La democrazia della paletta

Ieri sera ho letto il libro di Federica Sgaggio che si chiama “Il paese dei buoni e dei cattivi“, pubblicato da Minimum Fax. Ne sono rimasto un po’ deluso, ma per miei gusti personali: il libro prometteva analisi sull’attuale funzionamento dei giornali italiani e sulle loro derive demagogiche (sottotitolo: “Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare”), tema che mi incuriosisce da molto e sul quale sono interessato ad altri pareri. Ma poi di fatto la sua gran parte è dedicata a valutazioni dell’autrice sui contenuti più che sui contenitori, su singoli e diversi temi della politica italiana che prevalgono decisamente sui modi della loro trattazione, e a giudizi su personaggi e protagonisti di politica e comunicazione che spesso sembrano poco obiettivi e più figli di sassolini da togliersi dalle scarpe che di laica obiettività sui fenomeni. Su tutti, un’infinita trattazione del ruolo di Roberto Saviano nella partecipazione al sistema del petizionismo giornalistico, trattazione che sconfina in modo ridondante sulla figura dello stesso Saviano, avvicinandosi pericolosamente al noioso calderone dell’antisavianesimo.

Però in alcuni momenti il libro resta fedele alla missione che il sottotitolo suggeriva, e mette insieme delle analisi interessanti, e degli spunti da mettersi da parte.

La retorica della semplicità ha contribuito a creare intorno alla complessità dei ragionamenti un alone di disprezzo sociale che rende sempre più difficile costruire frasi più lunghe di due righe senza sentirsi in colpa.

I giornali sono piuttosto esperti in queste operazioni: trovandosi nelle disastrose condizioni economiche e organizzative in cui di questi tempi si trovano, non riescono quasi mai a sostenere lo sforzo di un’indagine autonoma per la verifica di ciò che viene loro comunicato dalle fonti, istituzionali oppure no, e si limitano a riportare ciò che viene loro trasmesso, certificandone eventualmente la validazione con il richiamo a un’auctoritas di rango superiore. In molti casi, però, quest’auctoritas è stata creata ex novo o incoronata tale proprio dal giornale, che in effetti in questo modo costruisce un proprio pantheon identitario.

La partecipazione dei cittadini alla vita politica è diventata sintetica, riducendosi a ciò che mi viene da definire come «la democrazia della paletta»: possiamo solo sollevare individualmente, quando chiamati, una paletta sulla quale – come avviene ai giurati dello Zecchino d’Oro – è prestampato il nostro voto di gradimento per ciò che accade o sembra accadere intorno a noi perché i giornali hanno deciso che accade.
Quando a chiamarci sono i giornali, le nostre palette di giurati sono le firme in calce alle loro petizioni e ai loro appelli. Quando a convocarci sono il web e i social network, le nostre palette di giurati sono i gruppi su Facebook e le foto simboliche dei nostri «profili»: le facce di Sakineh, il verde delle bandiere dell’opposizione iraniana, il tricolore per i 150 anni dell’unità d’Italia.
Questa è la nostra messa in scena di democrazia diretta; le mediazioni non le vogliamo più. Ci siamo noi, adesso. Anzi: ci siamo noi e voi. E i nostri giornali di riferimento ci coccolano e ci accarezzano con sempre nuove azioni di manutenzione al motore di carta del bus che ci tiene insieme: nuovi appelli, nuove iniziative identitarie che ci facciano riconoscere simili sotto un vessillo.
Il pullman dell’identità ha le porte aperte, i passeggeri fan- no bruum bruum con la bocca e le ruote non si muovono. Noi siamo dentro, sempre pronti a partire ma sempre fermi a ruggire un indignato «ora basta!» dopo l’altro. Ad aiutarci a fare bruum bruum più forte ci sono tanti famosi «testimonial», tanti personaggi-simbolo che diventano portabandiera delle petizioni e degli appelli e fanno da nostro collan- te identitario.
Se si assume questa prospettiva, diventa chiaro che farci fare bruum bruum è la condizione essenziale perché il pullman possa rimanere fermo nel parcheggio: la «democrazia della paletta» serve a stabilire e a mantenere coordinate pubbliche che si astengano dal creare le condizioni per un intervento di tipo politico sul reale, ma si limitino a riprodurne un ridicolo simulacro in termini di presunta democrazia diretta.
E intanto, gli uffici stampa continuano a essere i veri direttori dei giornali. I portavoce dettano gli articoli alle agenzie, che poi li trasmettono ai giornali, che poi li passano ai lettori. La mediazione del giornalista sarebbe cruciale, ma scompare. Il suo compito non è più informare, ammesso che mai lo sia stato: è dar forma a un’idea di mondo compatibile con la comunità di lettori a cui fa riferimento il suo giornale; è creare il tabellone sul quale scrivere i nomi dei buoni e dei cattivi; è fissare gli argomenti su cui si deve alzare la paletta.
Nel momento in cui pretende di glorificare la felice capillarità dell’interventismo, finalmente aperto democraticamente a chiunque senza la mediazione dei mostruosi partiti o di altre forme di negoziazione degli interessi, la «democrazia della paletta» – l’«io posso» – non mette al mondo l’azione, ma sottoscrive la certificazione dell’impotenza.

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2 commenti su “La democrazia della paletta

  1. riccardo r

    Non per polemica ma per riflessione sincera: ieri su Il Post si invitava il Corriere a prendere posizione coraggiosamente nei confronti della politica e la strategia economica (“una buona rivoluzione”) del governo. A parte l’invito condivisibile a De Bortoli di essere schietto, non sembra che se il Corriere riporta (possibilmente in modo professionale) notizie senza indicare soluzioni, faccia semplicemente quello a cui ci si richiama nel brano della Sgaggio, ovvero giornalismo?

  2. Piccola Dorrit

    Sia il giornalismo d’informazione che quello d’opinione mi pare che ancora esistano nel nostro paese, per fortuna – e già la denigrazione m’insospettisce – e sono entrambi nobili e necessari.

    Circa quella che è detta la “ democrazia della paletta” dobbiamo a monte rivedere come è stata forgiata la nostra società di massa.
    Con la rivoluzione industriale, l’urbanizzazione e lo sviluppo del capitalismo si sono formate le grandi masse da manovrare con la propaganda – vedi fascismo e nazismo nella vecchia Europa.
    Nel dopoguerra, con l’avvio della società del benessere, ecco spuntare masse enormi da controllare, quasi narcotizzare con i mezzi di comunicazione. Che le masse debbano essere abbindolate dai mass media è stato alla base del nostro sistema capitalistico, retto dalla produzione e dal consumo: si è trattato essenzialmente di masse consumatrici. Pubblicità, audience e indice d’ascolti, sono stati gli strumenti per forgiare queste masse.

    L’anonimato è stato il tratto saliente delle masse così formatesi, l’individuo racchiuso e pavidamente protetto dentro maggioranze silenziose, contro la libertà di pensiero e lo spirito critico, è stato questo fino ad un certo punto lo scotto da pagare.

    Oggi in internet e nelle risposte alle iniziative dei giornali in realtà la gente esce dall’anonimato, si presenta con nome e cognome, anzi ci mette pure la faccia – la fotografia. Le masse ora vogliono partecipare come individui pensanti e fanno outing, cioè si dichiarano. Mi sembra un bel passo avanti. E il bus si muove eccome. Così è nato il popolo viola.

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