La speranza della marmotta

In questo grande giorno della marmotta in cui siamo finiti, in cui tutto si ripete inesorabilmente uguale ed eravamo convinti che fosse già successo e passato, si sta già più a casa, si guardano le foto di Parigi deserta, si fanno pensieri, si cerca di non rifare proprio proprio gli stessi, si scrivono post sui pensieri e le impressioni. Sotto casa mia poca gente, poco traffico, domenica mattina forse, forse più domenica mattina di altre.

Il primo pensiero riguarda quanto siamo facilmente influenzabili nei giudizi e nelle sensazioni da quello che ci circonda immediatamente, sia nello spazio che nel tempo, e come perdiamo di vista le cose ragionevoli che sono appena un po’ più in là: non le prendiamo proprio in considerazione, non le vediamo.
Non ci si meraviglia che abbiamo pensato per secoli che la terra fosse piatta (e che alcuni lo pensino tuttora): e che dovevamo pensare?
Siamo stati dentro un’emergenza spettacolarmente travolgente e tragica a marzo e ad aprile, l’abbiamo vista, ne abbiamo letto e sentito, abbiamo visto le bare, e ci siamo convinti che fosse la fine del mondo o quasi. Abbiamo detto cose grosse, “niente sarà più come prima”, “ne usciremo migliori”, “è l’occasione per cambiare tutto”. Abbiamo rinfacciato tutto a chi aveva sottovalutato.
Ci siamo figurati l’estate, vicina di pochi mesi, e ci siamo detti “sarà incredibile, sarà diversissimo, come faremo?”: abbiamo immaginato plexiglass sulle spiagge, si sono fatti rendering; ci siamo detti che avremmo lavorato tutti normalmente ad agosto, per recuperare tempo e denari. Era cambiato tutto.

Poi le cose sono migliorate, siamo usciti dal lockdown, abbiamo ricominciato a fare quasi tutto, con cautele e mascherine, e siamo andati in vacanza, e siamo andati in spiaggia, e tutto quanto.Problemi tanti, per tanti, ma tutto un altro stato d’animo rispetto a marzo: molta “normalità”. Di tutto quello che avevamo detto di cambiare sono rimaste alcune ciclabili. Abbiamo cominciato a leggere – e a pensare – che ci fossero progressi, il virus meno pericoloso, la seconda ondata non scontata. L’economia che avrebbe recuperato un po’ a fine anno, con le feste. Abbiamo rinfacciato a chi aveva esagerato. Poi siamo tornati dalle vacanze e le cose peggioravano negli altri paesi, ma da noi no. E a cosa abbiamo creduto, a quello che succedeva un po’ più in là ovunque, ed era successo anche a noi appena sette mesi fa, o a quello che vedevamo immediatamente intorno, qui e ora?
Alla seconda, e ci siamo detti: bravi. Siamo stati bravi. Certo, è anche che avevamo preso un bello spavento, non tutta bravura, ma grazie a quello da noi è meglio. E sai che questo governo, e Conte, e pure Speranza… Persino Azzolina! Così ci siamo detti, fino ad appena due settimane fa.

E adesso, nel giro di due settimane, stiamo terrorizzati e che prevediamo lockdown a Natale, e lo shopping e le feste rivoluzionati, azzerati. Stiamo rinfacciando a chi aveva sottovalutato (con discrete facce toste, in alcuni casi). Stiamo dicendo bravi un corno, è colpa di tutti quelli scellerati. E il governo non ha fatto abbastanza: incapaci. E in questo giorno della marmotta, contemporaneamente, non prendiamo ancora decisioni articolate e lungimiranti, basate su ragionevoli osservazioni di orizzonti maggiori, ma le aggiorniamo di giorno in giorno una piccola misura alla volta, spostando ogni tre giorni le lancette delle chiusure, cambiando i dipiciemme, sperando che qualcosa di divino o misterioso scongiuri che succeda quello che abbiamo già visto succedere. La speranza è l’ultima a morire è una formula che siamo abituati a usare in positivo, una bella immagine promettente: quest’anno invece – dai ritardati lockdown di tutti i paesi del mondo da marzo in poi – sta assumendo il senso di una specie di mostro che non si riesce ad abbattere con la ragione, che non vuol saperne di morire. L’invincibile speranza che magari succederà qualcosa e le cose non andranno così, e non ci sarà bisogno. Che magari invece la sfanghiamo senza decisioni traumatiche immediate: è normale pensarlo, lo abbiamo già fatto otto mesi fa. È la speranza della marmotta.

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