi si era accodato. Del merito della questione (il MES, la sua genesi) mi interessava poco: trovavo buffo che ci si indignasse – in un paese in cui la polemica aggressiva e offensiva ha rimpiazzato la politica quotidianamente, e soprattutto in televisione – perché Conte (leader delle cui qualità politiche diffido da parecchio) avesse risposto a delle critiche ricevute dal governo, dando ulteriori spiegazioni piuttosto concrete ed esposte con efficacia dialettica, salvo una svista insignificante di anno. E citando chi quelle critiche aveva promosso e la apparente fragilità dei suoi argomenti.
Poi, ripeto, chi abbia ragione è un altro paio di maniche: ma la modalità piagnona “maestra, Conte offende!”/”ehi tu, hai detto a me?”, assunta da chi fa volare stracci ogni mezz’ora o dagli organizzatori mediatici del volo degli stracci, è davvero ridicola.
(no, ve lo dico, mi fa ridere anche “era nel suo ruolo di capo del governo mentre parlava per il paese bla bla bla”, visto che rispondeva a un attacco subito dal governo mentre lavorava per il paese, ma non voglio partecipare ulteriormente alla sopravvalutazione di questa sciocchezza di polemica: torniamo al tweet, a prescindere).

E insomma ho scritto questo tweet su una cosa che penso tuttora, ma scegliendo un meccanismo ironico veramente povero, il minimo sindacale: quello che in una spettacolare giornata di sole come oggi ti farebbe dire “certo, meno male che piove sempre, in questi giorni che dobbiamo stare a casa”. Oppure “proprio una bella gita di Pasquetta, quest’anno”. Nessuno commenta, tu l’hai detta, e fine.

Non bastasse la palese incoerenza della frase (“sono cose che non si fanno”, che un politico attacchi in tv degli avversari, in loro assenza? nessuno potrebbe dirlo realisticamente), per evidenziare il paradosso uso il trombonissimo termine “vergogna” e ci metto davanti un “davvero” ad aggiungere artificiosa enfasi da “signora mia”. Ora voi potreste dire che se in effetti avessi premesso “signora mia” l’ironia sarebbe stata ancora più evidente (ma non si sa mai): e però avrei usato una formula banale, noiosa e inflazionata anche nelle sue forme ironiche; e poi l’ironia è efficace proprio perché si tiene su un equivoco tra il vero e falso (su cosa sia l’ironia rispetto ai significati sbrigativi che le vengono attribuiti rimando qui); se non suona come se potesse essere vera malgrado il contenuto palesemente falso, non funziona più.
(per ulteriore chiarezza ed esempio: Gianrico Carofiglio ha scritto la mattina dopo un tweet praticamente uguale – con maggior cura – e gli stessi accorgimenti)

Che è la stessa ragione per cui quando si riesce è meglio evitare di mettere faccine o #sischerza (a meno di non voler dare un’accezione ironica anche a queste): se no è come spiegare le barzellette (“l’hai capita? fa ridere perché lui prima… e invece poi… eh? eh?”) o mettere le risate finte nelle sitcom. Punto 23 da un vecchio manuale.

Ma insomma tutto questo era la premessa che non avrei mai pensato di spiegare, per la ragione appena citata. La parte interessante è quello che è successo dopo (che è successo similmente, vedo, al tweet di Carofiglio): che non è tanto che una quota di persone non abbia capito l’ironia e abbia pensato che io seriamente sostenessi che è inusuale attaccare in tv gli avversari politici. Quello era in conto: su Twitter non si scrive per tutti, soprattutto le battute, o gli ammiccamenti (io non capisco diversi tweet di persone che seguo, anche amici: va’ a sapere cosa implicano). La parte interessante sono la dinamica e i tempi con cui questa incomprensione si è sviluppata e distribuita tra le quattro reazioni possibili: realizzare l’ironia (e condividerne il senso, oppure protestare per il senso) oppure non accorgersene (e quindi condividere il senso opposto, oppure protestare per il senso opposto). Perché nelle prime ore dopo il tweet è sembrato che la gran parte delle reazioni fossero in sintonia col tono e capaci di percepire il paradosso: e anzi molti si sono generosamente affrettati a indicare l’equivoco ai pochi che prendevano la formulazione sul serio, e alcuni di questi ultimi si sono persino scusati (mi scuso io con loro: so che poche cose sono imbarazzanti come sentirsi quelli che non hanno capito la battuta).

Poi, col passare delle ore e adesso dei giorni, i numeri del tweet e le reazioni ne hanno probabilmente amplificato l’eco e prolungato il percorso, e il tweet ha progressivamente cominciato a raggiungere un sacco di persone che manco sanno chi sia io – giustamente -, figuriamoci i miei toni e linguaggi o l’abitudine all’ironia di una mia ristretta bolla di amici e conversatori su Twitter, e si sono trovate davanti una frase che per alcuni criticava il loro odiato Conte, per altri sfotteva i loro odiati Salvini e Meloni, per altri ancora criticava il loro amato Conte e infine per gli ultimi sfotteva i loro amati Salvini e Meloni (si ottengono ulteriori subclassi se si separano i fan di Salvini da quelli di Meloni). Con un groviglio di reazioni che è diventato inestricabile (i 4000 like sono perché l’hai capita o perché non l’hai capita?), ma in cui evidentemente è diventata maggioranza la quota di chi prendeva quella frase letteralmente, con plauso o protesta che fosse.

Certo, è una cosa abbastanza comprensibile e pure prevedibile, una versione contemporanea del telegrafo senza fili in cui con i passaggi non cambia stavolta il messaggio ma la capacità di intenderlo del destinatario: ma vederne dispiegato il meccanismo con numeri di qualche rilievo è interessante e istruttivo. Non che porti a concludere che ci volesse la faccina o ci volesse calcare di più la mano sul paradosso, o insomma a dirsi “diavolo, un sacco di estranei non mi ha capito”: non si parla mai a tutti, su Twitter soprattutto, e in alcuni casi non ha nemmeno senso provarci. Rivista al microscopio come sto facendo con questo post davvero ridondante, da giorno di festa (“proprio una bella gita di Pasquetta, quest’anno”), questa piccola reazione a catena (mi immagino cosa succeda a quelli che hanno enormi quote di follower) racconta soprattutto che la battuta era banale, uno sfogo evitabile, ma anche che cercare il consenso universale è piuttosto difficile, se non impossibile, e forse persino sbagliato: e questo spiega anche perché a una parte di noi la comunicazione social di certi che esibiscono tegami e rosari sembri imbarazzante ma intanto quelli salgono nei sondaggi.
Al governo del Paese serve davvero chi vuole bene alla Madonna e ama il buon cibo, non so perché non lo capiscano tutti.