Questo stato di cose

Metto insieme in un post alcuni pensieri sulle cose che stanno succedendo: non fate caso al disordine, come si dice accogliendo ospiti in momenti confusi. Il fatto è che siamo ancora in una fase in cui – a quanto se ne sa – tutto potrebbe diventare una catastrofe epocale oppure concludersi con conseguenze gravi ed eccezionali ma gestibili. Può essere simile nei risultati a una guerra mondiale o a una crisi economica mondiale. Ciascuna delle due cose è realistica e nessuna delle due cose ha maggiori o minori probabilità, stando alla scienza: poi ognuno può avere le sue impressioni, sensazioni, ipotesi, ma nessuna è dimostrabile e vale più delle altre.
E quindi questa agitazione, questo spaesamento, questa convivenza di “state esagerando” e di “state minimizzando” è inevitabile. Ne avevo scritto una settimana fa, ma le cose non sono cambiate, anzi: le nuove notizie e informazioni sono ogni giorno un ottovolante di sensazioni. Un momento stiamo tornando alla normalità e un momento cresce l’allarme. Ieri ne scriveva anche Maurizio Ferrera sul Corriere:

Questa elevata incertezza pone un vincolo quasi paralizzante alla nostra razionalità. Anche se non ne siamo consapevoli, le scelte quotidiane riflettono sempre un qualche tipo di calcolo di probabilità sui costi e i benefici delle azioni che intraprendiamo. Il coronavirus ha inceppato i nostri strumenti interiori di misurazione. Ma c’è di più. L’incertezza impedisce l’imputazione di responsabilità. Di chi è la colpa per ciò che sta accadendo? Perché proprio a me? L’epidemia sta provocando diseguaglianze e sofferenze del tutto casuali fra persone e territori, e dunque percepite come immeritate. È la sindrome di Giobbe: si sfalda l’illusione neo-moderna di aver finalmente compreso i segreti della realtà e di poterla controllare. La natura torna ad essere percepita come imprevedibile e cieca.
L’incertezza incide anche a livello collettivo. Per ora almeno, la scienza sembra incapace di indicarci la strada «giusta». La socialità diventa una fonte di pericolo. Persino la famiglia può diventare uno scudo bucato: ciascuno resta solo con il proprio corpo. È una fase, certo, le cose miglioreranno, impareremo a conoscere il virus, recupereremo le nostre capacità di calcolo quotidiano. Non è una catastrofe, fa bene chi esorta a non farsi prendere dal panico. Ma il momento è difficile, inutile negarlo. Anche la politica tentenna, può procedere solo per prove ed errori: una dinamica che sembra fatta apposta per attirare il biasimo verso chi decide.

Prendete le mascherine. Io ho trovato sciocca e inadeguata l’esibizione del presidente Fontana su Facebook di qualche giorno fa: povera di informazioni concrete e utili, allarmante nella gag sulla mascherina, contraddittoria e falsa nell’annunciare un “auto isolamento” che nei fatti non c’è stato, infantile nell’aderire anche in questa situazione difficile a meccanismi di propaganda egocentrica e poco professionale, tipici di questi tempi e questa politica. Ho letto il giorno dopo le sue giustificazioni sulla mascherina che rimandavano a norme che Fontana dice contenute nel decreto del governo. Quelle norme invece nel decreto non ci sono. I passaggi citati da Fontana sono in realtà in una direttiva della regione Lombardia destinata agli “operatori socio-sanitari”, ovvero al personale medico e a chi si occupa delle patologie. Fontana, in quanto responsabile della gestione politica dell’emergenza, ha ritenuto di equipararsi a queste figure. Mi pare una forzatura ma non posso dire con certezza che abbia formalmente torto (pur notando come nel suo post abbia detto una cosa inesatta, se non falsa): però continuo a trovare sbagliata comunque quella superflua esibizione allarmistica (“da oggi mi vedrete così”). Sulle mascherine c’è dibattito e non ci sono istruzioni chiare: anche le organizzazioni sanitarie internazionali le consigliano solo alle persone contagiate, ma non escludono una qualche loro limitata e insufficiente efficacia nella protezione delle persone non contagiate. Fontana si è messo in una fattispecie ulteriore, di quello che è stato esposto, non risulta contagiato, ma che nei “prossimi giorni” potrebbe “positivizzarsi”, senza chiarire come.
In ogni caso, molti esperti sconsigliano l’uso delle mascherine se non contagiati anche per ragioni di comunicazione e prudenza rispetto all’allarmismo e al panico, ancora di più da parte di figure esemplari; altri sono indulgenti nei confronti delle persone che usandole ne sono rassicurate, a patto che la sicurezza non sia ingannevole rispetto alla necessità di altre cautele. E insomma, a prescindere da Fontana – che magari non fa male a nessuno a mettersi la mascherina, se solo si spiega meglio – le mascherine sono un piccolo e concreto esempio di inevitabile assenza di istruzioni chiare. Inevitabile, come già dicemmo.

E quindi, perché ripeterle, queste cose? Per ripeterle a se stessi, forse, anche: e per dire che la cosa meno utile, agli altri e a se stessi, è esibire certezze o attaccare le sensazioni altrui. Se dobbiamo decidere chi ha torto e chi ha ragione, l’unico criterio mi pare questo, in questo caso più che mai: ha torto chi pensa di avere capito (di avere capito cosa succede, perché, cosa succederà, chi sbaglia e chi fa giusto, eccetera), ha ragione chi accetta di non sapere e si muove con prudenza; e senza volere anche stavolta darsi un senso accusando qualcun altro (“l’imputazione di responsabilità” di cui parla Ferrera). Rispettando chi fa le scelte per tutti: negli altri paesi non sembrano muoversi con molta maggiore sicurezza. Provateci voi a decidere se tenere le scuole chiuse o aperte.

Ma detto questo: c’è, un altro discrimine che può mostrare torti o ragioni. Quello tra chi si informa e chi no. Mi piacerebbe pensare che ogni responsabile politico coinvolto in decisioni importanti mentre noi quaggiù parliamo, sapesse cos’è un virus, per quale ragione si chiudono le scuole o sospendono le gite, che relazione c’è tra il coronavirus e le morti di cui si parla, cosa significhino cose come “isolare il ceppo”. Ho avuto l’impressione, nei giorni scorsi, che facendo domande simili a chi prende le decisioni – e pubblica video e annunci sui social network – riceveremmo ancora oggi risposte assai impacciate. Questa cosa di avere preferito gente senza grandi competenze, o inesperta a grosse responsabilità, qualunque partito l’abbia fatta propria, viene al pettine.

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