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Direi che fosse il 1992 – avevo 27 anni – ed ero in una breve vacanza a New York: leggemmo che ci sarebbe stato un concerto di Woody Allen e con l’ingenuità provinciale che avevamo allora rispetto a celebrities dell’altro mondo, passammo dopo cena nei pressi. Ma c’era una gran bolgia anche all’uscita, perché erano i giorni della rivelazione scandalosa della relazione con Soon-yi Previn: e moltissimi giornalisti (Allen uscì rannicchiato sul fondo di una macchina che mi passò accanto, ma qualcuno lo sgamò e tutti accorsero a guardarlo: fu una grande sofferenza giovanile vederlo così, la prima volta che uno vedeva Woody Allen in carne e ossa). Facemmo amicizia con un corrispondente di Repubblica, che ci invitò in redazione per l’indomani, e là conoscemmo Vittorio Zucconi, che propose di farci da guida in un giro serale. Fu una bella serata, divertente e lusinghiera, e il posto dove ci introdusse con più orgoglio fu il Waldorf Astoria, dove dormiva a New York, e noi ne fummo ovviamente emozionati (non in grado di immaginare quanto stesse per finire tutto di quella vita del giornalismo).

Poi capitò di rivedersi altre volte, e nel frattempo eravamo diventati “colleghi”, e io mi godevo ogni volta il suo piacere di coinvolgermi in racconti e conversazioni da anziano zio. Zucconi era professionalmente unico: capace di costruzioni narrative spesso ben oltre l’aderenza alla realtà, ma confezionate con una qualità di scrittura epica e barocca che non aveva nessuno, e che diventava “la cosa” negli articoli di Zucconi. Come abbiamo detto spesso in questi anni di discussioni sul deterioramento della qualità di scrittura del giornalismo italiano, sulla cultura del linguaggio enfatico, dello storytelling, della fuffa letteraria in cui diluire fatti e informazioni, dell'”attacco” e della “chiusa” dei pezzi, “solo Zucconi è assolto da quell’approccio lì”, perché bisogna saperlo fare benissimo, oppure stai solo facendo il fenomeno, e ti sta venendo pure male. Zucconi invece era quella cosa lì, pure nel tono di voce che conoscevano tutti, nelle risposte ai lettori, o nelle espressioni che usava nelle mail.

Ma la cosa che volevo dire è un’altra, e riguarda appunto la parte che alcuni di noi si trovavano a volte a criticare, un approccio disinvolto alle ricostruzioni, la rivendicata ricerca della “storia” e della sua confezione, protagonista di un noto mitologico periodo del giornalismo italiano, e oggi diventata cultura della sciatteria priva anche di quelle competenze, esperienze, saper-stare-al-mondo che Zucconi aveva. Da quelle critiche, a differenza di altri suoi meno generosi e soddisfatti colleghi, Zucconi non trasse mai nessun risentimento, nessuna competizione, nessun infantile prenderla-sul-personale. Discutevamo un modo di fare giornalismo che lui rivendicava, e non aveva paura di farlo né di discuterne in amicizia, senza difendere nel contempo le presunte purezze dell’informazione. Era una brava persona, si sarebbe scritto un necrologio pazzesco.

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