È spietatamente vietato

Venerdì a Tempo di Libri ho partecipato alla presentazione del libro di Stefano Paleari, che si chiama “I battiti della mente“: lui è un ingegnere nucleare con successive competenze finanziarie, che è stato rettore di Bergamo e ora è capo dell’ambizioso progetto Human Technopole.
Il libro è fatto di una successione di riflessioni sul possibile miglioramento delle relazioni civili e del funzionamento delle istituzioni e della democrazia in Italia, di grande buon senso e acutezza. Ma qui mi volevo appuntare due cose legate a un tema che condivido molto, ovvero il ruolo che hanno gli abusi del linguaggio e nell’uso delle parole rispetto ai disastri culturali e sociali di questo paese: è una cosa su cui Paleari torna spesso, ed è verissimo che gli inganni dialettici siano fattori e sintomi di molti fallimenti italiani, sui media e nel dibattito pubblico.

Una delle due intuizioni di Paleari che mi segno è quella su come noi definiamo “scolastica” la conoscenza di una lingua per indicarla come scarsa, appena sufficiente: siamo cioè abituati senza nemmeno accorgercene ad associare un risultato che esce dalla scuola a un’idea di mediocrità, non di eccellenza.

La seconda è invece una riflessione sugli usi ridondanti di certi avverbi rafforzativi di obblighi o divieti: “è tassativamente proibito”, “è severamente vietato”, eccetera. Come se il divieto in sé, che non dovrebbe implicare deroghe, fosse invece un messaggio insufficiente: come se fosse per sua natura un mezzo divieto, ignorabile (somiglia un po’ alla storia della donna “un po’ incinta”). A meno che non lo si renda “tassativo”, “severo”. E se non si aggiungono quegli avverbi si suppone che noi cialtroni ce ne freghiamo, della regola (probabilmente anche con l’avverbio, ma un po’ meno). Che differenza c’è tra una cosa vietata, e una cosa severamente vietata? Si può violarla più e meno? In realtà è solo terrorismo, e una malintesa idea dei rapporti civili.

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