That’s how I got to Memphis

Il 24 giugno 2012 la rete americana HBO trasmise la prima puntata di The Newsroom: non mi ricordo, ma doveva essere circolata online come “pilota” qualche giorno prima, perché la prima volta che ne scrissi qui fu già il 25 giugno 2012 (e dopo, e dopo, e dopo)
Domenica scorsa è andata in onda la sesta e ultima puntata della terza e ultima stagione. Arriveranno degli SPOILER, tra poco. Scrivo subito che nelle ultime puntate c’è stata qualche pigrizia di scrittura: l’autore Aaron Sorkin voleva chiuderla e in alcuni sviluppi non ci ha messo l’inventiva adeguata, rimettendosi a meccanismi un po’ svenevoli – buoni per altre serie – soprattutto rispetto agli standard delle due stagioni precedenti, pur mantenendo invece un formidabile livello di dialoghi e concetti esposti. Ma non sto facendo una recensione televisiva. È una serie che è piaciuta e non è piaciuta, come tutte le serie.

Ma The Newsroom è stata un’opera straordinaria per chi ha interesse ed emozioni – con un’ingenuità che imbarazza a scriverne – per la qualità dell’informazione, per il ruolo del giornalismo, per l’integrità e la correttezza delle persone, per fare le cose bene, per insegnarlo e per impararlo. Perché queste cose non erano state raccolte e “messe per iscritto” mai prima di questi due anni, mai con questa completezza e questa capacità di codificare modelli e casi, malgrado ci siano bravi giornalisti che si trovano a volte a parlarne, di solito alla seconda bottiglia aperta. Il giornalismo, nei libri e nel cinema, è invece da sempre protagonista per le sue depravazioni e i suoi tratti deteriori, o al massimo per i suoi risultati e scoop: per le sue pratiche, ma non per la sua teoria. Questo perché quasi mai le pratiche corrispondono alla teoria. Sorkin ha invece immaginato una redazione che si comporti seguendo i principi che la buona informazione teorizza, principi che normalmente hanno invece due altri tipi di rapporto con la realtà: quello di chi li disdegna e deride, e quello di chi li sostiene a parole ma fregandosene nei fatti. Sorkin ha immaginato un modello: comportarsi bene. Ha immaginato una redazione che “fa le news bene”. E siccome non è sciocco – pur sfidando l’apparente ingenuità del suo messaggio – ha mostrato tutte le contraddizioni e le difficoltà di quel modello, e ha saputo raccontare che le cose non sono bianche e nere: assunto che distingue i saggi dai fanatici.

The Newsroom è il più grande e brillante trattato sulle complessità e le peculiarità dell’informazione professionale, e sulla sua straordinarietà: per questo non piace a chi è meno interessato a questa straordinarietà. Ma chi invece la studia e ammira è stato commosso e stupefatto cento volte dalla eccezionale aderenza di una serie ambientata in una tv americana a questioni, dibattiti, scelte che riguardano le news in tutto il mondo e in tutti i formati e che oggi riguardano infine tutti. E quello che c’è stato di commovente in diversi momenti di queste tre stagioni non sono state le vicende personali dei personaggi – canovaccio ben costruito per parlare d’altro – ma l’idea che qualcuno da qualche parte decidesse di “stare con i buoni”: we’re on a mission to civilize è lo slogan autoironico ma serio del protagonista, e Don Chisciotte è il suo modello. Nessuno propone Don Chisciotte come un modello, ai nostri tempi, se non come un modello di sconfitta, e quindi un modello negativo: figuriamoci proporlo nel contesto di maggior cinismo per definizione che è il giornalismo, e nel tempo in cui tutti noi lettori dimostriamo che vince la cattiva informazione, non la buona.

Charlie Skinner was crazy.
He identified with Don Quixote, an old man with dementia who thought he could save the world from an epidemic of incivility simply by acting like a knight.
His religion was decency.

Ci sono state ancora alcune cose stupende nei dialoghi di queste ultime puntate – e ora arriva qualche altro SPOILER, AVVISATI – a cominciare dal formidabile dialogo col padre/compagnodicella immaginario, in cui si mostra che pure i cattivi hanno delle ragioni, delle cose da insegnarti, e dei modi di metterti in crisi: se non sei un fanatico. E Sloane che mostra al supernerd gossipparo la sciocchezza incosciente e vigliacca delle sue sovreccitazioni (che sono le stesse di una enorme quantità di utenti dei social network nei confronti delle “celebrities”, con gli stessi universali argomenti). E Neil che spiega allo stesso fesso che gli ha preso il posto – una macchietta, ok, ma che dice le cose che leggi in mille tweet ogni giorno – come internet sia un mezzo sensazionale di informazione corretta e di qualità, oppure un veicolo di deliri e cretinate: a seconda di chi la usi e come.

You embarrass me.
I what? It took me a long time to build ACN Digital.
I was laughed at by the people in this newsroom.
People I respect didn’t respect what I did around here, but I built this into a tool that gathered, expanded on, and disseminated information that’s useful.
I kept telling my colleagues and my bosses that the Internet is user sensitive just like most things.
And I’ve watched from 1,000 miles away while you proved that.
You embarrass me.

E poi questi due pezzi successivi, uno sulla “riduzione del danno” e sulle motivazioni che sostengono i disillusi: l’altro su quello che ci vuole a fare del buon giornalismo. Il “segreto del buon giornalismo”, come a volte chiedono quelli.

I have faith.
Why? There’s a hole in the side of the boat.
That hole is never going to be fixed and it’s never going away and you can’t get a new boat.
This is your boat.
What you have to do is bail water out faster than it’s coming in.

You know what, kiddo? In the old days of about 10 minutes ago, we did the news well.
You know how? We just decided to.

Chiamatemi ingenuo, e mi sfotto pure io, se ci penso: ma sono cose che aiutano, persino in una fiction americana con Jeff Daniels e una canzone country nel finale. Perché in giro, qua fuori, non le scrive nessuno.

Altre cose:

5 commenti su “That’s how I got to Memphis

  1. Chelios

    “But my question is: why overrated is more fun than underrated” senza dire che con quest’unica frase ha messo in luce il problema del giornalismo culturale moderno.

  2. frapontillo

    “Chiamatemi ingenuo, e mi sfotto pure io, se ci penso: ma sono cose che aiutano”. Non è il solo, caro direttore. Grazie.

  3. Alessandra

    Grazie per cogliere sempre nel segno, come davvero pochi altri sanno, riescono, vogliono fare.

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