Fatti, parole e lavori

Mi sono chiesto se tornare o no sulla questione di quel che ho detto al Festival del Giornalismo di Perugia a proposito della retribuzione del lavoro: qualcuno me lo ha chiesto, ma sono piuttosto convinto che molti di quelli che hanno protestato (tutti assenti, quasi tutti senza neanche aver visto il video che è online) si siano fatti trascinare da un’indignazione precipitosa e facciano fatica anche ad accettare spiegazioni e chiarimenti che li costringano a rendersi conto di avere sbagliato ed esagerato. Quindi temo, appunto, che ogni spiegazione possa essere inutile e anzi serva da ulteriore pretesto a chi ha voglia di litigare o sentirsi nel giusto a buon mercato.

Ma ho pensato che il messaggio distorto e scemo che alcuni hanno costruito e mi hanno attribuito (inventando anche parole registrate e scritte) probabilmente è arrivato anche a molte persone meno litigiose e aggressive, che pur non avendomi mandato tweet coi punti esclamativi o non avendo scritto post argomentati contro cose che non ho mai sostenuto, lo stesso hanno accolto in un angolo della loro attenzione la versione per cui io avrei detto che non bisogna pagare chi lavora (fa ridere, lo so: eppure di questo si è scritto per un paio di giorni).

Ci sono quindi – passato qualche giorno – due cose che voglio mettere per iscritto, e pazienza per chi le abuserà di nuovo (quelli a cui sono antipatico, dal Giornale in giù, probabilmente me li sono cercati): però per limitare i fraintendimenti e rispondere a tutte le obiezioni circolate dovrò stavolta essere molto lungo, avvisàti.
La prima cosa è su quello che ho detto e la seconda è su quello che penso.

La prima: chiunque fosse in quell’affollata sala a Perugia ha percepito l’enfasi con cui ho sottolineato la parola “debba” in “non credo che il lavoro debba essere pagato”. E ha capito che il significato era “malgrado quel che a volte si dice, non credo che lo pensiamo un obbligo assoluto”. Riconosco – e trovo anche affascinante l’equivoco – che se la stessa frase viene scritta omettendo di segnalarlo con un corsivo o in altro modo, il significato possa essere ambiguo e avvicinarsi a “credo che il lavoro non debba essere pagato”.
Però è chiaro che 1) chi trascrive la frase e omette di mantenere quell’enfasi o di spiegarla compie un inganno ai danni del lettore, facendogli credere che io abbia detto che non credo il lavoro vada pagato; e 2) è abbastanza impensabile che chiunque – me compreso, per quanto sbronzo mi si possa immaginare – abbia detto che in generale il lavoro non vada pagato.

In chi abbia invece tratto questa conclusione vedo quindi un’alternativa tra essere scemo per la ragione 2 o essere in malafede per la ragione 1 e per la ragione 2. Come è dimostrato dal fatto che – comprese le due giornaliste sarde con cui ne abbiamo parlato più estesamente alla fine dell’incontro – nessuno dei presenti ha equivocato quel “debba”.
Discuto quindi volentieri di cosa significhi ritenere che possa esserci del lavoro che non è retribuito in denaro e questo dia lo stesso soddisfazione a chi lo compie. Ma non posso discutere una cosa che non ho mai detto, che non penso, e che squalifica chi me la attribuisce.

E vengo alla seconda cosa, quindi: che possa esserci del lavoro che non è retribuito in denaro e questo dia lo stesso soddisfazione a chi lo compie. Prima, però, spiego perché l’ho detta, in quei termini: che potevo fare a meno, vista la delicatezza del tema e visto com’è andata (sì, esagero: molti hanno condiviso e apprezzato il ragionamento, e li ringrazio).
L’ho detta perché io credo che un discorso corrente che enfatizza presso molte persone il loro sentirsi vittime di soprusi sempre e aizza la loro indignazione e rabbia a prescindere non faccia bene a quelle persone, e soprattutto ai ragazzi giovani che dicono di fare il lavoro giornalistico (si parlava di quello, a Perugia, ma il mio era comunque un discorso valido in generale) con motivazioni – “sogno”, passione, migliorare il mondo, essere utili alla comunità – che non sono prioritariamente di sostentamento, e di ricerca di una professione come un’altra che dia loro di che mantenersi. Sia chiarissimo: so che ci sono occasioni e situazioni che motivano indignazione e rabbia, so che c’è chi sfrutta il lavoro (pure questo mi tocca spiegare) e l’ho detto, e al Post abbiamo costruito modelli opposti e gratificanti per tutti e di cui siamo orgogliosi, e questo mi permette di parlarne serenamente: ma non credo che far diventare assolute e “senza se e senza ma” rabbia e indignazione sia una cosa corretta e saggia. Anzi, credo che nessuna opinione assoluta sulle cose che prescinda da quelle cose, dal loro contesto, dal fatto che ogni caso e ogni situazione siano diversi, sia non solo infondata ma in contraddizione con l’approccio che debba avere qualunque bravo giornalista. Ecco cosa mi ha deluso delle obiezioni di alcuni che hanno poi protestato su internet senza ascoltare, senza cercare di capire, senza ammettere casi e variabili, senza farsi domande, senza immaginare mondi e situazioni fuori dalla propria e dal proprio campo di osservazione, impiccandosi alle parole e alle definizioni vuote piuttosto che ai fatti: che questi approcci sono stati la cosa più lontana da un approccio giornalistico alle cose.

A questo punto, dettagliate queste cose, a me che “non tutto il lavoro debba per forza essere pagato” pare un’affermazione persino ovvia (come è ovvio che non stia dicendo, né abbia detto che “non tutti i lavoratori debbano essere pagati”: ho parlato di singoli e puntuali lavori). Ma la argomenterò in dettaglio lo stesso. Prima però farò alcuni esempi a caso di cose che io considero lavoro anche se fatte gratis.
– Un medico mio amico che mi visita gratis
– Un avvocato che prepara le pratiche di immigrazione del custode cingalese del suo condominio
– Un giornalista che va a presentare un libro altrui
– Un benzinaio che vi gonfia le gomme del motorino
– Un giovane artista che dipinge un muro della sua città
– Uno che scrive i sottotitoli di House of Cards e li mette online
– Un fotografo che mette su Flickr un proprio reportage
– Un volontario al Festival di Perugia

Sono cose che si fanno gratis, per motivazioni non immediatamente monetizzate e non disdicevoli: per cortesia, per auto promozione, per investimento, per non voler dire di no, per generosità, per piacere di farle, per mostrare il proprio lavoro. Certo, sono scelte di chi fa il lavoro, o discendono da sue scelte. Ma naturalmente nessuno ha pensato la proposta fosse di obbligare qualcuno a offrire gratis il suo lavoro, vero?

Un’obiezione che qualcuno ha evocato è che queste cose non siano lavoro, proprio perché non sono pagate. E che quindi si possa chiamare lavoro solo quello che viene pagato: ma in questo caso la definizione si autodimostrerebbe, e dovremmo allora non chiamare lavoro tutto quello che non viene pagato, e non potremmo più protestare per un “lavoro non pagato”, perché sarebbe un ossimoro. Ma ammettiamo allora che sia “lavoro” solo quello che chi lo compie immagina che sarà pagato: in questo caso, se qualcuno ha promesso di pagare un lavoro che non sarà pagato, siamo nell’ambito della truffa, non della discussione sulla retribuzione del lavoro e sul suo senso.

Un’obiezione simile è quella di chi dice “eh, ma è volontariato, non lavoro”. A parte che ditelo a chi offre il suo lavoro gratis, che quello non è lavoro. E comunque, se vi volete appendere alle parole, allora la questione è presto risolta: quello che io ho detto si legga in “io credo si possa fare anche del volontariato, non solo del lavoro”. Il volontariato è lavoro che si accetta volontariamente di non farsi retribuire.

Mi pare quindi che si dimostri che ci sono molte occasioni nei diversi lavori di ognuno nelle quali ci facciamo pagare o no per quello che facciamo, senza che questo renda quelle occasioni riprovevoli o renda insoddisfatto chi fa quel lavoro. E quindi la frase “non è vero che il lavoro debba sempre essere pagato” è del tutto fondata, se si sta alla realtà delle cose. E quindi io ho detto una cosa ovvia e condivisa, su cui ci sono state agitazioni ridondanti (“eh, no, sei tu che ti sei spiegato male!”; “sarà ovvia, ma tu non devi dire cose ovvie a chi ha i nervi scoperti!”).

Chiarito questo, dirò invece cosa penso e cosa so del lavoro da giornalista e delle sue retribuzioni monetarie attuali. Trascuro, come vedete, di citare esempi personali o legati al Post e alle sue scelte che basterebbero a far sentire ridicoli molti di quelli che hanno attribuito a presunti interessi privati o imprenditoriali questo ragionamento. Non doveva essere di me che si discuteva, malgrado alcuni – dal Giornale in giù – si siano dimostrati più affezionati a questo, di argomento.
1. trovo contraddittorio che si parli del mestiere di giornalista in termini straordinari e diversi da quelli che applichiamo ad altre professioni, evocando appunto “il sogno”, “la passione”, “la missione”, e poi si cerchi di quantificare tutto questo in termini monetari e di mercato. I sogni si misurano con la realizzazione dei sogni, i soldi si misurano col mercato. A chi vuole fare il lavoro di giornalista – qualunque cosa sia oggi – per passione, suggerisco di mettere in conto che possa non essere retribuito o retribuito molto poco. A chi la vede come una professione con cui mantenersi, io oggi la sconsiglio: e non sono io a sconsigliarla, è la realtà fuori. Ad andare alla radice, sono i lettori, a sconsigliarla. I lettori, là fuori, non sono disposti a pagare per il nostro lavoro: ovvero pochi di loro sono disposti a pagare poco, molto meno che in passato. Quindi – a meno che non si avalli un intervento pubblico a modificare questo quadro, che ci può stare, anche se io personalmente ne diffido – i soldi a disposizione per “pagare il lavoro giornalistico” non sono un dato immutabile e garantito. E in questo momento sono un dato mutato assai, molto ridotto e in ulteriore riduzione, che non è in grado di retribuire l’offerta di lavoro giornalistico.

Per averlo presente – che si fa fatica a cambiare le abitudini mentali – consiglio di immaginare il lavoro dei giornalisti non più come un lavoro per cui c’è una cospicua domanda disposta a pagare, ma come quello dei poeti. Tutti siamo d’accordo che la poesia è molto bella, è una cosa nobile e che aiuta le nostre culture e le nostre civiltà, è bene che sopravviva e che esistano dei grandi poeti: e senz’altro ci sono persone che vorrebbero poter fare i poeti, nella vita. Ma nessuno penserebbe di chiedere garanzie perché la professione di poeta sia remunerata e che chi scrive poesie abbia certezza di potersene mantenere. I poeti si mantengono con altro, nella stragrande maggioranza: e quelli che si mantengono di poesia sono molto pochi. E siamo molto lucidi su questo, e non credo che riceverò tweet irritati di giovani poeti, su questo.

“Eh, ma è diverso…”. Certo che è diverso, tutto è diverso: ma fatte le dovute proporzioni, noi lettori di news ci stiamo comportando esattamente come i lettori di poesie, o gli spettatori di teatro. Non paghiamo più per quel lavoro. Siamo noi, a non pagare i giornalisti, i poeti, e gli attori di teatro. La vera differenza tra questi casi è che nel giornalismo oggi ci sono modi diversi di fare informazione e opportunità innovative, che in limitati casi rendono competitivi i più bravi a coglierle e sfruttarle.

Inciso superfluo ma temo necessario: naturalmente non sto parlando di chi se ne approfitta, come ho detto a Perugia, di chi ottiene ampi guadagni sfruttando il lavoro gratuito di altri e non condividendo quei guadagni. Se discutiamo di come crescono gli alberi non stiamo parlando dei taglialegna.

Secondo inciso: lo so anch’io che ci sono giornalisti e collaboratori di giornali che vengono pagati ancora benissimo per impegni limitati e lavori spesso di qualità discutibile. Ma di nuovo, sono in molti casi i lettori a premiare ancora quelle firme sulle prime pagine, e questo le rende preziose, più preziose di quello che siamo io e voi per quei giornali. In altri casi, quei giornalisti ben pagati sono garantiti da consuetudini, relazioni, complicità, che vanno a scapito della stessa impresa editoriale, oltre che dei precari sottopagati: e vedere giornali in crisi che spendono decine di migliaia di euro per privilegi a veterani che ripetono se stessi (nel migliore dei casi) è deprimente per le sorti di quei giornali stessi, come prima cosa. Ma stiamo ancora parlando dei taglialegna. Che ne possiamo parlare, e anzi bisognerebbe parlare coi taglialegna. A Perugia ne sono passati, in questi anni.

Spero di essere stato chiaro: secondo me, la pensiamo tutti allo stesso modo. Qualcuno non ha fatto bene il suo lavoro. Ma grazie agli altri della pazienza comunque.

Altre cose:

9 commenti su “Fatti, parole e lavori

  1. uqbal

    Tutte le attività citate come “volontariato” sono attività relativamente marginali, o accessorie e di contorno che non “fanno un mestiere”.

    Rimane il fatto che il fatto che per alcuni, per quanto pochi, il mestiere sarà ancora mestiere (per quanto aggiornato: selezionatore di notizie, esperto multimediale) e soprattutto sarà a tempo pieno: con loro come ci si regola? Gli si dice semplicemente “amen, va così”?

    Da un altro punto di vista: quel che si contesta al mondo del giornalismo (e io qui di certo non mi metto a dare giudizi: riporto quanto sento) è di essere non più o meno macchiato da un numero più o meno grande di sfruttatori/truffatori, ma di essere strutturalmente sfruttatore/truffatore, al punto che se si togliesse lo sfruttamento, non ci sarebbero più giornali.

    La base della piramide del mercato del lavoro quindi protesta, perché sa che mantiene un vertice che merita sempre meno la propria posizione. Reclama e richiede. La domanda è: quali sono le richieste legittime, quali quelle concretamente soddisfabili, quali quelle puramente velleitarie e quali quelle semplicemente sbagliate?Si può generalizzare e dare qualche indicazione o ogni testata è talmente un caso a sé che si può solo navigare a vista?

    Poi anche io credo che molta gente dovrebbe trovarsi un altro lavoro, ma non solo perché il mercato del lavoro è infame, ma perché quella del giornalismo è un’infatuazione esattamente come quella di voler fare l’attore a 14 anni e il calciatore o la ballerina a otto. Dura di più perché pare, ed in parte è, una roba più intellettuale e offre molte tentazioni all’ego di coloro cui le conversazioni al bar non bastano, ma questo non cambia i termini della questione

  2. minimAL

    Potrebbero anche essere interessanti le cose che scrivi, se non fosse che le condisci sempre con toni sprezzanti, insulti a chi non la pensa come te, e una certa supponenza che purtroppo fa parte del tuo DNA.
    Peccato.

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  4. Valeria

    Solo un appunto: quando nomini “alcuni esempi a caso di cose che io considero lavoro anche se fatte gratis” citi casi in cui una persona che GIA’ svolge un lavoro retribuito offre la sua professionalità in maniera gratuita, un medico, un avvocato, oppure persone (chi scrive i sottotitoli, il volontario) che si offrono a fare cose per le quali non esistono figure pagate a fare il loro stesso compito. Non esistono rapporti di forza (anche esercitati lievemente) e di alto/basso, esiste solo il piacere di farlo, senza ulteriori aspettative.

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  6. lorenzo68

    però…..se io leggo o ascolto il Direttore di un quotidiano di informazione ad un convegno dire o fare (o baciare?) “non tutto il lavoro debba per forza essere pagato” penso e credo che non si riferisca alla caramelle che il droghiere omaggia ai bambini. Per forza e con forza un contenuto ovvio che ci si aspetti provenga da chi l’informazione la gestisce non un “io vorrei ma però”. Di questi tempi soprattutto.

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