Improvvisare l’autorevolezza

Nel suo bel libro su padri e figli, vecchi e giovani, e adolescenti contemporanei, Michele Serra mette cose divertenti e cose intelligenti, riflessioni spicce che fanno ridere e intuizioni autocritiche che fanno pensare (o viceversa, anche). A un certo punto – forse è una cosa che bisogna essere all’improvviso padri dopo essere stati sempre figli, per capirla e sentirsi capiti – spiega della difficoltà di interpretare un ruolo che prevede anche autorità e gravità, avendo sempre diffidato e irriso autorità e gravità.

Dicono che avresti avuto bisogno di un Padre. Un vero Padre. Che avresti avuto bisogno del suo ordine ben strutturato, ben codificato, così da poterlo fare tuo oppure confutarlo e combatterlo, e combattendolo diventare un uomo.
Non c’è argomento che mi metta più in difficoltà. Del padre non ho che alcune attitudini. Per esempio quella, non trascurabile, di mantenerti con il mio lavoro e la mia fatica. Ma so che è sconveniente farlo pesare (anche se altrettanto sconveniente, lo dico a carico tuo, è dimenticarlo). Ma riconosco che di tutte le altre tradizionali attitudini del padre – stabilire regole, rimproverare, punire, disciplinare – non sono un convincente interprete. Le volte che tento di riportare ordine, sottolineare regole, sento di avere il tono incerto dell’improvvisatore, non il tono autorevole di chi è sicuro del proprio ruolo. Sento di sembrare uno che si è ricordato all’improvviso, costretto dall’emergenza, che avrebbe avuto il compito di governare. E non lo ha fatto. E simula, come il più ipocrita o il più inetto dei politici, di avere un programma di governo affastellando alla rinfusa mozziconi di regole, minacce improbabili, ricatti sentimentali, con la voce che oscilla dal borbottio lugubre all’acuto nevrastenico. Nel corso di questi concitati e per fortuna rari comizi domestici, dubito di almeno la metà delle cose che ti dico. Già mentre le pronuncio sento che appartengono a un armamentario retorico vetusto, rimediato appiccicando i cocci di vecchi codici infranti, spazzati via da rivoluzioni sociali o resi ridicoli dalla loro stessa prosopopea.

In termini tecnici, sono il tipico relativista etico. La definizione circola da qualche anno, più o meno spregiativa a seconda che chi la adopera sia molto o poco convinto di detenere verità assolute. La trovo calzante. Sta a indicare quella larga fetta di adulti occidentali che, a parte una ridottissima serie di precetti senza tempo e senza copyright (tipo non ammazzare e non rubare), non riescono a trovare indiscutibile alcun assetto etico, specie nella vita privata. Di qui una diffusa incapacità di pronunciare certi No e certi Sì belli tonanti, belli secchi, con quel misto di credulità e di boria che aiuta, e tanto, a credere in quello che si dice.
Sono il tutore ondivago di un ordine empirico, composto e poi scompaginato giorno per giorno, scritto in nessun Libro, impresso su nessuna Tavola.

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5 commenti su “Improvvisare l’autorevolezza

  1. uqbal

    Sarà banale, ma farsi meno pippe mentali potrebbe essere di un certo aiuto…magari preoccupandosi anche meno del tono di voce, adattandosi al fatto che il mestiere d padre ti porta a dire delle cose che son pure banali, ma amen, vanno dette, senza menarsela tanto con il suo rapporto con l’autorità, ecc. ecc. Meno intellettualismo, insomma…

  2. minimAL

    Non mi meraviglia che Michele Serra si dimostri un omino debole debole: dai fallimenti della sua generazione – così ipocrita e falsa – sono nati gli anni ’80, che non mi sembrano così esemplari.
    Nonostante io sia ateo, trovo alcuni insegnamenti del Vangelo intrinsecamente esemplari. Uno di questi recita “il tuo sì sia sì, il tuo no sia no; il resto è del Demonio”.
    Poi mi resta sempre il dubbio su come e quanto Sofri legga i libri che consiglia, visto che a suo tempo si vantò di non leggerne più

  3. Steve Romano

    Beh, questo è un librino di cento pagine, può avercela fatta.

    Piuttosto, mi pare che il libro di Serra si proponga come opera di narrativa; vedo invece che tutti, lettori e non lettori, ammiratori e spregiatori, lo intendono senz’altro come un’autobiografia, fin nei dettagli, e lo giudicano di conseguenza: cioè, danno un giudizio morale dell’autore identificandolo senz’altro con il personaggio.

    Poi io non so, forse ci saranno delle dichiarazioni dell’autore che autorizzano questa interpretazione.

  4. Qfwfq71

    Si tratta di non confondere autoritarismo con autorevolezza.
    I Si e i No espressi con sicurezza (o sicumera) solo per timore di non sembrare all’altezza delle questioni che i figli ci pongono, se sono fini a se stessi, non hanno alcun valore.
    Se non credi e non sei convinto in quello che dici e fai nei confronti dei tuoi figli è inutile sperare di cambiare.
    Se non sai o non sei in grado di affrontare una questione, o se non hai risposte certe a tutto quello che i figli ti richiedono, spesso una sana e sincera ammissione di impreparazione è la cosa migliore che puoi fare.

    Viceversa quello che conta, quello che veramente conta nell’educazione e nella crescita dei figli, non sono le regole o le non regole, ma la presenza e il distacco: saper spingere progressivamente i figli verso l’autonomia lasciandogli la consapevolezza che potranno sempre contare su di te.
    La crescita di un figlio è un processo lento e inesorabile nel quale troppo spesso l’imposizione acritica di regole, non è che un comodo alibi per raccontarsi e illudersi di avere fatto tutto quanto necessario per essere un buon padre.
    Ma i figli, come le persone, non sono tutti uguali, non tutti hanno bisogno di regole, non tutti hanno bisogno delle stesse regole. Per ogni figlio bisogna saper trovare il giusto equilibrio e la giusta chiave educativa.
    Essere un buon padre è anche sapersi mettere in discussione, mettendo in discussione la nostra stessa educazione: quella che abbiamo ricevuto e che ci ha portato ad essere come siamo. Si tende a reiterare gli stessi modelli educativi che abbiamo ricevuto: “io da piccolo sono stato educato così e adesso guarda come sono diventato, se è andata bene per me perchè non dovrebbe andare ben per mio figlio?”.
    Sono convinto che avere dei figli sia come affrontare un esame permanente con il nostro essere.

    Così l’affermazione di un modello educativo non è che l’affermazione di se stessi verso le possibili varibili alternative; cìè il rischio di scoprire che le cose sarebbero potute andare meglio anche per noi. Ma se è vero, come tutti ammettiamo, che siamo perfettibili, allora è giusto ricercare con ogni mezzo a nostra disposizione, quella perfettibilità.

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