Noi siamo i buoni eccetera
Sono anni che tutti quanti, anche a sinistra, abbiamo constatato e messo a verbale la grande capacità di ottenere consenso, apprezzamento e voti da parte di Silvio Berlusconi. L’evidenza lo dimostra. Eppure, ancora nel 2009, ci sono in giro saputi commentatori da bar che pensano di rivelare impensate verità rispondendo a ogni obiezione sulle scelte e le demagogie berlusconiane con frasi come “ma è così che Berlusconi vince le elezioni”, o “la sinistra non sa capire come si entra in contatto con la gente”, o “dovreste imparare da Berlusconi” (o persino “dovremmo imparare da Berlusconi”). Molte di queste risposte si devono a un’illusione di sentirsi originali e furbissimi, piccola psicologia. Altre invece risalgono al più grande successo di Berlusconi: avere così rincoglionito persino gli avversari da portarli a pensare che del berlusconismo non sia invidiabile il successo, ma i mezzi usati per ottenerlo.
Come avevo scritto qualche giorno fa, e in altre occasioni, che l’imbarazzante cialtronismo politico usato da questo centrodestra ottenga dei cospicui successi popolari ed elettorali è un’analisi ormai vecchia e indiscussa, ma non una giustificazione. Se uno che picchia i figli mi dimostra che così poi stanno più buoni, questo non mi fa cambiare idea sul picchiare i figli: ai figli si parla e si danno dei modelli (“ah, ma così perderai sempre, non sai capire le trasformazioni in atto”). La confusione dei mezzi con i fini è un vecchio vizio di una sinistra andata a male, pronto sempre a rientrare dalle porte di servizio.
E insomma, tutto questo per dire della coraggiosa e limpida sintesi formulata ieri sera da Dario Franceschini in risposta ai soliti saputelli che gli dicevano che se non fa come Berlusconi, il PD perde.
Vedi anche:“Io devo fare delle cose giuste, non cercare il consenso facendo cose che non ritengo giuste”
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