Cialtroni e pivelli

Il libro di Enrico Franceschini, giornalista di Repubblica, è tecnicamente un romanzo – si chiama Scoop, qui potete leggerne qualche pagina – però la sua ambizione non è tanto di costruzione di una fiction ma di raccontare un mondo di cui Franceschini è esperto e in cui mette chiaramente molte cose viste, conosciute e vere (con personaggi a momenti molto riconoscibili dai suoi colleghi che lo leggano), quello del giornalismo italiano precedente all’arrivo di internet. Definizione che ha bisogno di due incisi: uno è che la storia parla soprattutto di inviati all’estero, ma mostra anche molte dinamiche generali su come vengono fatti i giornali nelle redazioni; l’altro è che la collocazione “prima di internet” crea tratti del racconto che oggi sarebbero ovviamente diversi, ma l’impressione è che i temi generali non siano tanto cambiati.

Il risultato è uno svelamento spietato di un modo di vivere e lavorare che è letteralmente “cialtrone”, e una satira del giornalismo italiano che è più efficace – perché compiuta da dentro – di qualunque corrente attacco o critica ai giornali possano venire dai loro lettori, dai social network, da Beppe Grillo o chi so io. Satira e svelamenti per i quali rimando alla lettura del libro, divertente e deprimente insieme (quello che dissero spesso anche i lettori del mio, tutt’altro libro, realizzo). Invece qui mi interessa descrivere una cosa laterale, che vedo da anni, e che il libro di Franceschini mi aiuta benissimo a spiegare.

Nella storia c’è un innocente e ingenuo giovane giornalista, e c’è il suo accidentale mentore, un navigato e scaltrito vecchio giornalista di sopite ambizioni, con tutti i difetti dei suoi colleghi ma un’amabilità da vecchio bandito. I due personaggi servono alla cosa che Franceschini vuole dire, perché nel primo si immedesima il lettore, e nel secondo il narratore: e la cosa che vuole dire Franceschini è saggiamente equilibrata, ovvero che hanno ragione tutti e due. Il primo ha ragione a indignarsi candidamente per la delusione di vedere maltrattata ogni sua idea più o meno nobile o seria del giornalismo e dell’informazione, e il secondo ha ragione a spiegargli che la sua ingenuità e il suo bacchettonismo sono a momenti eccessivi e prepotenti, e che per giudicare le cose bisogna conoscerle bene, ed essere indulgenti con le persone, che sono persone e hanno tutte tratti di umanità da non trascurare mai.
(ha meno ragione secondo me dove suggerisce che il giornalismo cialtrone sia ciò che vogliono gli stessi lettori: che è in buona parte vero, ma non può essere un’attenuante autoassolutoria per dirottare del tutto il ruolo del giornalismo).

Andrea si gratta pensoso la testa.
“Prendiamo il lettore per il culo,” conclude.
“E perché mai? Per il lettore non fa nessuna differenza. Quelli che conoscono le situazioni internazionali e sono in grado di distinguere hanno altre fonti, perlopiù estere, l’‘Herald Tribune’, il ‘Times’, ‘Le Monde’. Non hanno bisogno di noi giornalisti italiani per sapere cosa succede e perché. Quello che vogliono tutti gli altri, diciamo i lettori medi, è un bel racconto esotico per distrarsi la sera, dopo cena: e dunque Africa, Asia, America Latina… qualsiasi folkloristico buco del culo del mondo, qualsiasi luogo dove il povero lettore non andrebbe mai in vacanza ma che un po’ lo affascina va benissimo. Vuole un pizzico di dramma, e noi glielo diamo”.

Naturalmente la gran parte dei lettori del libro lo chiude pensando che ok, il vecchio giornalista è simpatico e perdonabile, ma ha ragione il ragazzo: siete una manica di cialtroni contaballe. Ma la cosa che dicevo interessante è che Franceschini svela un impiccio centrale nelle distanze e incomprensioni degli anni passati tra i giornalisti professionisti di lungo corso e i nuovi frequentatori dell’informazione, che siano blogger, giornalisti online, pubblicatori sui social network, e infine tutti noi che giudichiamo l’informazione ogni minuto e ogni giorno: l’impiccio è che i giornalisti professionisti pensano «certo che avete ragione e che produciamo una montagna di stronzate, però non vi azzardate a dircelo voi che non sapete un cazzo». (scusate, ma è per maggiore aderenza al pensiero).

E guardate, sarà una mia inclinazione al terzismo, sarà che io mi sento tutte le parti insieme – giornalista, frequentatore di redazioni da mezzo secolo, blogger, giornalista online, critico di giornalismi, twittatore assiduo, piantagrane – io questa reazione da accerchiamento la capisco, pur essendomi capitato più spesso di essere critico che difensore dei giornalismi italiani. Ne discussi molto spesso con un bravo e famoso collega di Franceschini che non c’è più, anni fa. Qua fuori è pieno di saccenti e presuntuosi che trovano nel criticare e giudicare gli altri un modo di affermare se stessi e sentirsi migliori, senza capire niente di ciò che giudicano: la critica dal divano non è mai stata tanto frequentata come in questi anni (e i primi a insegnarla al mondo sono stati i giornalisti di critica e opinione, però). E sono pochissimi i lettori saggi e umili abbastanza da riflettere sulle condizioni in cui si produce un articolo, le sue motivazioni, complicazioni, riflessioni, scelte, o da immaginare che ci siano, e loro non possano conoscerle: pochi quelli capaci di avanzare perplessità o segnalare errori senza essere sprezzanti o supponenti. La maggior parte di noi “non sa un cazzo” davvero, che si tratti di giornalismo, fatti del mondo, o lavori idraulici: è normale. Ma a differenza dei lavori idraulici, seguiamo giornali e fatti del mondo da tanto tempo che (è come col calcio) ci sentiamo di dire la nostra, e anche con eccessi (come col calcio). Ma ammesso questo, dicevo allora a quel mio amico, “siete uno dei più importanti quotidiani d’Europa, se vi arroccate a fare gli offesi per i commenti online vi rivelate altrettanto capricciosi, inadeguati e non all’altezza: se non correggete gli errori per non darla vinta e non migliorate il vostro lavoro per “non accettare lezioni”, il risultato saranno sempre più errori e giornalismo sempre più mediocre”.

La ormai vetusta (i blog sono diventati marginali) contrapposizione tra blogger e giornalisti stava soprattutto qui: i primi dicevano cialtroni ai secondi, i secondi dicevano pivelli ai primi, con simmetriche tigne corporative. Avevano ragione tutti e due: il problema è che questo scontro divenne prevalente – lo è ancora – rispetto all’opportunità di migliorare le cose a partire da un’analisi che poteva essere condivisa, che può essere condivisa.
Qua fuori c’è un sacco di gente che prova anche a darsi da fare per migliorare l’informazione italiana, tutta, e per cui le critiche sono costruttive: dentro i giornali tradizionali ce n’è altrettanta, anche se non sembra essere nelle posizioni di poter cambiare qualcosa, oppure è molto disillusa. La vera contrapposizione è ancora una volta tra chi vuole fare le cose bene e chi no. Che possano capitare sintonie tra i primi, come dalla lettura di Scoop, è una buona cosa.

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