Canzoni belle da vergognarsi

Dopo i primi ascolti del nuovo disco dei Daft Punk avevo detto a qualcuno che me ne chiedeva che se fosse stato fatto da qualcun altro lo avremmo trovato terribilmente kitsch, e lo avremmo probabilmente accantonato imbarazzati prima che potesse cominciare a piacerci. Una simile riflessione la fa il sommo critico pop del New Yorker, Sasha Frere-Jones:

Noodly jazz fusion instrumentals? Absolutely. Soggy poetry and kid choirs? Yes, please. Clichés that a B-list teen-pop writer would discard? Bring it on. The duo has become so good at making records that I replay parts of “Random Access Memories” repeatedly while simultaneously thinking it is some of the worst music I’ve ever heard. Daft Punk engages the sound and the surface of music so lovingly that all seventy-five loony minutes of “Random Access Memories” feel fantastic, even when you are hearing music you might never seek out. This record raises a radical question: Does good music need to be good?

Il tema è notevole: quello che scrive Frere-Jones è vero. È vero che il disco è fantastico nel suo essere tremendo, ed è vero che – per quanto ce la raccontiamo elencando le citazioni e la cultura disco – è un disco baracconata che non oseremmo mostrare ai nostri amici musicofili, non fosse che sono i Daft Punk, che per una serie di ragioni psico-social-modaiole hanno sdoganato delle cose di cui se no ci si vergogna.

Ed è vero anche, e lo abbiamo detto spesso, che le canzoni – non mi spingo su altre forme d’arte, ma sarei tentato – hanno una potenza appiccicosa ed emotiva che supera ogni valutazione critica e analisi colta, ed è il bello delle canzoni (e di altre forme d’arte: che-ci-piacciono, punto). Mi cito, con sprezzo del pericolo:

i Duran Duran hanno dato al mondo più belle canzoni di Frank Zappa

 

Altre cose:

9 commenti su “Canzoni belle da vergognarsi

  1. Giordano

    Per dirla alla Zeman: canzone è bella quando hai pelle d’oca cantandola. E non mi vergogno di nessuna delle canzoni che mi hanno fatto venire la pelle d’oca, fossero i Pink Floyd o Cesare Cremonini.

  2. Hugo

    Tutto vero e condivisibile. Resta comunque l’indubbia qualità tecnica del suonato, degli arrangiamenti e della produzione.

  3. massimo58

    Zeman chi sarebbe? Se lo sapessi colmerei una mia lacunamusicale o si tratta solo del solito calciatore/tronista/fidanzato di veline?

  4. capodoglio

    A dire il vero sarebbe stato Boskov, non Zeman ;)
    Ad ogni modo, erano anni che aspettavo i Daft Punk, da fan sfegatato, tra l’altro, quindi avrei perdonato pressocchè qualsiasi cosa. E, se devo essere sincero, sono rimasto colpito dal singolo, che davvero rimane appiccicato. Ma… Lo trovo davvero dimenticabile.
    Mi appoggio a un commento precedente: arrangiamenti spettacolari, suoni perfetti, produzione meravigliosa. Ma di plastica e terribilmente ripetitivo, a parte un paio di canzoni. E troppo simile ai modelli, c’è una traccia che, fino almeno al ponte, è uguale a Eye in the Sky degli Alan Parsons project.
    Insomma, mi aspettavo non qualcosa di meglio, ma qualcosa di diverso e più stimolante. Questo lo metterei come sottofondo in un club chic per gentlemen.

  5. lorenzo68

    E’ un disco che ha ritmo come non se ne sentiva da decenni. Ci ha provato negli anni Madonna fallendo.
    Loro no sono andati dritti fino in fondo e hanno riproposto una dance come non se ne sentiva da tanto troppo tempo.

  6. suzukimaruti

    Ci sono dischi che aprono il mondo a nuove sonorità, cioè spingono un po’ più in là la frontiera dell’ascoltabile o inventano un suono che prima non c’era.
    E poi ci sono dischi che (odio il termine) sdoganano sonorità impensabili presso pubblici ostili o indifferenti. Ecco Random Access Memories.

    In un certo senso Random Access Memories apre il chakra della disco, della post-disco e di certo AOR a chi viveva senza per ragioni culturali o anagrafiche (ché per un ventenne di oggi il revival sono le Spice Girls, non gli Chic).
    A modo loro, i Daft Punk fanno per la “musica di genere” quello che Tarantino fa per certo cinema, incluso il recupero di vecchie glorie in contesti di continuità col loro passato glorioso.

  7. Hugo

    Il paragone con Tarantino è azzeccatissimo. Più che una semplice riproposizione, anche più di una precisa rielaborazione in chiave moderna, qui secondo me c’è amore per l’arte musicale tout court e tanta qualità di fondo. Con buona pace degli innumerevoli ‘imitatori’ dell’uno e degli altri, che rimangono al palo ogni volta.

  8. Pingback: “prof, chi è giorgio moroder?” | cheremone

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