Dammi un mondo che non c’è

Poi le analisi non sempre aiutano a trovare le soluzioni, e certe cose non si risolvono. Ma mi pare che tutti i temi che riguardano la crisi delle comunicazioni pubbliche e dell’informazione, si tratti di media tradizionali, persone sui social network, linguaggi della politica, hate speech, falsità, eccetera, stiano in due contraddizioni insanabili tra la realtà e la nostra disponibilità a percepirla.

1. il futuro è ampiamente imprevedibile e la risposta più corretta a molte domande che lo riguardano dovrebbe essere “non lo so”, da parte di chiunque. Ma è una risposta che non siamo più in grado di accettare, e di conseguenza nessuno si dispone a darla. Che si tratti di riforme costituzionali o di riscaldamento globale o di mille altre questioni, può succedere di tutto, e i nostri modelli di previsione si rivelano sempre solo in parte affidabili. Questa incertezza – naturale, inevitabile, che andrebbe accettata e compresa – la sostituiamo invece con un linguaggio di certezze perentorie e assolute, tutte in contraddizione tra loro. Col risultato di illustrare realtà inesistenti, e di screditare – sia che siamo giornalisti, conversatori da bar, politici, o utenti di Facebook – la nostra competenza, generando delusioni, diffidenze e risentimenti.

2. il futuro e il presente sono quasi sempre complessi e la risposta più corretta a molte domande che li riguardano dovrebbe essere “dipende”, da parte di chiunque. Diversi contesti generano spiegazioni diverse, mille variabili orientano risultati differenti, il nesso di causa ed effetto è sempre molto più labile di come lo disegniamo. Ma “dipende” è una risposta che non siamo più in grado di accettare, vogliamo risposte chiare e semplificate, e di conseguenza nessuno si dispone a darla. Che si tratti di obiezione di coscienza o di crisi economica o di mille altre questioni, le cose hanno spiegazioni diverse e mai universali. Quello che è vero qui non è più vero un metro più in là, quello che è vero ora non lo sarà tra dieci minuti: e quel vero è poi solo un pezzo di ciò che spiega e orienta le cose. Questa complessità – che da sempre viene tradotta in inevitabili, prudenti e preziose semplificazioni da chi divulga, giornalisti, storici, insegnanti – oggi la sostituiamo invece con un sistema di slogan, titoli, risposte ad effetto, regole universali, forzando quel metodo un tempo cauto. Siamo una cultura di “regole per” e di “risposte su”, che chiede formule esatte e poco impegnative per comprendere ogni cosa e poterne fare illusorio tesoro replicabile. Col risultato di renderci impreparati a capire e ad adattarci alle variabili sempre più numerose di quello che ci sta intorno. A un solo  pensiero duttile preferiamo infinite rigidità.

Probabilmente la contraddizione è appunto inevitabile: c’è sempre stata, siamo umani con enormi ma parziali capacità di memorizzazione ed elaborazione. Ma il grado di certezza e semplificazione che oggi chiediamo e che ci viene quindi consegnato – è un circolo vizioso – mi pare cresciuto enormemente, e ridotta enormemente la sua aderenza alla realtà. Le notizie false, credo, nascono da una cultura dell’approssimazione per slogan; l’odio nasce da un senso di tradimento verso chi abbia illuso su realtà diverse dalla realtà.
Ma non lo so, poi dipende.

Un commento su “Dammi un mondo che non c’è

  1. tanogasparazzo

    Bene detto, scritto, siamo tutti insoddisfatti. Siamo persone che sopravviviamo a tanti eventi, possibili, ed a volte a cose impossibili. Oggi siamo poco lucidi, perché il leader coetaneo, sta giocando con il referendum la madre di tutte le balle, un referendum costruito, per osannare la persona, quindi il finale vuole misurare l’indice di gradimento per le politiche svolte fin d’ora. Ovvero dopo i 100 giorni c’è la contabilità dei 1000 giorni che cadono sotto la formula del’Auditing ufficiale da parte del POPOLO, su una committenza referendaria. A cosa servirà il risultato dell’urne, rispetto all’altro concorrente del NO. Il primo se perdesse con un 48% avrà illusione forte del suo 48% un SI di gradimento alla sua persona. La sconfitta, come lei dice, sarà una realtà, che però, sarà offuscata da questo risultato personale, spendibile per una prossima nuova elezione. La domanda è quest’ultimo capitale illusorio, come sarà speso, in un bivio tripolare?…

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