A cosa servi

La ricca categoria “indignazione contro i giornali e i giornalisti” è da una parte una porzione della grande categoria contemporanea “indignazione conformista contro tutto per affermare se stessi ed esistere“, ma dall’altra ha pure dei solidi e quotidiani argomenti. Come con la politica, il qualunquismo è superficiale e ignorante, ed è un modo per sentirsi migliori di ciò che si critica, ma è anche vero che la politica negli ultimi decenni ha fatto molto per dare al qualunquismo superficiale e ignorante grandi alibi per esistere e legittimarsi.

Quindi vorrei provare a scrivere qui una cosa a uso degli indignati permanenti contro giornalisti e informazione, che mi capita spesso di incontrare online: a volte perché se la prendono con me (“voi!”), ma più frequentemente perché sono d’accordo con me, quando segnalo delle inadeguatezze e cialtronerie del giornalismo italiano corrente. E spiegare loro, se vogliono saperlo, che se è vero che l’informazione italiana è in estese parti mediocre, inaffidabile e disdicevole, lo è per meccanismi molto più semplici e autoconservativi rispetto ai grandi interessi e complotti che spesso evocano i suoi accusatori profani: quelli che dicono “fanno l’interesse di”, o chiamano “servi” i giornalisti, o “vendute” le testate che sembrano loro favorire un partito o una corrente politica, e magari domani un altro, o un’altra, vendendosi ogni giorno a uno diverso, secondo loro.

Tutto ciò che di falso, maldestro, trascurato, inaffidabile esce sui giornali italiani è invece generato da un meccanismo di grande indipendenza – e persino superiorità – dai poteri politici da parte dei giornali suddetti: i giornali fanno i propri interessi (o almeno ci provano, di questi tempi). Pubblicano questa o quella notizia falsa perché pensano che faccia gioco alle loro vendite o alla loro visibilità o al loro posizionamento: che serva alla costruzione di un potere, sì, ma il proprio. Sostenere con gran titoli che ci fossero “file” ai CAF per ottenere il reddito di cittadinanza (invece che ignorare come irrilevante che qualcuno sia andato qua e là a chiedere informazioni su cosa succederà con quella proposta) non è – per fare questo esempio – una manovra di giornali partigiani per aiutare il PD contro il M5S: è una più neutra scelta editoriale di promuovere sensazionalismo e stranomaverismo, generare polemiche, seminare zizzanie, evocare futuri allarmanti o deludenti, o accontentare i propri lettori, perché questo attrae l’attenzione e crea fiducia (“quello che gli altri non vi raccontano”). Lo stesso vale per quelle testate televisive o quotidiane che esagerano o inventano demagogicamente allarmi sociali, corruzioni di vario genere, comportamenti disdicevoli e futuri spaventosi: non lo fanno in questo caso per aiutare il M5S o la Lega contro i partiti finora di governo, ma per le stesse ragioni di prima, che non guardano in faccia nessuno se l’obiettivo è ottenere il consenso dei lettori e far ballare tutti gli altri, politica compresa. Non c’è stato nessun “secondo fine dei giornali” per esagerare l’allarme sul fascismo in campagna elettorale, per esagerare l’allarme sull’immigrazione, per legittimare Berlusconi, e così influenzare i risultati elettorali, come hanno commentato molti nei giorni dopo: erano semplicemente “primi fini”, a se stessi.

Al giornalismo mediocre, allarmista, terrorista, falsificatore, non gliene può fregare di meno che lo chiamiate “servo” o che lo accusiate di partigianeria: è al di sopra di tutto questo, non sta favorendo nessuno se non se stesso, e ogni polemica di questo genere lo mantiene centrale e gli dà ragione. Anche perché se si è ritenuti “di parte” si trova sempre una parte che quindi ti sostenga e legittimi: è piuttosto se si è ritenuti inutili e dannosi per tutti che, in una società funzionante, il pubblico diventa un filtro di qualità. Nella nostra, il pubblico è solo un filtro di tifoseria: quello che garantisce il tanto ciarlato pluralismo, grazie al quale abbiamo una pluralità di testate di scarsa qualità ma in cui ognuno può riconoscersi uno spazio di parte.

Quando cominceremo, da lettori, a mettere in discussione le informazioni che riceviamo perché false, e non perché “serve”, a prescindere dal “gioco che fanno” secondo la nostra ingenua supponente lettura, magari avremo un ruolo in tutto questo: al momento creiamo la domanda.

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