L’unico contromano

Ho letto molti pareri sulle regole per non candidare alle elezioni coloro che hanno subito alcuni tipi di condanna, e oggi anche quello che ha scritto Carlo Federico Grosso, che di giustizia ne sa e propone persino l’inibizione prima della condanna definitiva. Di fronte a tanta unanimità, faccio delle riflessioni e assumo che delle buone ragioni ci siano. Capisco soprattutto il pensiero realista, quello che giudica sulla base del contesto e dei risultati: e dice “guardate come stiamo messi e chi c’è in parlamento, e dite se non sarebbe meglio intervenire a metterci una pezza senza fare tanto i sofisticati”.
Però rimango diffidente della scelta in termini di principi: voi direte che i principi vanno commisurati al contesto, io vi risponderò che rinunciare ai principi giusti in nome dei risultati è una cosa sventata, il fine che giustifica i mezzi, eccetera.
Quindi, mettendo agli atti che la mia è una posizione di minoranza, e aggravandola di maggiori dubbi di quanti ne avessi un tempo, metto insieme qui una serie di argomenti a contestazione della scelta che stiamo facendo oggi, scritti quando Grillo cominciò a insisterci (oggi ha vinto).

In uno stato di diritto, la pena si esaurisce e serve – con espressione sgradevole ma ci capiamo – a “riabilitare” il condannato e a fare da deterrente. Ovviamente la proposta Grillo non ha senso in nessuno dei due casi.
In più, la pena è comminata dal giudice. Grillo di fatto propone esattamente quell’ingerenza della politica sulla giustizia che solitamente gli fa scandalo: è il giudice che decide pene e pene accessorie. Se ritiene ce ne sia ragione, infligge l’interdizione dai pubblici uffici per un determinato tempo.
Ma imporre per legge che chi compie dei reati non ritornerà mai un cittadino come gli altri con i diritti degli altri (e parliamo tra l’altro non di efferati fatti di sangue) è il contrario dello stato di diritto.
Per non parlare, se qualcuno accampa ragioni di tutela della comunità, della pretesa antidemocratica che lo Stato “tuteli” i cittadini impedendo loro di votare questo o quel candidato limitando la loro possibilità di scelta e implicando a priori che i cittadini non siano in grado di esercitare i loro diritti. Siamo nell’ambito della dittatura.
Il parlamento italiano ha bisogno di una regolata, a cominciare dalla drastica riduzione dei suoi quasi mille membri: ma una regolata intelligente, non de panza

Aggiungo un altro punto di vista. La democrazia prevede che il criterio con cui si viene eletti sia il giudizio libero dei cittadini e il loro voto: salvo questo, sono eleggibili tutti. Questo dovrebbe garantire un risultato soddisfacente in termini democratici. Punto. Se il risultato non piace, non puoi cambiare le regole per questo.
Mi spiego meglio: se gli elettori italiani avessero ritenuto di non votare i condannati che Grillo elenca sistematicamente per nome – rendendo la sua proposta di legge ad personam – Grillo non avrebbe mai trovato necessaria una legge a correzione. Lo fa, perché non gli piace il risultato. Che può non piacere a molti, ma non si cambiano le regole perché non ci piace il risultato. (Se il problema sono le liste bloccate, si chiede una buona legge elettorale, non si mette una toppa peggio del buco sulla brutta legge elettorale).
Già che ci sono, chiarisco un’altra cosa, a facilitare il dibattito con chi mi ha risposto (parecchi, ma non Grillo): è vero che esiste un altro esempio di limite legislativo all’eleggibilità. È la regola che richiede rispettivamente di aver compiuto 25 o 40 anni per entrare in parlamento. Ma si tratta di un unico, non di un esempio tra molti. E si tratta di un’inibizione temporanea, non a vita. (E si tratta di una norma priva di senso. Perché non lo dice mai nessuno? È una norma assolutamente ingiusta, incongrua con l’istituto della maggiore età e i pari diritti, e priva di senso. Aboliamola).

Un avvocato milanese mi suggerisce un’ultima abbagliante controindicazione della proposta Grillo sui condannati (o inquisiti) impediti all’elezione. Ovvero che la norma diverrebbe un’arma micidiale nelle mani dei giudici e degli inquirenti: sia perché le loro iniziative diverrebbero politicamente rilevantissime, sia perché di conseguenza potrebbero anche essere inibiti a prenderle. È la famosa e temuta commistione tra politica e giustizia

Altre cose:

36 commenti su “L’unico contromano

  1. levpetrovitch

    A parte le considerazioni espresse qui, con le quali concordo, aggiungerei che io elettore potrei decidere di votare qualcuno non “nonostante” abbia subito delle condanne, ma “proprio perché” le ha subite. Penso, tanto per fare qualche esempio, a qualcuno condannato per aver occupato edifici sfitti, o anche ai manifestanti condannati per i fatti del G8 di Genova, o agli antifascisti recentemente condannati per aver cantato “Bella Ciao”… Si potrebbe continuare, ma penso di aver reso l’idea.

  2. daniel0

    Sarei d’accordo con te in un mondo utopistico, purtroppo nella realtà questo provvedimento serve come dimostrano i fatti. Lo paragonerei al finanziamento pubblico ai partiti, da un punto di vista teorico corretto ma che ai fatti si è rivelato un fallimento.

  3. pizzeriaitalia

    In linea di principio sono d’accordo. Ma le liste bloccate fanno sì che il mio voto non contribuisce ad eleggere qualcuno ma a far eleggere chi è stato messo in una certa posizione nella lista (magari per mezzo di qualche ricattuccio od altra indicibile ragione). Ed allora via tutte le limitazioni…, anche per fare il bidello, il metronotte e così via… i collegi uninominali sarebbero già un passo avanti per tutti, indagati e non.

  4. Piccola Dorrit

    Ma l’interdizione dai pubblici uffici per reati mica solo quelli gravissimi, in quanto è stabilita in rapporto agli anni di pena comminati – e può essere temporanea mica solo a tempo indeterminato – e – in specie per quelli contro la pubblica amministrazione – c’è già nel nostro codice; invece il Parlamento è diventato l’isola felice per tutti gli interessati… si tratta quindi d’estendere una legge già esistente ai parlamentari: svolgono essi o no servizio pubblico? Negli altri Paesi ci sono diverse regole ma se si guarda alla storia di un grande senatore come Ted Kennedy vediamo che non potè più candidarsi alla presidenza pur conquistando nel tempo la guida del partito.

  5. leprechaun

    Sono fondamentalmente d’accordo, sia pure con alcune precisazioni. Sul fatto che i nostri parlamenti e il mondo politico siano mal frequentati, pieni come sono di intrusi, non ci piove. Così come non ci piove sul fatto che si debba fare più di qualcosa per rimuovere gli intrusi e impedirgli di continuare. Ma non è vero che i principi vadano commisurati al contesto. E’ l’attuazione dei principi, sono le famose “regole”, che devono essere flessibili ed adeguarsi al contesto, ma i principi in quanto tali non si toccano né si negoziano ( F.D. Roosevelt ). Né è vero che le pene servono a “redimere” il condannato. Questa è una pia illusione, frutto da una parte di una cattiva comprensione di cosa sia la giustizia, e dall’altra di una sottovalutazione dell’uomo e del suo essere sociale. Le pene servono ad evitare le faide, sono “vendetta di Stato”, equilibrata, proporzionata, “nel nome del popolo”. Se qualche magistrato dovesse ritenere che questo significa sminuire la sua funzione, si sbaglia. Rifletta un attimo: tutto questo non è affatto poco, bensì tantissimo.
    Detto questo, il fatto che i luoghi della politica siano così pieni di intrusi dipende da un deficit democratico del sistema politico, cosa che non riguarda solo l’Italia, anche se particolarmente l’Italia. Ed è a questo deficit che occorre rimediare. Inutile inibire le candidature (con tutte le giuste perplessità di metodo che solleva Luca Sofri) se si lascia il resto intatto: avremo i luoghi della politica ancora pieni di intrusi, solamente magari incensurati.
    Vi sono alcune misure minimali, assai più importanti del “sistema elettorale”, che potrebbero essere messe in campo da subito – ma delle quali ovviamente neanche si parla, indovinate un po’ perché – che riguardano la trasparenza. Ad esempio: chi si candida deve pubblicare le proprie dichiarazioni dei redditi di un certo numero di anni passati, in modo che siano effettivamente disponibili a tutti. Deve riempire una scheda informativa a campi obbligatori con dati rilevanti riguardanti la sua (passata) vita professionale, anche questa universalmente disponibile. Infine, come accade negli USA, agli eletti (e ai nominati dagli eletti) deve essere inibito il diritto di querela. Immaginate quale bomba sarebbe una cosa del genere applicata al nostro governo, dove molti, a partire dal Primo Ministro (consulente milionario Goldman Sachs), si trovano un una situazione di palese conflitto d’interessi.
    Poi ci sarebbero le misure “massimali” (sono un massimalista): mettere finalmente la museruola al potere finanziario ed economico, imponendogli una dovuta distanza dalla politica. Anche qui, sulla falsariga degli USA, dove agli stalker il giudice impone di mantenere una distanza minima dalla propria vittima.

  6. francesco.p

    @levpetrovich: Eugenio Scalfari, negli anni ’70, fu candidato (ed eletto) come indipendente nel PSI proprio per questo motivo (aveva una condanna per diffamazione e sarebbe andato in galera).
    @pizzeriaitalia: se non vuoi eleggere condannati, basta non votare per i partiti che candidano condannati, in qualsiasi posizione siano nella lista :-)
    @Piccola Dorrit: i parlamentari non sono impiegati pubblici, tant’è che non fanno nessun concorso pubblico (costituzionalmente obbligatorio) per accedere alle camere. E, checché ne dica Grillo, non sono nostri dipendenti. Argomentare così è umiliare la democrazia rappresentativa. Non capisco l’esempio di Ted Kennedy, che decise volontariamente di non candidarsi alla presidenza, anche se avrebbe (legalmente) potuto. E che continuò a fare il senatore fino alla morte, scandali o non scandali, plebiscitariamente votato.

  7. dan

    Completamente d’accordo sul principio (soprattutto per l’ultimo punto), ma non tanto sul concetto del “non si cambiano le regole perchè non piacciono i risultati”. Quello si fa eccome, in continuazione. Questa legge elettorale ha portato a un parlamento di impresentabili e si vuole di conseguenza cambiarla, direi..

  8. Epicuro

    “non si cambiano le regole perché non ci piace il risultato”
    Strano, mi pareva ci avessero fatto su addirittura una guerra mondiale.

  9. Piccola Dorrit

    francesco.p, Appunto Ted Kennedy ha fatto proprio come dici tu, che però non riesci a distinguere tra ciò che ancora puoi fare per il partito e ciò da cui invece conviene astenersi, cioè rappresentare la nazione; lo stesso per i parlamentari: sono lì a rappresentare tutti noi, al servizio della Nazione o delle loro beghe?, e a maggior ragione che i pubblici funzionari, dovrebbero astenersi o essere astenuti.

  10. Piccola Dorrit

    (…tenuto conto che la nostra è una democrazia parlamentare e quella americana presidenziale, quindi con diverso grado di rappresentatività nelle rispettive figure)

  11. ilbarbaro

    L’immunità parlamentare sarebbe un privilegio sacrosanto, proprio per evitare condizionamenti della politica da parte della magistratura, nella stessa misura in cui è sacrosanta l’indipendenza della magistratura. Purtroppo l’immunità è divenuta impunità, e l’indipendenza autocrazia.
    Il meccanismo delle preferenze, in teoria, garantirebbe che i cittadini scegliessero liberamente anche candidati inquisiti o condannati. Il meccanismo della nomina (quello del “porcellum”, per intendersi), invece no.
    L’immunità è servita a condurre battaglie sacrosante, come quella per Enzo Tortora, ma ha permesso ad altri (v. Toni Negri) di approfittarne per sottrarsi al giudizio.
    Il malvezzo italico di prendersi un braccio quando ci si vede offrire un’unghia non si corregge contando sul principio, purtroppo. Per uno che rifiuta la grazia e stoicamente affronta giudizio e pena, pur con indiscutibili privilegi, altri preferiscono approfittare di una magnanimità pelosa, la stessa che invita poi a tutelare autentici banditi in nome della libertà di espressione.
    In linea di principio, quindi, sarei favorevole al mantenimento dell’istituto dell’immunità e a quello della candidabilità generale. Realisticamente, invece, devo prendere atto che non si giungerebbe a nessun cambiamento.
    Invito, infine, a fare una riflessione sull’etimo di “candidato” e all’onestà, innanzitutto intellettuale, verso gli elettori che la candidatura comporterebbe. Purtroppo, l’ultima manifestazione di senso contrario arriva da uno degli alfieri del “nuovismo”: un’attenta lettura anche solo degli scarni dati a disposizione sul bilancio del comune di Firenze darebbe ragione, almeno in parte, a quello che sembra ormai essere generalmente indicato come il suo antagonista. Ecco, questo la dice proprio lunga: stiamo per finire di nuovo in mano a venditori di fumo.

  12. francesco.p

    @Piccola Dorrit: Su Kennedy ho l’impressione che non ci stiamo capendo. Ted Kennedy non “faceva qualcosa per il partito,” era Senatore, cioè rappresentava la Nazione (o forse solo il Massachusetts, non sono ferrato in diritto costituzionale americano, ma il punto non cambia). E c’è una bella differenza (di cultura democratica, se mi permetti), tra astenersi volontariamente ed “essere astenuti.”

  13. albatros1976

    In linea di principio sono d’accordo, in presenza di una onesta legge elettorale basterebbe che fosse resa obbligatoria la publicazione della fedina penale accanto alla propria candidatura.
    Dobbiamo renderci conto però che il sistema partitico nel nostro paese è stato rimandato, sospeso se non addirittura bocciato, hanno cioè fallito ad ogni livello. In un certo senso il necessario arrivo dei “tecnici” è stato un po’ come l’introduzione del coprifuoco e benvenga qualche legge “speciale” se fatto nella direzione di curare il sistema malato. Un organismo sano in presenza di una qualche infezione riesce a proteggersi grazie al suo sistema immunitario, se debilitato e corrotto come nel nostro caso benvenga l’antibiotico anche se in linea di principio sarebbe sempe meglio evitarlo.

  14. Francesco

    Tutto sommato non sono i giudici a stabilire le pene, ma la legge (fa parte della divisione dei poteri: un potere stabilisce le regole e uno diverso le applica caso per caso).
    Se la legge prevedesse l’incandidabilità temporanea (il doppio della paena detentiva, come si legge oggi, mi pare un possibile punto di equilibrio) come pena accessoria obbligatoria in alcuni casi non ci vedrei nulla di scandaloso (e a certe condizioni anche dopo il solo primo grado: nessuno è insostituibile in democrazia e la presunzione di innocenza non impedisce per forza qualsiasi forma di precauzione), certo è importante stabilire quali siano i reati per cui tale pena andrebbe comminata, ad esempio mi pare abominevole l’inclusione del vilipendio alla bandiera (che però mi pare abominevole come reato di per se, in quanto lede la libertà di espressione senza tutelare nessuno), mentre lo applicherei per tutti i reati contro lo stato, indipendentemente dalla pena detentiva (ovviamente con tempi proporzionali).

  15. Piccola Dorrit

    Certo è triste aver bisogno di leggi – che poi si possono aggirare… – perchè gli inquisiti non si candidino nel nostro parlamento, mi preoccuperei di questo piuttosto che vedervi limitazioni alla rappresentanza! La limitazione grave sta semmai nella mancanza delle preferenze nella legge elettorale, che invece va bene a tutti i partiti! L’esempio di Ted Kennedy era appunto di un Paese dove non c’è bisogno di leggi: uno che poteva aspirare alla massima candidatura non può più permetterselo anche senza pendenze o impedimenti legali, ma questo non vuol dire, per rispondere alle preoccupazioni di Sofri, che non possa ancora essere utile. Una volta si diceva che il sospetto o lo scandalo non dovesse arrivare neanche alla moglie di Cesare…

  16. splarz

    Trovo queste ragioni piuttosto deboli, cercherò di spiegare perchè.
    “Imporre per legge che chi compie dei reati non ritornerà mai un cittadino come gli altri con i diritti degli altri […] è il contrario dello stato di diritto” non è vero perchè altri han già fatto notare che limitazioni del genere esistono per essere assunti nella PA – perchè non ci si scandalizza anche per queste limitazioni allora?
    E’ una sciocchezza anche accostare le dittature (e sì che qui dentro, di solito, si va coi piedi di piombo nel fare questi paragoni) alla pretesa di proteggersi da certi eletti: non trovo affatto giusto essere liberi di votare per delinquenti per il solo fatto di essere delinquenti, dato che la cosa potrebbe (e il condizionale è solo una formalità) nuocere alle persone oneste. Allo stesso modo è piuttosto ingenuo pensare che dei condannati per reati contro lo Stato o dei corrotti alla veneranda età che li caratterizza possano “riabilitarsi”; in nessun caso è opportuno correre il rischio di trovarci nelle condizioni in cui versiamo ora. Sono d’accordo invece su una selezione dei reati che impediscano l’elezione (il vilipendio alla Bandiera sicuramente non ha lo stesso valore di una condanna per corruzione).
    Grillo poi non nomina i condannati uno per uno per invocare leggi “ad personam” bensì per evitare, senza successo, la facile critica di qualunquismo. Questo fin dal primo V-Day. Prima che mi si ricordi che Grillo stesso è uso nel ripetere che “se ne devono andare TUTTI” faccio notare che ha argomentato l’affermazione in modo più ampio: dopo essere passato dal sostegno a Prodi a quello di Vendola, ha perso fiducia sull’intera classe politica, inaffidabile per un ricambio strutturale. Opinione condivisibile o meno ma decisamente meno superficiale rispetto a come, anche al Post, viene spesso presentata.
    La riflessione dell’avvocato milanese ha poco senso: decidendo che corrotti e ladri non possono finire in Parlamento come potrebbe il giudice, in modo aleatorio, deciderne le sorti politiche se non inventandosi il reato? Comprenderei questi timori nelle condanne per diffamazione in cui, purtroppo, emerge una certa soggettività del giudice.
    Mi sembra molto superficiale anche sottovalutare il contesto italiano: si tratta di barattare il rischio di non eleggere qualche genio della politica (e di rinunciare al suo irrinunciabile contributo) con la certezza di non avere gente che fa danni tra gli eletti. Be’, mi sembra un equo baratto, vista la situazione.
    Postilla: Grillo dice che gli eletti son nostri dipendenti per sottolineare che bisognerebbe essere parlamentari (o sindaci, o consiglieri) per servire la nazione, non per scopi puramente personali conditi dalla tipica arroganza del lei-non-sa-chi-sono-io. E’ l’opposto di uno svilimento del ruolo del parlamentare.

    (Cose che non c’entrano nulla ma che non so dove mettere: a) manca il punto alla fine del post (grammarnazi mode on) b) cos’è successo alla sezione commenti del Post?)

  17. leprechaun

    @francesco.p
    La faccenda di Scalfari Senatore perché condannato non la ricordavo. E dire che allora gli scrissi una lettera piuttosto dura, per via delle motivazioni che ebbe l’ardire di scrivere su L’Espresso, per “spiegare” come mai si era deciso a candidardi. Lettera che lui non pubblicò.
    Puoi mettere una qualche fonte alla faccenda della condanna? Io non ne ho trovate. La cosa mi interessa …

  18. odus

    Andrò fuori tema.
    Mi chiedo: all’avviso presente da oltre una settimana alla fine degli articoli pubblicati su il Post:
    l’invio dei commeni è momentaneamente sospeso, le corrette norme del giornalismo non prevedono anche di aggiungervi accanto una qualche motivazione?

  19. Pingback: Vita a 5stelle – Giustizia e Politica – L’unico contromano | Wittgenstein

  20. fab_sax

    L’ Italia è piena di persone intelligenti, competenti e incensurate.
    E se per la tranquillità di tutti escludessimo i pregiudicati che male ci sarebbe ?
    Perché insistere su delle persone che ci dovrebbero porre almeno qualche dubbio ?
    In una puntata di report ( mi pare dello scorso anno ) veniva fatto un confronto trà il nostro parlamento e quello di altri paesi. Se non sbaglio veniva intervistato un politico svedese che diceva che loro non avevano una legge sulla incandidabilità dei pregiudicati perché da loro non si era mai posto il problema. Avevano avuto qualche anno prima un parlamentare che aveva avuto dei problemi causa una questione di alimenti alla moglie ma si era dimesso subito.

  21. Loris

    L’argomentazione forse più convincente è quella del potere della magistratura sulla politica che ne potrebbe derivare. Non sono invece d’accordo sul fatto che il cittadino “espia” la colpa e torna uguale agli altri: a buttarla giù schematica e semplice, mettiamo gli ex rapinatori a fare i cassieri in banca?

  22. francesco.p

    @leprechaun: sia Scalfari che Jannuzzi furono condannati per diffamazione riguardo ai servizi che fecero sull’Espresso riguardo al golpe de Lorenzo. Wikipedia alla voce Scalfari e Piano Solo cita la cosa. Una fonte più diretta è qui:
    http://www.repubblica.it/persone/2011/11/22/news/occorsio_una_storia_italiana-25391549/

    @splarz: scusa, ma la tua difesa del termine “dipendenti” mi sembra debole. Le parole sono importanti. I parlamentari esercitano senza vincolo di mandato (o almeno così dice la Costituzione). Servire la Nazione, come dici tu, non mi pare che voglia dire essere dipendenti degli elettori.
    Mi sembra che ci sia un persistente equivoco (non solo tuo eh) a credere che un parlamentare sia simile all’amministratore di un ente pubblico. Per fare una analogia, sono socio di un paio di associazioni di volontariato, e mai mi sognerei di dire che i membri dei loro consigli direttivi sono dipendenti dei soci. Semplicemente, servono l’associazione e i suoi scopi.
    Aggiungo infine alle motivazioni di Luca (non tutte mi sembrano cogentissime, in effetti) che limitare per legge la candidabilità è un limite alla libertà anzitutto degli elettori, e non tanto degli eletti. Quando ad Atene ci si voleva liberare di un politico, lo si ostracizzava (procedura opinabile, ma democratica), piuttosto che condannarlo in tribunale.

  23. splarz

    @francesco.p: le parole sono importanti, infatti. Grillo ha usato quel termine per ridimensionare la spocchia di parlamentari che non si sentivano più in dovere di rispondere all’opinione pubblica di molti comportamenti. Il tutto sul palco – che nel 2007 ha cominciato col V-Day, ma politico “ufficialmente” lo è diventato più tardi – col chiarissimo scopo di esemplificare un concetto con un’iperbole, come fa spesso.
    Mi sembra che ci sia un persistente equivoco (non solo tuo eh) nell’attribuire significati alle affermazioni di un comico come se uscissero dalla bocca di un segretario di partito: non ho mai pensato, infatti, che un parlamentare sia nella stessa condizione di un amministratore di un ente pubblico. Non nego che equivoci del genere ci siano anche tra gli attivisti stessi, nella categoria “esagitati”.

  24. Piccola Dorrit

    Preferisco che i parlamentari siano visti come dipendenti, nel senso più alto, dello Stato – sono stati eletti con dei compiti: fare le leggi e governare – che piuttosto interpretino come oggi è nei fatti – ed è questa la stortura – il “senza vincolo di mandato” come: mi faccio allegramente i cavoli miei. L’indicazione della Costituzione vuole appunto ribadire che il parlamentare non deve essere al servizio d’interessi prestabiliti ma del bene comune che dev’essere da lui valutato per noi, in quanto ci rappresenta e con il voto l’abbiamo delegato a rappresentarci, e comunque dovrebbe rispondere del programma con cui si presenta agli elettori no?
    O tutto questo non conta più, tanto siamo “il paese delle libertà”?

  25. Piccola Dorrit

    Faccio presente, dato che vedo che il mio commento è sospeso, che l’argomento dei “parlamentari come dipendenti” riguarda anche i miei interventi precedenti, per cui dovrei avere anch’io diritto di replica…

  26. social motric

    francesco.p ha centrato il punto: “limitare per legge la candidabilità è un limite alla libertà anzitutto degli elettori, e non tanto degli eletti”. Sarebbe necessaria, piuttosto, una legge elettorale che ci restituisca la possibilità di scegliere i candidati al parlamento, cioè che ripristini il nostro diritto ad essere rappresentati che ci è stato negato con il “porcellum”.
    Ma alla base di tutto ci deve essere l’impegno a recuperare la nostra quota di etica, prima ancora di pretenderla dai nostri politici, esercitandola nel momento in cui siamo chiamati a partecipare al voto. Per capirci, riprendendo l’esempio di fab_sax, gli Svedesi si comportano da Svedesi perché “sono” Svedesi e non perché una legge lo impone loro.

  27. francesco.p

    @splarz: prendo atto (e mi rallegro :-) che per te i politici non sono dipendenti pubblici. Ma allora perché usare il termine? Mi sembra che inserirlo nel dibattito pubblico vada proprio nella direzione 1) di indebolire l’idea di democrazia parlamentare nell’opinione pubblica e 2) aumentare il numero degli esagitati. Sulla questione Grillo comico/Grillo politico ho la mia opinione, ma forse non è questo il luogo per articolarla, visto che si parla d’altro. Ridotta all’osso, sostenere che tutto quello che Grillo ha fatto negli ultimi anni lo faccia in quanto comico, e che come comico venga interpretato dall’opinione pubblica, mi sembra stiracchiato. Grillo fa (legittimamente) politica (cosa per cui non è necessario essere segretari di partito), e le sue parole vengono di conseguenza interpretate come quelle di un politico. Nessuno chiamerebbe “spettacoli” gli eventi da lui tenuti in Sicilia, per esempio, ma ovviamente “comizi.”

  28. odus

    a: leprechaun 6 novembre 2012 alle 00:20
    Da Wikipedia, alla voce “Eugenio Scalfari”, capitolo “carriera in ascesa”
    Sempre nel 1968 pubblicò insieme a Lino Jannuzzi l’inchiesta sul SIFAR che fece conoscere il tentativo di colpo di Stato chiamato piano Solo. Il generale De Lorenzo li querelò e i due giornalisti furono condannati rispettivamente a 15 e a 14 mesi di reclusione, malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal Pubblico Ministero Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti integrali prima che il governo ponesse il segreto di stato[8]. Ambedue i giornalisti evitarono il carcere grazie all’immunità parlamentare loro offerta dal Partito Socialista Italiano: alle elezioni politiche del 1968 Scalfari fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del PSI, mentre Jannuzzi divenne senatore.

  29. lorenzo68

    Nella fattispecie “Che può non piacere a molti, ma non si cambiano le regole perché non ci piace il risultato”
    sorgerebbero spontanee alcune riflessioni. Una in particolare che il giornalismo accuratamente evita:
    Formigoni è al quarto mandato consecutivo nonostante una legge ne impedisca la candidabilità dopo il secondo: Grillo rimane più importante?

  30. lorenzo68

    Oppure ancora si legge:

    “È la famosa e temuta commistione tra politica e giustizia”.

    E la commistione tra giornalismo e politica? Perchè un giornalista che scrive e dice il falso non deve farsi qualche giorno di galera?
    Grillo rimane più importante?

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