L’estate del nostro risentimento

È estate, “sarà il caldo”, come dicono quelli, e i giornali stanno ulteriormente lasciandosi andare sulla pubblicazione di notizie del tutto inventate senza fare nessuna verifica ed enfatizzandole da par loro: in questi giorni ci sono due mondi, uno quello vero, uno quello di cui leggiamo sempre più sbadati e sfiniti sugli articoli della stampa tradizionale.
Non è che ne dobbiamo parlare ancora, qui: ne abbiamo parlato per dieci anni, ormai. È una cultura della sciatteria, non “errori”: quindi non sarà una correzione o una spiegazione a cambiarla, anche se cominciare da correzioni e spiegazioni sarebbe già qualcosa. E sarebbe di più ancora smettere di spacciare ulteriori balle a proposito delle balle. Invece oggi Repubblica la mette ancora una volta così, in un commento sul proprio errore di due giorni fa: è colpa di internet.

Che tutto nasca dal web è una scemenza, nel senso che da una parte quasi tutto ormai passa dal web, compresi fatti e notizie maggiori, ed è normale e insignificante; dall’altra tutto nasce dalla realtà, non dal web, ovvero da persone e fatti e decisioni, come era prima del web. Il web non ha una volontà sua, non è un grosso signore coi baffi e lo sguardo losco.
Ma se vogliamo capire non da dove “nasce” tutto, ma cos’è che rende quel tutto una notizia falsa ed esaltata e raccontata a milioni di persone che ne fanno la propria cultura su cosa succede e ne fanno la propria comprensione della realtà, con cui poi determineranno opinioni, scelte, e persino voti, allora il passaggio rilevante di questo commento di Repubblica che cerca di mettere una pezza due giorni dopo sulla pubblicazione di una notizia falsa è involontariamente il successivo: “dall’uso che chi pubblica fa di informazioni non sempre verificate”. Ovvero quest’uso:

Allora, lo abbiamo detto un milione di volte, lo so. Ma un milione di volte non si può far passare liscia la versione che tra una notizia falsa pubblicata su un account personale su Facebook e una pagina intera su un quotidiano maggiore con questa titolazione, con articolo su cinque colonne e con commento successivo affidato a una scrittrice di fama (comprensibilmente ignara e irresponsabile della verifica di ciò che le viene comunicato dalla redazione) non esista nessun passaggio intermedio, nessuna scelta, nessun momento per dire “la pubblichiamo o no?”, “facciamo due controlli o no?”, “la titoliamo con dei dubbi o no?”. È quella cosa lì, il giornalismo, non il riempirsi la bocca di annunci fieri sul valore del giornalismo professionale in questi tempi difficili di fake news e poi negare qualunque ruolo a quel giornalismo professionale e dire: “è colpa di internet”.

I casi sono due. O il giornalismo professionale ha un senso e un ruolo – come annunciano battendosi il petto e sventolando il tesserino certi rituali commenti sui quotidiani o le promozioni di certi servizi di abbonamento a pagamento – e allora il suo senso e ruolo è non annullarsi e fare le dovute verifiche su ciò che “nasce da internet”, diciamo, e allora il suo senso e ruolo è decidere se e come dare le notizie: “l’uso che chi pubblica fa di informazioni non sempre verificate”. Oppure non ce l’ha, si limita a pubblicare prima e scoprire poi che era una fesseria e al massimo uscire con un commento che definisce la questione “un giallo” e dà la colpa a internet: e allora eviti però di raccontare ai lettori che vale la pena pagare per il giornalismo di qualità che si differenzia dall’informazione mediocre sui social network. È una balla.

E, se posso permettermi, eviti di pubblicare il giorno dopo un altro severo commento del suo ex direttore – stavolta su temi molto più grandi e gravi – che accusa “la cultura del risentimento” dei danni prodotti nell’Italia di oggi, e se ne duole. La cultura del risentimento – persino il mio, ammetto desolato – l’avete creata voi, a forza di titoli indignati, aizzatori, e falsi.

 

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