La storia dei teatri

Il dibattito sulle questioni della cultura in Italia, nato in seguito alle reazioni alle chiusure di teatri e cinema ed eventi, potrebbe avere sviluppi interessanti. Non credo che li avrà. Figuriamoci. Siamo un paese in cui l’espressione “servizio pubblico” – e lo svolgimento di questa funzione da parte di un ente enorme e potente, pagato dalle persone – è da molti anni sinonimo quasi esclusivo di “intrattenimento” ed è una priorità minima di quell’ente, senza parlare della qualità con cui viene espletata. In questi giorni escono interventi di persone nobili e colte nelle pagine di alcuni quotidiani, letti da pochi lettori: tutti questi momenti benintenzionati e autoreferenziali andranno perduti nel tempo. Tipo una settimana.

Però c’è un’altra cosa di cui stiamo discutendo, ed è una pandemia e le misure di protezione che stiamo applicando a molte attività, e mi permetto di dire che non sono tollerabili in un dibattito serio le versioni e gli slogan che sostengono che la scelta delle chiusure sia una questione che riguarda solo la cultura o chi ci lavora, e non abbia nessuna efficacia o lungimiranza. Lo ha fatto pure Matteo Renzi, ieri: cito lui un po’ maramaldescamente, consapevole che lo difendono in pochi, ma il discorso è stato fatto anche da più popolari “protagonisti della cultura”.

Ecco, “non ci saranno meno contagiati” è una fesseria, da dire. Certo che ci saranno meno contagiati. Con qualunque limitazione ai contatti ci sono meno contagiati, figuriamoci diminuendo la mobilità e la vicinanza di centinaia di migliaia di persone dirette agli eventi in questione. Implicare che di queste misure sia da discutere solo il danno per la cultura o per chi ci lavora è una truffa dialettica e una scelleratezza demagogica: che trasforma in prepotenza capricciosa una scelta di prevenzione di cui beneficia potenzialmente il paese intero. Ed è altrettanto ingenuo o in malafede chi opponga l’argomento che i luoghi degli spettacoli ed eventi sono sorvegliati e sicuri: lo dico da organizzatore di due eventi nelle prossime settimane che sono stati entrambi cancellati (uno rimandato, l’altro spostato online), spiacevolmente. L’obiettivo di queste chiusure e di queste cancellazioni è incentivare le persone a stare a casa, che è una priorità: a uscire meno, ad attraversare meno ulteriori luoghi e occasioni di contagio, a non usare i mezzi pubblici, a non trovarsi nelle mille situazioni di rischio che conosciamo benissimo e per cui stiamo dicendo da mesi di essere prudenti. La “battaglia contro i teatri” non esiste: esistono interventi che in mille settori stanno cercando (maldestramente e goffamente, condotti da un governo poco capace) di diminuire le occasioni di contagio. Certo che lo fanno male e un po’ a casaccio; certo che ci sono incoerenze, e che la più spettacolare e che richiederebbe indignazione vera è quella dell’apertura delle funzioni religiose (frequentate da anziani, peraltro); ma questo non significa che chiudere teatri e cinema (e ristoranti la sera, e fare la scuola a distanza, eccetera) non serva a niente. Dirlo è arrogante, o ignorante. Tutto serve, a qualcosa: e le scelte si prendono commisurando rischi e benefici. Non sostenendo che non esista nessun beneficio.

Su questo, tra l’altro, circola un dato propagandistico assurdo ma molto ripreso. Lo cito come è stato comunicato dalla prima fonte, AGIS.

11.10.2020 – Su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati tra lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze per ciascun evento, nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) ad inizio ottobre, si registra un solo caso di contagio da Covid 19 sulla base delle segnalazioni pervenute dalle ASL territoriali. Una percentuale, questa, pari allo zero e assolutamente irrilevante, che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri.
E’ quanto emerge da un’indagine elaborata dall’AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo su un campione interamente rappresentativo della pluralità dei generi e dei settori dello spettacolo dal vivo e che copre tutto il territorio nazionale.
Uno studio che, grazie all’APP IMMUNI, ha individuato un solo “caso positivo”, e che in seguito ad accertamenti sanitari ha certificato la negatività di tutti gli spettatori entrati in contatto con lo stesso.

Ora, tutti voi che avete condiviso e ripetuto questo numero, perché vi suonava molto “teatrale” – un solo caso! -, davvero in questi otto mesi non avete imparato a rifletterci e giudicarlo? Vi pare possibile individuare con esattezza – con tanta esattezza matematica – i luoghi di contagio di ciascun singolo individuo? In molti casi si fanno ipotesi, o si aggregano dati per definire focolai, ma ci sono migliaia di persone positive che non sanno ovviamente ricostruire come e dove siano state contagiate. Agis invece dice di sapere che 347.261 persone non si sono contagiate agli spettacoli: lo fa parlando di “segnalazioni alle ASL” e della app Immuni. Quali siano le segnalazioni alle ASL che indicano se uno è stato contagiato al cinema proprio non lo capisco (quello che avviene è che riferisca i diversi luoghi che ha frequentato, per allertare i contatti possibili). Quanto alla app Immuni: quando questo “dato” è stato diffuso Immuni aveva individuato circa 800 casi su tutto il territorio nazionale dalla sua introduzione; se anche Immuni conoscesse la localizzazione geografica dei contatti (non la conosce), e se anche fosse in grado di estrapolare dalla localizzazione geografica del contatto un’informazione sul fatto che in quel luogo si tenesse un evento culturale (figuriamoci), e se anche fornisse questo dato ad AGIS (non potrebbe) e tutta questa serie di fantasie si risolvesse in “un solo caso”, stiamo parlando di uno strumento – Immuni – che aveva individuato in generale un contagiato su seicento, in quel momento.

E tutto questo gira da giorni, condiviso dai più candidi condivisori online e pubblicato dai giornali. Con alcuni elementi paradossali: oggi il Corriere cita il dato su “un solo caso”, assumendo il solito lavoro di inerme megafono a qualunque cosa, e poche pagine dopo ha un articolo intitolato “Scala, sono 21 i positivi”.

Facciamolo, un dibattito sulla cultura in Italia, senza fuffa retorica e senza velleità inconsistenti: siamo un paese per un quarto nel 2020 e per tre quarti nel 1981, anche culturalmente, ne abbiamo piuttosto bisogno. Ma non c’entra niente con le prudenze sulla pandemia.

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