Diario di un giradischi

Non c’è niente di cui compiacersi, sono solo uno che ha più di cinquant’anni: quando eravamo ragazzi noi c’era l’alta fedeltà, gli “stereo” e il termine “hi-fi” antenato del wi-fi da cui fu soppiantato: andavamo in certe sale d’ascolto dove c’erano decine di casse acustiche (“casse”: allora bastava, ed erano sempre DUE) e fingevamo di cogliere impercettibili differenze tra il suono delle une e delle altre. Chiamavamo il giradischi “piatto” e il registratore “piastra”. Era normale, come oggi avere un telefono, e chiamarlo smartphone.
Quindi oggi mi ritrovo con un piatto Linn – prezioso dono di una ex fidanzata – e un amplificatore Akai (chiesto in regalo a un nonno quando avevo 15 anni) che hanno rispettivamente 27 e 38 anni. Li ho fatti risistemare da poco, funzionano benissimo. L’amplificatore Akai è un 65+65, mi pare che pesi mezza tonnellata.

Flashback a un anno fa: ero stabilmente e convintamente passato da una quindicina d’anni all’ascolto della musica solo via mp3. Ero un caso esemplare delle maggioranze mondiali che avevano barattato qualità del suono ed estetica in cambio di praticità di ascolto e convenienza economica (scelta che il mondo ha replicato anche con l’informazione, ma questa è un’altra storia). I vinili in certi scatoloni in una soffitta a Pisa, i cd in scatoloni più recenti in un ripostiglio del Post. Con tutto l’affetto per quelle cose là e l’inclinazione al collezionismo e all’accumulo di cose, l’idea di sentire la musica alzandomi ogni venti minuti per girare un disco, e in una successione di canzoni rigida e prevedibile mi pareva insopportabile con i criteri delle comodità odierne: la stessa cosa che alzarsi dal divano per cambiare i canali del televisore o andare alla cabina per telefonare.

Poi non so cosa sia successo: probabilmente una fase di regressione adolescenziale tipica dell’età (quella per cui si comincia a correre, o si compra una decappottabile) unita alla scoperta della bellezza delle ristampe contemporanee dei vinili: che prima giudicavo delle povere imitazioni degli originali, vecchi quindi migliori (è buffa questa cosa che esaltiamo ogni cosa nuova, ma al tempo stesso esibiamo passioni per le cose vecchie). E insomma, ho recuperato i vinili dalla soffitta, e ho trovato loro posto in una campata dell’Ivar, scoperto Discogs per colmare dei vuoti, e ho comprato qualche disco e ristampa nuovi approfittando di certe offerte di Amazon (su Amazon francese poi costa quasi tutto meno, vi avviso).
E in tutto questo non avevo un giradischi funzionante, che era tutto smantellato. E va bene le debolezze consumistiche della mezza età, ma comprarsi dei dischi e poi neanche tirarli fuori dal cellophane forse era troppo. Così ho fatto sistemare i due oggetti – più vecchi della quasi totalità dei redattori del Post – da un signore con un laboratorio formidabile in via Washington, e ho comprato delle casse su Amazon (le mie Bose erano crollate una decina d’anni fa, quelle sì).

E insomma vengo al dunque di questa storia.
Sono circa sei mesi che ho ricominciato ad ascoltare i dischi: e a girare i dischi (usiamo lo stesso verbo per le rotazioni intorno a due assi diversi: manca un moto di rivoluzione, ma quello fu simbolico). E sapete cosa?, da sei mesi ascolto quasi soltanto dischi. Non per purismo fanatico o tardohipster nei confronti della qualità del suono – di cui pure ho qualche impressione – e nemmeno per quella cosa là che mi pareva uno sbattimento ma ora faccio con piacere: alzarsi, pescare un disco dallo scaffale, tirarlo fuori dalla copertina, recuperare quei gesti e quella vecchia agilità di controllo del vinile coi polpastrelli contro l’orlo o a toccare rigorosamente solo l’etichetta, appoggiare il disco, sollevare il braccio del giradischi con l’indice e farlo scendere verticalmente appoggiandolo per evitare derapate, sentire quel “pop!”, e tornare a sedermi davanti al computer mentre il disco inizia. E dopo quella ventina di minuti (per ragioni di qualità dell’incisione e maggiore lunghezza dei cd adesso molti dischi sono doppi e quella durata a volte diminuisce di molto, forse troppo) alzarsi senza fretta – lasciala andare a vuoto, la puntina, senza ansia: non si vive con le piccole ansie inutili – e andare a capovolgere il disco sollevandolo dal feltro, con un gesto fatto ormai migliaia e migliaia di volte che evita persino di arrestare la rotazione del piatto, e poi di nuovo la puntina, eccetera.

La ragione vera per cui tutto questo mi piace, è che tutto questo restituisce un rapporto con i dischi e le singole canzoni che la successione sterminata – random o no – delle playlist o degli album in versione dodici/quindici-mp3-di-seguito aveva disintegrato: sul lato di un disco ci sono da tre a cinque canzoni, e il gesto di girarlo, quello di leggere l’etichetta mentre cerchi la più o meno occulta indicazione del lato A (solo il tempo di cottura della pasta è più introvabile), il misurare la successione dei pezzi ascoltandoli, prima di alzarsi, fa sì che ogni canzone venga collocata esattamente, riconosciuta, tratta dal disco, invece che essere un momento confuso e confondibile di un’unica cosa fluida che dura un’ora o magari tutta la giornata. Occhio che non voglio dire che sia quindi meglio, né spacciarmi per pentito, anzi: dico che è una cosa diversa con una sua qualità e che ti fa realizzare di come senza accorgertene quella cosa lì l’avessi persa. So quali canzoni siano quelle che preferisco nel disco degli Elbow da quando ascolto il vinile, e so come si chiamano: prima sapevo che a un certo punto qualcosa mi piaceva molto, ma va’ a sapere dove e cosa.
Non è insomma un piacere nostalgico: è proprio una cosa su cui il vinile vince.

Poi probabilmente presto mi stuferò e tornerà a mancarmi quella cosa delle playlist, colonna sonora continua, sorpresa alla fine di ogni pezzo, opportunità di eliminare i pezzi brutti e le discontinuità, eccetera. Ogni cambiamento di solito è una perdita: il bello di questo cambiamento è che è sopravvissuto tutto, dopo un momento di difficoltà. Chissà che succeda anche con l’informazione, ma questa è un’altra storia.

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