È giusto che decidano gli elettori

Nella democrazia italiana e nelle sue regole funziona così. Si fanno delle elezioni; il popolo vota (se vuole) e da quello che il popolo ha scelto si forma il parlamento; a quel punto si valuta se tra gli eletti si raggiungono delle maggioranze, di qualunque tipo (la nostra Costituzione e le procedure della democrazia repubblicana non impongono vincoli: e infatti si formano e si disfano governi anche in totale contraddizione con le alleanze e le promesse di prima delle elezioni: è successo, e anche con il governo del 2018 appena caduto). Se non c’è nessun tipo di maggioranza possibile per dare forza parlamentare a un governo, si sciolgono le camere.

È tutto molto semplice, e non ci sono eccezioni. Non si rifanno le elezioni se una maggioranza non piace a chi ne è escluso; non si rifanno le elezioni se delle differenti elezioni – locali o europee – hanno dato dei risultati diversi da quelli delle politiche (è normale che capiti, essendo differenti elezioni, locali o europee). Se si facesse, si stabilirebbe un precedente per cui qualunque partito vincitore di un giro di elezioni locali ed europee sarebbe poi legittimato a chiedere di sciogliere le camere e fare elezioni politiche anticipate. E si tradirebbe il risultato delle elezioni politiche, e il volere degli elettori come è stato manifestato. Non si può contemporaneamente esaltare la necessità del voto popolare e umiliare la sua espressione ufficiale e regolare.

E infatti non si fa e non funziona così, anche se un difetto e un limite della politica italiana – la tendenza a fare e disfare maggioranze per cialtroneria e interessi vari – ha contagiato e abituato molti italiani al fatto che le elezioni anticipate siano la norma invece che l’eccezione. Pretendere l’eccezione quando non ce ne sono le condizioni – ovvero quando c’è una maggioranza, condizione necessaria e sufficiente – significa farsi complici della prosecuzione di quel sistema di cialtronerie e interessi vari. Non si può rivotare ogni volta che qualcuno è insoddisfatto dell’ultimo risultato, o ogni volta che qualcuno pensa di andare meglio la prossima volta. E non si può dare ai sondaggi lo stesso valore delle elezioni o chiamarli “fatti nuovi” o “mutate condizioni” (i fatti sono altro, quelli sono sondaggi), e usarli come se riflettessero una realtà ufficiale: se si facesse, ogni partito sarebbe interessato a produrre sondaggi a sé favorevoli non solo per propaganda ma anche per ottenere o disincentivare nuove elezioni. E aggiungerei: se fossero un fatto riconosciuto e obiettivo, i sondaggi, allora perché votare? Bastino i sondaggi, no?
Infine, siccome qualcuno equivoca su questo, in Italia non votiamo per coalizioni o per premier, votiamo per partiti e candidati al parlamento. Pensare che quello che ognuno di noi si aspetta quando vota (un’alleanza con quello? una pregiudiziale contro quell’altro?) debba vincolare la formazione della maggioranza significa non conoscere il funzionamento della Repubblica e del nostro sistema elettorale. Che si possono cambiare, ma ora sono così.

Invece le cose sono davvero semplici: abbiamo votato appena un anno e mezzo fa, con una legge elettorale inadeguata, un paese incasinato e dei partiti litigiosi, e le tre cose rischiano di impedire che si crei una maggioranza di governo. Quindi se non si crea si fissano nuove elezioni, lavorando perché la prossima volta vada meglio – vada meglio vuol dire che si crei una maggioranza, non che il mio partito prenda qualche voto in più per fare il bullo ma siamo daccapo -, se invece si crea stiamo assistendo al regolare e auspicato percorso normale della nostra democrazia, come previsto da Costituzione, leggi e regole, e dal miglior modo per evitare che ognuno faccia quello che gli pare ogni volta. Se questo percorso non convince qualcuno, quel qualcuno può cercare di cambiarlo, ma non di raccontarlo in modo diverso per ingannare gli elettori o per convincerli di essere vittime di trame e inganni (cosa che a noi elettori piace molto). Sono vittime di chi racconta loro queste cose, aizzandoli contro la democrazia e le regole che sono state scelte dal popolo, dagli elettori, da tutti noi, e disprezzando il valore del voto regolarmente espresso appena un anno e mezzo fa.

Quindi ora le cose sono in mano agli eletti (scelti dagli elettori, dal popolo, noialtri), fino a che loro non dicano agli elettori che non sanno cosa fare, e allora le cose tornano in mano agli elettori. Nel frattempo noi elettori annoiati o scalpitanti siamo liberi di fare un sacco di cose, compreso – se vogliamo – dire al bar, in spiaggia o sui social network che bisogna tornare a votare. Ci mancherebbe. Però è una balla.

 

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