Obbediva agli ordini

Lunedì sul New York Times è uscito probabilmente il pezzo dell’anno, in termini di importanza per le discussioni sull’informazione contemporanea. Ben Smith, arruolato all’inizio dell’anno per scrivere proprio di giornalismo dopo che era stato per nove anni direttore di Buzzfeed News, si è occupato della questione più discussa nel giornalismo americano nelle ultime due settimane: ovvero il sospetto che i reportage per il New York Times stesso di una delle giornaliste d’inchiesta più famose di questi anni, Rukmini Callimachi, siano pieni di falle e di balle.

Ma Ben Smith l’ha spostata su un altro piano più largo, anzi altri due piani più larghi che circondano questa storia singolare: il primo è che quelle falle siano in buona parte responsabilità della direzione del giornale, che le ha coperte e non ha voluto dar seguito ai sospetti che esistevano da anni. Il secondo è che questa defezione dai principi di accuratezza e rigore del New York Times stia dentro una deriva a sua volta più estesa verso un rischioso giornalismo “narrativo” (il “fottuto storytelling“).

Ms. Callimachi’s approach to storytelling aligned with a more profound shift underway at The Times. The paper is in the midst of an evolution from the stodgy paper of record into a juicy collection of great narratives, on the web and streaming services.

Inciso: che i disastri in un giornalismo famoso per il suo rigore arrivino nella veste di quello che è invece l’approccio consueto e prevalente nella cultura giornalistica italiana – il “giornalismo narrativo”, quello che riempie i buchi tra un fatto e l’altro e che sceglie la storia prima di verificarla – è un elemento particolarmente illuminante, visto da qui (ancora di più se lo aggiungiamo alle molte altre derive “italiane” che ha vissuto la vita pubblica statunitense in questi anni). Ricordo la definizione definitiva e precoce che il Chicago Tribune diede già nel 1989 – commentando un singolare incidente – del modo di scrivere dei giornalisti italiani: “It was a great story, fun to read. It had one drawback. It wasn’t entirely true”. O, a fini bibliografici, il divertente romanzo di Enrico Franceschini sul tema. Fine dell’inciso.

Molte altre cose sono notevoli nell’articolo di Ben Smith: prima tra tutte, naturalmente, il fatto che un articolo che espone spietatamente una serie di fallimenti del New York Times sia pubblicato sul New York Times, a conferma di principi di autocritica e trasparenza per ora lontani dall’essere compromessi (ma questa storia lascerà un segno). Ma cito la conclusione, che è un altro elemento familiare visto da qui, dove spesso quando si constatano scadimenti di qualità in un articolo si ritiene di attaccare chi firma piuttosto che chi conserva e incentiva nelle redazioni e nell’informazione italiana scelte e priorità assai lontane dall’accuratezza e dal rigore richieste da questa cosa che chiamiamo giornalismo.

Ms. Callimachi now faces intense criticism from inside The Times and out — for her style of reporting, for the cinematic narratives in her writing and for The Times’s place in larger arguments about portrayals of terrorism.
But while some of the coverage has portrayed her as a kind of rogue actor at The Times, my reporting suggests that she was delivering what the senior-most leaders of the news organization asked for, with their support.

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