Cosa sarà bene, cosa sarà male

Le elezioni del presidente degli Stati Uniti hanno ricadute che riguardano il mondo intero ed è una banalità, da dire. E sono anche una grandissima storia, avvincente come un film e con personaggi familiari al mondo: ma vera, e con una montagna di storie accessorie. Sono due ragioni che rendono normale e ovvio che la stampa di tutto il mondo le segua con grande impegno e spazio, e anche quella italiana.
Ma naturalmente sarebbe fuori misura che i giornali di altri paesi, e italiani, pubblicassero gli endorsement che invece escono su molti giornali americani (giornali americani che peraltro in queste settimane stanno discutendo molto degli stessi endorsement, chiedendosi se abbiano ancora senso, se abbiano dei rischi, e constatando la loro assai diminuita rilevanza ed efficacia). Un endorsement ha due ragioni maggiori: una è di prendere una posizione su un tema di grande attualità e argomentarla, come qualunque altro articolo di commento; l’altra è l’ambizione di poter dare ulteriori informazioni ai lettori e orientare il loro voto verso un risultato che il giornale auspica (per alcuni giornali può anche essere un semplice lisciare il pelo ai propri lettori, certo). Ed è improbabile che un giornale italiano orienti il voto degli elettori americani.

Però l’altra ragione di un endorsement resta valida per qualunque giornale, anche se da sola non basta a quello che chiamiamo un endorsement. E questo post infatti non lo è: però è una presa di posizione argomentata su un tema di grande attualità, che ci è sembrato utile comunicare apertamente dato il contesto strano che ci sembra di notare nell’osservazione delle cose da qui.
Accantonata la questione endorsement, infatti, fa impressione il distacco apparentemente indifferente al risultato con cui l’informazione italiana maggiore sta raccontando gli sviluppi della campagna elettorale americana, col freno tirato su giudizi o auspici che invece esprime su quasi ogni altra cosa avvenga. Come se fosse intimorita – un’informazione spesso molto partigiana, pur con partigianerie ondivaghe – dal rischio di augurare un risultato che possa non verificarsi. Come se fosse paurosa di perdere e fare poi la figura degli sconfitti davanti ai lettori o – ansia maggiore ancora – davanti ai social network. Questa prudenza suona poi ulteriormente strana per chi giudica la presidenza Trump una palese catastrofe per quello che è stata finora e una doppia catastrofe per quello che potrebbe essere: nella gestione delle questioni razziali, nella gestione dell’immigrazione, nella gestione dell’emergenza sanitaria, nella gestione delle istituzioni; nei modelli di relazioni con gli altri, nel peggioramento della convivenza civile tra i cittadini americani e nello sfaldamento dei principi, degli ideali e di ciò che è più prezioso e condiviso della storia degli Stati Uniti. Nel peggiorare gli Stati Uniti e i suoi abitanti. Per chi pensa questo, e per chi trova questo indiscutibile e quasi superfluo da elencare, che qui da noi la contesa venga invece trattata come si tratterebbe un’avvincente finale del Super Bowl tra una squadra di Dallas e una di Miami, fa un po’ impressione. Che tra la vittoria di un presidente scellerato e quella di uno non scellerato (qualunque altro giudizio se ne abbia) non emerga nessuna preferenza, e che nessuna analisi definitiva di questa scelleratezza venga consegnata ai lettori. Leggiamo telecronache di una partita, al massimo con occasionali simpatie che trapelano da una parola o un’altra (e non sono sempre per il non scellerato, anzi).

Ecco, a scanso che anche il racconto del Post – dove gli editoriali e le opinioni sono rare e misurate, e anche questa la trattengo sul mio blog – venga percepito come reticente su questo, o disinteressato, volevo scrivere questa cosa. “Make no mistake“, direbbero là: la vittoria di Trump sarebbe un disastro per le ragioni dette e per altre mille che sono state evidenti ogni giorno di questi quattro anni. Un risultato non vale l’altro: non ci possiamo fare niente, come detto, salvo dirlo a margine di tutti gli articoli in cui abbiamo raccontato perché. Ma speriamo per tutti (Trump compreso) che vinca Biden, questo sì. Make no mistake.

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