La retorica delle passioni

C’è stata qualche protesta e polemica dopo un articolo di Massimo Gramellini sulla Stampa che commentava criticamente la presunta eccessiva dipendenza del genere umano contemporaneo da regole e risultati scientifici, rappresentati dagli “algoritmi”, termine che una parte un po’ luddista della civiltà attuale ha deciso di usare per additare questa fredda e disumana regolamentazione delle nostre vite (qui c’è spiegato cosa vuol dire algoritmo, che secondo me lo sanno in pochissimi).

La dittatura dell’algoritmo è l’ultimo rifugio di un certo tipo di persone, per lo più maschi intellettuali con il cuore a forma di granchio e gli occhi a forma di dollaro, che non riuscendo più a sentire niente si illudono di domare le loro insicurezze con una serie di algide formulette attinte dalla marea di dati personali che le nuove tecnologie mettono a disposizione.

Lo stesso Gramellini ha garbatamente concesso poi di essere stato forse sbrigativo e poco chiaro (“l’articolo mi è uscito storto”) e questo gli va riconosciuto come corretto e raro. Ma del suo pezzo secondo me era debole soprattutto la banalità demagogica dell’invocazione di nobili e “veri” sentimenti, passioni ed emozioni ad argine della fredda disumanità della tecnologia. Che è un po’ una sciocchezza, perché le cose sono più confuse e perché spesso incolpare le tecnologie “cattive” è un alibi per non incolpare noi del cattivo uso che a volte ne facciamo.
In questo, mi torna caro un film su cui ho sfinito congiunti, colleghi, passanti e lettori negli ultimi anni, che è “Moneyball”: una delle cui bellezze stava nell’inversione del cliché paraculo che in mille film e libri e storie nobilita i risultati dell’istinto, dell’esperienza intuitiva, del caldo approccio umano alle cose e li contrappone alla pretesa inaffidabile rigidità delle macchine e delle prescrizioni scientifiche.
Moneyball diceva il contrario, finalmente: mostrava i vecchi tromboni che dicono “lasciate fare a noi che sappiamo come fare, conta l’istinto, conta averne viste, conta quello che ho accumulato dentro di me e non sono in grado di trasmettere o teorizzare perché è fatto di piccole cose, sensazioni, sensi, emozioni, nonsoché, rughe”. Dicono così, e intanto perdono e perdono, e arriva finalmente quello giovane e inesperto che ha studiato i numeri, rivisto i video, confrontato i dati, calcolato le necessità e le opportunità, e lui vince. E dopo si adattano tutti a fare come lui (poi alla fine vincono i soldi, alla faccia sia dell’intuito che della scienza).
E quando vincono, non incassano solo “i pubblicitari”, come ha scritto Gramellini.
Sono più contenti. Emozioni. Passioni. Con gli algoritmi.

Altre cose:

12 commenti su “La retorica delle passioni

  1. paolo

    Evviva evviva. Sono molto d’accordo. Sottolineo un’altra cosa. Le due cose, vale a dire un’approccio “algoritmico” (vogliamo chiamarlo razionale?) e uno di “cuore” non sono in contrapposizione. Non sta scritto da nessuna parte, ed anzi fa parte di un modo di pensare pigro e banale, che il ragionamento scientifico non venga , prima, dopo , durante, alla fine, corredato da considerazioni di tipo più empatico. Il fatto che è coloro attingono alla retorica del cuore, di solito lo fanno per mascherare una pigrizia di fondo nel non voler studiare le cose, documentarsi, capire e solo allora parlare. Perché costa fatica e lavoro. Il “cuore” non costa niente e in un paese come l’Italia ha (purtroppo) molti sostenitori.

  2. Giordano

    Concordo con Paolo. Questa roba del cuore a tutti i costi sempre è solo una scusante per la propria pigrizia.
    Non significa, per contro, che sia sempre necessario scegliere la via razionale ma bisognerebbe almeno avere gli strumenti per analizzarla questa alternativa razionale e poi poter scegliere. Ma noi siamo il paese dove fin da piccoli “a me non piace/non sono portato per la matematica”. E siccome non sei portato non la studi più e va ben così…

  3. uqbal

    Aggiungo una cosa un pochino a latere, forse una banalità: tendiamo ad immaginare le emozioni e l’istinto come qualcosa di libero e irrazionale.
    In realtà, anche senza voler fare gli psicologi cognitivi evolutivi à la Pinker (non ne sarei in grado) a me pare che, ad occhio, le emozioni siano abbastanza logiche: rispondono ad una dinamica azione-reazione abbastanza prevedibile e scontata: amo riamato? Sono felice. Amo non riamato? Sono infelice. Mi tradisci? M’arrabbio. Mi sei fedele? Allora mi fido di te.
    Quando uno ha delle emozioni che non capiamo, apparentemente senza spiegazione o ragione (oh!), allora: “E’ matto”. Possiedi milioni di euro ma metti da parte le monetine perché hai paura di diventare povero? Sei svitato.
    Ti dedichi anima e corpo ad una persona che non ne vuole sapere di te ma tu non vuoi nulla in cambio? Fatti vedere.
    Tant’è vero che gli algoritmi funzionano…ci arrabbiamo solo perché c’è una logica anche lì: se sono prevedibile e sono soltanto uno tra miliardi nel mazzo, il mio valore relativo sento che diviene minimo. E invece vorrei essere unico.

  4. pifo

    Il pezzo di Gramellini (grandissimo trombone del sabato sera!) sara’ anche opinabile, discutibile, “uscito storto” ma ha il pregio di essere chiaro e intelleggibile e io tutta ‘sta demagogia dei sentimenti da contrapporre alla deriva tecnologica non riesco proprio a trovarla, non parliamo poi del reato di “leso algoritmo” che si nasconderebbe tra le righe.
    L’idea che l’analisi dei dati, l’applicazione, lo studio, il confronto sistematico, siano di per se chiavi di successo garantito nello sviluppo di un modello (algoritmo) affidabile e’ altrettanto demagogica della sua contraria (che, ripeto, Gramellini non ha sostenuto). Esistono processi per i quali non e’ possibile, nonostante l’applicazione, sviluppare modelli con infinito grado di precisione e quasi sempre, utilizzando un algoritmo, ci si deve accontentare di un livello definito “a priori” ma ragionevole di questa, spesso del tutto insoddisfacente.
    Non abbiate paura di ledere nessuna maesta’ matematica o tecnologica: l’idea che analizzando le costellazioni di contatti FB di due soggetti si riesca a predire l’orizzonte di longevita’ di una coppia con un grado “elevato” di precisione e’, lo sapete bene, totalmente ridicola! E forse Gramellini e’ questo quello che ha “intuito”.

    Sul mio testo sacro di Time Series Analysis il capitolo sul “forecasting” veniva introdotto dall’autore con un divertentissimo aforisma anonimo che la dice lunga sul senso di realismo con il quale gli addetti ai lavori “gestiscono certi algoritmi”:
    “Forecasting is the art of saying what will happens, and then explaining why it didn’t”.
    Saluti.

  5. tonio

    È la replica di Gramellini a Vespignani ad essere uscita storta. Quante volte ci hanno portato l’esempio di scoperte eccezionali grazie alla “scintilla divina” che è in noi, che se non può sostituire il metodo scientifico nella ricerca senz’altro la può accelerare. In fondo Gramellini nel suo articolo ha voluto ricordare a sé stesso e agli altri che la libertà dell’individuo nell’autodeterminarsi viene prima di una delega in bianco ad una qualsiasi raccolta scientifica di dati chiamata a decidere della nostra vita per avere la pretesa certificata della verità assoluta. Non ci trovo nulla di banale, ma bisogna stare attenti a non cadere nella retorica, questo si.

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  8. nardelli

    E’ un bene che la querelle si sia ricomposta pacificamente. Ma è necessario che gli scienziati facciano molta più divulgazione scientifica. E poi, come ho sottolineato nel mio post “Algoritmi che passione!” dedicato a questa faccenda:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/09/algoritmi-che-passione/772044/
    bisogna che ci sia più apertura alla collaborazione tra umanisti e scienziati per arrivare a quella mediazione tra istinto e ragionamento che è la sola nostra speranza di un futuro migliore. Anche perché identificare in che punto del confine deve avvenire la mediazione è compito davvero arduo.

  9. Andrea Martinelli

    Questa storia dell’arida matematica /scienza contrapposta alla pienezza dei sentimenti e del’istinto denota una profondissima ignoranza del mondo umanistico nei confronti di questa meravigliosa branca del sapere umano. Quando incappo in tirate come questa di Gramellini mi torna in mente un aneddoto di parecchi anni fa.
    Durante i primi anni di studio alla facolta’ di fisica di Milano, uno dei corsi piu’ belli e’ stato Analisi, le cui lezioni erano condotte dal Professor Paganoni. Ricordo ancora una delle lezioni piu’ belle ed impegnative che riguardava la dimostrazione particolarmente complessa di un teorema. Dei tanti modi in cui e’ possibile dimostare quel teorema il Professone ci disse che ne sceglieva uno che poi avrebbe reso piu’ semplice la dimostrazione di un’altro teorema.
    Alla fine della lezione, nel corridoio eravamo un gruppo di studenti attorno al professore ed uno chiese: “Professore, ma tra i tanti modi con cui si puo’ dimostrare un teorema, come se ne sceglie uno o l’altro”
    “La scelta si basa unicamente sull’estetica. Si sceglie il modo che sembra piu’ bello, piu’ elegante, piu’ raffinato. E ognuno ha i suoi gusti. Tutta la matematica e’ guidata essenzialmente dalla bellezza.”
    Ecco, Gramellini si perde tantissima bellezza. E purtroppo non se ne rende neanche conto.

  10. LordDrachen

    Parliamo di tutto e di niente.
    Intanto stupisce che nel 2013 si affermi ancora qualcosa che affermi implicitamente una neutralità della tecnologia, quella che non è cattiva in se, ma che dipenderebbe dall’uso che se ne fa. Una posizione diciamo abbastanza distrutta da tutta una serie di analisi vecchie di almeno un secolo.
    La tecnologia non è mai neutra, quindi le sue storture non sono mai imputabili all’uso che se ne fa, ma son piuttosto imputabili alla società che la produce (quella tecnologia), la quale però non può che essere espressione implicita del modello sociale, nelle sue finalità, ma prima ancora nella sua essenza intrinseca.
    Detto questo: un conto è criticare giustamente un approccio emotivizzante, io direi anche sovrasociale/empatico, che è un bel sistema che solitamente si usa per buttare nella spazzatura il senso critico (a cui è legato l’impegno, come giustamente diceva qualcuno poco sopra).
    Un altro conto è invece non vedere come il “problema della tecnica” di Heidegger-iana memoria sia quantomai attuale nel suo declinare l’uomo a strumento, schiacciato dalla “macchina” e anche la moderna tendenza ad esaltare un ateo-razionalismo imperante che rifugge dal “dubbio” e che combatte l’inquietudine esistenziale con una ossessione spasmodica alla verità oggettiva e scientifica, in una forma equiparabile di teologia uguale e contraria.

  11. valentina85

    Però la prossima volta che ci consigli un film non raccontarcelo tutto, finale e morale compresi.

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