Grazie per aver viaggiato con noi

Sedici anni fa scrissi per Internazionale delle osservazioni da viaggiatore sul mercato del lavoro negli Stati Uniti e su quante persone venissero impiegate in lavori di minima competenza e facilmente rimpiazzabili o eliminabili: con ammirazione e preoccupazione insieme.

Ogni volta che arrivo negli Stati Uniti, mi stupisco della quantità di manodopera umana tuttora impiegata – nel paese dell’automazione e del progresso tecnologico – per i lavori più piccoli e trascurabili. Due settimane fa ero a New York: scendo dall’aereo e mi avvicino alle file per il controllo dei passaporti. A destra un cartello dice “cittadini Usa” e a sinistra un altro richiama gli stranieri. Eppure, c’è una signorina che chiede la provenienza dei viaggiatori e li indirizza personalmente, a destra o a sinistra. Supero il controllo e passo vicino a due addetti dell’aeroporto che si occupano di sistemare più ordinatamente e comodamente le valigie che vengono espulse sul nastro distributore dei bagagli agli arrivi. Fuori un signore in divisa sta davanti alla fermata e indica alle persone gli ingressi del bus in partenza. Ai taxi, c’è un giovanotto nero che chiede ai passeggeri in fila dove vogliono andare, e poi lo va a dire ai tassisti.

Il resto è qui, ma riprendo oggi con immutata curiosità la stessa storia, aggiungendo un ennesimo episodio (ma ognuno di voi sarà stato testimone di altri). A maggio sono tornato negli Stati Uniti per la prima volta dopo il lockdown, e le tre tessere della metro di New York che mi ero tenuto da viaggi precedenti non funzionavano più: una gentile impiegata mi ha spiegato che forse erano scadute e mi ha consegnato tre moduli da riempire per farmi rimborsare il loro importo, insieme a tre buste preaffrancate con cui spedirli, per posta. Ha passato le mie schede in un suo lettore e mi ha comunicato i rispettivi valori: insieme facevano intorno ai 17 dollari, mi pare. Avendo la coda di paglia dello scialacquatore, il giorno prima di partire ho effettivamente riempito i moduli, li ho inseriti ciascuno nella propria busta assieme alla rispettiva tessera, e poi mi sono dimenticato di imbucarle e me le sono riportate in Italia. Poi due mesi dopo le ho rifilate al povero Francesco Costa in partenza per il Texas, il quale è stato più efficiente e le ha imbucate appena è arrivato: un discreto impegno di risorse, per 17 dollari, direte voi.

Ma, come al solito, l’impegno di risorse più affascinante è quello americano. Oggi, tornando da un viaggio, ho trovato nella cassetta delle lettere due buste della New York City Transit, con il mio indirizzo stampato e il timbro “Air Mail” sopra, che non vedevo dal secolo scorso. In ciascuna delle due era contenuta una circolare a me intestata in cui Rubina Lashley – di cui dopo aver googlato ora so quanto guadagna, da quanto lavora lì, eccetera – si rammaricava che le mie tessere fossero scadute da oltre due anni e quindi non rimborsabili, e la rispettiva tessera su cui era stata applicata un’etichetta che ripeteva la stessa comunicazione. E un biglietto di gratitudine per aver viaggiato con noi.

E tutto questo lavoro – mio, di Costa, di Rubina, di altri – non ha prodotto niente di niente. Oppure ha prodotto una gratitudine da parte mia per tutta questa cortesia, assai superiore al ricevere 17 dollari. Oppure ha prodotto un sistema di occupazione del tempo stipendiato (quanto? va’ a sapere) dell’anonimo/a – o è stata Rubina stessa? – che ha riprodotto il mio nome e indirizzo, ha stampato le lettere, ha attaccato l’etichetta, ha messo tutto in una busta e l’ha incollata, dopo avere fatto i controlli del caso e avere letto le mie missive. E poi qualcun altro ha timbrato “Air Mail”, eccetera.
Ora vediamo cosa succede con la terza tessera: erano tre, ho ricevuto solo due risposte. Capace che ci tiro su quattro dollari, ma intanto il mondo gira.

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