Voi gente per bene che pace cercate

Come molte discussioni che sarebbero preziose e promettenti, quella sulla “pace” ha il suo limite fondamentale nel concentrarsi su una parola e svuotarla dei suoi tanti significati, delle sue complessità, delle sue implicazioni, facendo diventare gli argomenti relativi dei poveri slogan in cui ognuno riferisce alla parola un’idea personale (avviene specularmente con la “guerra“). Finisce che tutti sono a favore della pace ma tutti accusano altri di essere contro la pace. Proviamo almeno a isolare due usi correnti del termine, due condizioni a cui sembrano riferirsi.

Il senso in cui molti usano la parola “pace”, a leggere e ascoltare in giro, sembra essere quello di una condizione priva di violenza fisica. Se la pace è quella di “un’interruzione dei combattimenti” che consegni o lasci a un regime autoritario e liberticida una parte di popolazione, se la pace di cui si parla è quella che non ha mai convocato o affollato manifestazioni contro lo stato delle cose in Russia, in Corea del Nord, men che mai nel Brasile di Bolsonaro – pur ritenendo quei regimi deplorevoli e auspicandone la fine – è evidente che si tratti di un concetto di pace che può convivere con la repressione dei diritti e della democrazia, a patto che questa non avvenga con un conflitto armato, visibile e continuo tra due parti. Le stesse sparute ma benintenzionate campagne per la libertà in Iran di questi mesi non sono mai avvenute negli anni passati, eppure le condizioni liberticide erano le stesse. C’è insomma una proposta di pace che chiede che le persone siano ammazzate un po’ meno, o che siano ammazzate da una parte sola, e una simile condizione – criticata per altri versi – la chiama “pace” e la ritiene una priorità: come dimostra appunto il diverso investimento in campagne, manifestazioni, articoli di giornale, dichiarazioni, per ottenere questa condizione, rispetto a quello dedicato a differenti richieste di libertà e democrazia. Nessun dispiegamento di impegno sulla Bielorussia, per esempio, considerata “in pace”; nessuna manifestazione o campagna giornalistica – a suo tempo – in difesa delle minoranze russe in Ucraina, salvo poi citare la loro discriminazione come corresponsabile della guerra (non parliamo dello scarso impegno pubblico contro i regimi asiatici persecutori, con violenza quotidiana e costante ma unilaterale, delle donne). Non vuol dire che questi soprusi siano apprezzati, naturalmente, ma che non sono considerati un ostacolo alla “pace” – priorità suprema – e quindi non meritevoli dello stesso genere di impegno.

Poi c’è un’idea di “pace” non altrettanto chiaramente espressa ed elaborata, che attribuisce al termine un significato più ambizioso: che le persone, cioè, vivano in pace le une con le altre. Che non significa solo che smettano di ammazzarsi, o che lo facciano meno, o che non reagiscano quando un potere locale o estraneo le ammazza o perseguita: significa “vivere in pace”, escludere ben altre forme di violenza e di repressione della libertà, e cercare di raggiungere questa condizione (con le “armi della non violenza” ma anche con le armi e la violenza, per il tempo e al prezzo necessario per raggiungere più duraturamente quella condizione, quando ogni altro mezzo sia inerme). Proprio perché è una condizione che in alcuni casi può essere raggiunta solo con l’uso della violenza (è stato il caso nostro, per esempio, ma gli esempi abbondano), i sostenitori del primo significato di “pace” tendono a respingerla.

Ho detto tendono, perché appunto le complessità e le sfumature sono molto maggiori di così, e in ogni contesto c’è un “dipende”: altro che “senza se e senza ma”, sciocchezza che si ritorce presto contro chi la predica. E le contraddizioni contenute in ambedue queste posizioni possono essere inevitabili e possono essere il risultato di buona o di cattiva fede. Ma intendiamoci che chi vuole popoli liberi e che possano davvero vivere in pace gli uni con gli altri a costo di difese armate contro i tiranni non è meno pacifista di chi – anche con nobili sentimenti – esaurisce la sua richiesta nel “tacciano le armi”.

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