“Vi mancheranno, i giornali”, non è un modello di business

Improvvisamente tutto il dibattito sul futuro dei giornali è stato travolto da un intervento di Clay Shirky.
Clay Shirky è un professore alla New York University che si occupa da tempo di internet e di condivisione di contenuti in rete. Martedì esce in Italia per Codice il suo libro, e nel nuovo numero di Wired italiano che esce la prossima settimana c’è una sua intervista, fatta dal titolare, qui. Aveva avuto una maggiore notorietà anche qui da noi l’anno scorso quando Internazionale tradusse un suo articolo che rifletteva sul diverso approccio di chi guarda la tv e chi fa le cose su internet: il titolo era “Stiamo cercando il mouse” e si riferiva all’aneddoto di una bambina che Shirky aveva visto armeggiare misteriosamente dietro un televisore, e che alla domanda su cosa stesse facendo aveva risposto “sto cercando il mouse”.

Oggi Shirky ha pubblicato sul suo blog un’analisi sul presente – non il futuro, e questo è già un punto – dei giornali, ed è un’analisi formidabile. Per diverse ragioni.
Intanto perché conduce a un tipo di conclusione che non è mai tenuto abbastanza presente quando si discute su come affrontare dei problemi o che soluzione trovare: ovvero l’ipotesi che alcune cose non abbiano una soluzione individuabile. È una capacità di visione che a me interessa molto e che penso sia spesso rimossa ciecamente dall’orizzonte di analisi le più varie: certe cose cambiano e non sono più come prima, certe cose hanno un prezzo, certe cose non si risolvono senza perdite. Certe cose non si sa come andranno a finire: e chi pretende di indovinarlo non ha nessuna attendibilità.
Nel caso dei giornali Shirky la mette così:

Round and round this goes, with the people committed to saving newspapers demanding to know “If the old model is broken, what will work in its place?” To which the answer is: Nothing. Nothing will work. There is no general model for newspapers to replace the one the internet just broke.

Il suo articolo  era stato preceduto da altri due pezzi in cui Shirky spiegava quanto i fatti abbiano già accantonato l’ipotesi di micro o piccoli pagamenti per salvare i giornali – ipotesi tornata a circolare in queste settimane di panico – e come il paragone con la musica e iTunes sia improponibile.
Adesso Shirky ripete quello che dicono in molti: le nostre società non hanno bisogno dei giornali, ma del giornalismo. E racconta di come l’avvento della stampa non fece sì che il giorno dopo si trovasse un nuovo modo di relazionarsi con la cultura, la lettura, la condivisione delle informazioni. I nuovi modi vennero da sé in modi inaspettati e passarono per ulteriori invenzioni apparentemente minori, come la riduzione della dimensione dei libri.
Oggi c’è stata una rivoluzione, dice Shirky: e questo è innegabile, non la si può trattare come una semplice novità di cui tenere conto e assestare il sistema. Una rivoluzione travolgente. Così come si è sempre detto che i giornali erano un prodotto perfetto e lo dimostrava la loro immutabilità negli ultimi due secoli, adesso è evidente che quella perfezione è andata a gambe all’aria.

With the old economics destroyed, organizational forms perfected for industrial production have to be replaced with structures optimized for digital data. It makes increasingly less sense even to talk about a publishing industry, because the core problem publishing solves — the incredible difficulty, complexity, and expense of making something available to the public — has stopped being a problem.

The competition-deflecting effects of printing cost got destroyed by the internet, where everyone pays for the infrastructure, and then everyone gets to use it.

And so it is today. When someone demands to know how we are going to replace newspapers, they are really demanding to be told that we are not living through a revolution. They are demanding to be told that old systems won’t break before new systems are in place. They are demanding to be told that ancient social bargains aren’t in peril, that core institutions will be spared, that new methods of spreading information will improve previous practice rather than upending it. They are demanding to be lied to.
There are fewer and fewer people who can convincingly tell such a lie.

E ciò che sostiene tutti i nuovi modelli di business per i giornali di cui si parla in questi giorni è solo una fragilissima e umanissima ragione: che la scomparsa dei giornali as we know them fa paura. Ma questo non basta a rendere meno plausibile quella scomparsa.

The newspaper people often note that newspapers benefit society as a whole. This is true, but irrelevant to the problem at hand; “You’re gonna miss us when we’re gone!” has never been much of a business model.

Ho sintetizzato e citato alcune cose. Vale la pena di leggere tutto il pezzo. Comprese le conclusioni, che deluderanno chi è in cerca di risposte chiare e scenari futuri. Le risposte chiare sono rare, e a volte non ci sono proprio: e a volte gli scenari sono inimmaginabili. Questa è una di quelle volte.

I don’t know. Nobody knows. We’re collectively living through 1500, when it’s easier to see what’s broken than what will replace it. The internet turns 40 this fall. Access by the general public is less than half that age. Web use, as a normal part of life for a majority of the developed world, is less than half that age. We just got here. Even the revolutionaries can’t predict what will happen.

There is one possible answer to the question “If the old model is broken, what will work in its place?” The answer is: Nothing will work, but everything might. Now is the time for experiments, lots and lots of experiments, each of which will seem as minor at launch as craigslist did, as Wikipedia did, asoctavo volumes did.

Society doesn’t need newspapers. What we need is journalism. For a century, the imperatives to strengthen journalism and to strengthen newspapers have been so tightly wound as to be indistinguishable. That’s been a fine accident to have, but when that accident stops, as it is stopping before our eyes, we’re going to need lots of other ways to strengthen journalism instead.
When we shift our attention from ’save newspapers’ to ’save society’, the imperative changes from ‘preserve the current institutions’ to ‘do whatever works.’ And what works today isn’t the same as what used to work.
We don’t know who the Aldus Manutius of the current age is. It could be Craig Newmark, or Caterina Fake. It could be Martin Nisenholtz, or Emily Bell. It could be some 19 year old kid few of us have heard of, working on something we won’t recognize as vital until a decade hence. Any experiment, though, designed to provide new models for journalism is going to be an improvement over hiding from the real, especially in a year when, for many papers, the unthinkable future is already in the past.
For the next few decades, journalism will be made up of overlapping special cases. Many of these models will rely on amateurs as researchers and writers. Many of these models will rely on sponsorship or grants or endowments instead of revenues. Many of these models will rely on excitable 14 year olds distributing the results. Many of these models will fail. No one experiment is going to replace what we are now losing with the demise of news on paper, but over time, the collection of new experiments that do work might give us the reporting we need.

update: Giuseppe Granieri segnala assieme al pezzo in questione anche un’altra cosa sullo stesso tema di Steven Berlin Johnson: piena di associazioni e ipotesi intelligenti anche quella. Domani la riassumo.

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