In cerca delle ragioni per il No

Da qualche giorno volevo scrivere una cosa sugli argomenti della campagna sul referendum, su cui continuo a non avere un’opinione, né so cosa andrò a votare o se andrò. Proprio per queste ultime ragioni mi dicevo anche “e voglio quindi finire a litigare con gli uni e con gli altri per una cosa su cui nemmeno so cosa penso?”: e allora rimandavo a se e quando fossi stato più convinto delle poche cose che avevo in testa.

Poi stamattina è successo che Repubblica abbia pubblicato due dichiarazioni di voto opposte e molto interessanti, rispetto alle poche cose che avevo in testa.
Una è un’intervista a Billy Costacurta, fatta da Concetto Vecchio, di ammirevoli equilibrio e chiarezza.

Volevo chiederle come vota al referendum.
“Voto No”.
Perché?
“Non voglio vedere le facce di Di Maio e Toninelli trionfanti”.
Un No politico?
“Penso che la riforma del taglio dei parlamentari abbia al suo interno cose buone, ma anche molte non condivisibili. Tuttavia non è una riforma epocale. Non cambia le nostre vite”.
Nella sua cerchia come si schierano?
“Non frequento né fondamentalisti di sinistra né di destra. Le opinioni sono più o meno divise”.
Come vota sua moglie, Martina Colombari?
“Mi sembra orientata per il Sì, ma deciderà all’ultimo. Forse alla fine riuscirò a portarla dalla mia parte. Del resto non ama i grillini nemmeno lei”.

E c’è dentro tutto, in poche brevi risposte: la sincera e prevalente ragione per votare No, il rispetto per le ragioni del Sì, la moderazione sulle conseguenze della riforma, l’idea che solo i fondamentalisti abbiano pareri drastici e “schierati”, la serena lucidità sul fatto che possa essere ragionevolmente per il No o per il Sì anche chi stimi, e ami persino.
Avercene, di commentatori con questi approcci.

Poche pagine dopo c’è invece un commento di un commentatore professionista, il giurista Michele Ainis. Il quale prende le distanze dalla linea del giornale e annuncia perché voterà Sì: e soprattutto smonta molto le ragioni del No. In sintesi: spiegando come sia fragile l’obiezione sul fatto che la riforma su cui esprimersi sia troppo circoscritta (così dovrebbero essere sempre i referendum), e alludendo alla contraddizione di chi contestò nel 2016 riforme troppo stravolgenti e contesta ora riforme troppo limitate; e spiegando, a chi obietta che la riforma imporrebbe altri interventi, che il lavoro del parlamento è proprio decidere quegli interventi in casi come questo.

Dopo di che, certo: se passa il taglio, serviranno altri interventi. Sui regolamenti parlamentari, per esempio, sforbiciando un po’ di commissioni. Ma è un’inversione logica condizionare la Costituzione alle leggi sottostanti. E non ha molto senso giocare all’uovo e alla gallina, discettando sulla primogenitura. Anche le nuove leggi elettorali si tirano dietro l’esigenza di ridisegnare poi i collegi, eppure non abbiamo mai esitato a farle e disfarle come un Lego. Ne scriveremo ancora un’altra, per renderla coerente alla riforma. Altrimenti quella in vigore diverrà incostituzionale, e allora dovrà pensarci la Consulta.

E infine, in questo in totale sintonia con Costacurta, Ainis cita l’argomento più forte – lo è – dei sostenitori del No.

Qual è, dunque, l’obiezione? Gira e rigira, una soltanto: non darla vinta ai populisti. Ma il loro successo durerà tre giorni, la Costituzione – si spera – altri trent’anni.

Ecco, è l’unico argomento che trovi in effetti convincente anch’io, come Costacurta: ma vorrei molto resistere al voto “contro”, che è uno degli approcci che hanno devastato il buon funzionamento della democrazia in questi decenni; e vorrei resistere al ricatto che vuole mettere la cialtroneria populista al centro delle mie scelte.
E siccome dopo averne letto assai ho la sensazione che l’argomento invece della “rappresentanza” sia nei fatti debole, affrontabile, e in gran parte costruito a valle da alcuni sostenitori del No per confortarsi e raccontarsela, la domanda che mi faccio è: ma cosa mai succederà di grave se riduciamo il numero dei parlamentari, riforma che viene proposta e auspicata da anni da molte parti e anche da alcuni suoi attuali detrattori, e cambiamo qualcosa del funzionamento di un sistema politico e istituzionale dei cui risultati pratici ci lamentiamo e ci diciamo delusi ogni giorno da anni?
In che guaio devastante ci andremo a mettere, con un parlamento di numeri bassi ma simili a quelli di altri paesi democratici?

E non è una domanda retorica: ma io finora risposte convincenti – allarmi vaghi e ipotetici molti, insofferenze per i proponenti anche di più – non ne ho lette.

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