Il finanziamento dei giornali, sul web

Sul tema del finanziamento pubblico ai giornali si sono scritte negli anni molte cose, e anch’io qui. Continuo a essere dell’idea che a volte possa essere giusto che vengano sostenute delle iniziative di informazione e cultura nell’interesse della comunità quando le regole del mercato non ne permettano la sopravvivenza; ma continuo anche a essere dell’idea che la gestione dell’interesse della comunità sia così complicata e rischiosa da impedire spesso che le applicazioni del principio siano sufficientemente eque e davvero utili, che non ci siano sprechi e approfitti.

Ma il tema è molto ampio, e riguarda libri, cultura, scuolaservizio pubblico televisivo e molto altro: io qui volevo parlare del vecchio e solito finanziamento dei giornali. Perché ieri Riccardo Luna mi ha suggerito una cosa che sarà stata probabilmente già pensata e suggerita da altri, ma che mi pare l’uovo di Colombo.
Il web.
È semplice. Ai giornali che si ritiene rientrino nei criteri stabiliti dalla legge – siano cooperative, o organi di partito, o quello che volete, la legge ha avuto cambiamenti vari – sia garantito un rimborso delle spese necessarie per poter andare online, ed essere così accessibili a tutti, a costi minori. I rimborsi attuali coprono infatti spese molto alte di stampa e distribuzione fisica, senza ottenere l’obiettivo di far leggere il giornale se non a un ridottissimo pubblico. La cosa paradossale è che gli stessi giornali che ricevono i contributi pubblici, poi non li usano per mettere le loro cose online. Invece deve essere il contrario: ci sono voci che è giusto vengano diffuse e udite? Il canale migliore è la rete, non quattro edicole in quattro angoletti del paese, con le cui vendite i suddetti giornali spesso pagano a malapena l’affitto.

Cambiamo la legge, definiamo con la migliore approssimazione possibile i criteri per cui si ha diritto ai contributi, e calcoliamo quei contributi sulle necessità economiche per la pubblicazione del giornale online, accessibile potenzialmente a tutti (e persino gratis, come è giusto: visto che sovvenzioniamo). Con dei tetti massimi equilibrati e un filtro molto attento.

Altre cose:

20 commenti su “Il finanziamento dei giornali, sul web

  1. Francesco

    Ottima idea, anche se forse un po’ ottimista (o semplicemente in anticipo).
    Purtroppo non è vero che una cosa che sta in internet sia accessibile a tutti (almeno non ancora), però potrebbe essere un buon primo passo porre la pubblicazione online di tutti i contenuti ( stile La Stampa, per intendersi) come requisito per avere i sussidi.
    Si potrebbe calcolare l’importo dei finanziamenti in modo che siano sufficienti alla pobblicazione dei contenuti on-line, lasciando al costo delle copie cartacee il compito di finanziarne la stampa solo se questo è davvero sufficiente, altrimenti un contributo aggiuntivo per garantire la possibilità a tutti almeno di abbonarsi (se non di trovarlo in edicola) credo sia necessario.

  2. MaBi

    Sofri, non fare il finto tonto, lo sai benissimo qual’e’ il vero scopo del finanziamento ai giornali. Non certo favorire la diffusione di queste o quelle idee ed opinioni, ma solo foraggiare dei “giornalisti” amici degli amici.
    I politici per diffondere quello che vogliono diffondere usano la RAI e i giornali veri, non certo i loro fogli clandestini, quelli sono solo uno dei diecimila modi per ricompensare i servi con soldi pubblici. A chi vuoi che freghi qualcosa di mettere online quella roba?
    Ma questo ovviamente tu lo sai benissimo, quindi mi chiedo il motivo di questo post da finto ingenuo.

  3. pizzeriaitalia

    Concordo con l’idea e con le obiezioni (superabili in prospettiva). Se poi si volesse ipotizzare un Kindle “di Stato” per i testi scolastici dalla prima elementare alla quinta liceo… esagero, eh?

  4. andreadaldosso

    C’è un lieve conflitto di interesse nelle tue parole? Nel senso: non è che con “Il Post” vuoi attingere anche tu ai finanziamenti dei giornali? Scusa la domanda maliziosa…

  5. iosonostefano

    Mi sembra una proposta intelligente. La sottoscrivo. E’ incredibile che esistano ancora, nel nostro paese, delle leggi così inutili, che servono solo a buttare via soldi e davvero non ce lo possiamo più permettere.

  6. Simonluca Merlante

    Buona proposta. Ma mi metto nei panni di un editore: se vado (solo) sul web difficilmente troverò inserzionisti, perchè almeno per il momento il mercato pubblicitario online è una frazione di quello della carta stampata, e soprattutto i target sono piuttosto diversi. Il che significa che, se i finanziamenti sono fatti bene, l’editore ci guadagnerà poco o niente. Questo nell’ipotesi, sia chiaro, che gli si “impedisca” di far uscire la versione cartacea del giornale on-line.

  7. giova.p

    @ luca
    ma proviamo un attimo a mettere sul tavolo la possibilità che i finanziamenti pubblici non servano al pluralismo e all’informazione?
    innanzitutto l’italia non è un paese dove ci si informa sui giornali. in secondo luogo non si capisce come foraggiare giornalini inesistenti che nessuno compra sia sinonimo di pluralismo.. la realtà è che le barriere tecnologiche all’ingresso nel mercato dell’informazione al giorno d’oggi sono quasi inesistenti.
    giustamente, ora che la tecnologia lo permette, chi non vende in edicola dovrebbe migrare sul web: peraltro è l’argomento definitivo contro chi grida alla fine del pluralismo ogniqualvolta si proponga di chiudere il rubinetto dei soldi a realtà giornalistiche che non interessano a nessuno e nessuno compra (sarà perché di giornalistico non hanno nulla, ma sono nel migliore dei casi un megafono per partiti e partitini, e nel peggiore una fonte di poltrone per impreparati pennivendoli amici di qualche parlamentare?)..

    che facciano un sito, o un blog, se sentono di non dover privare il paese della loro imprescindibile voce.. quello che non capisco è: perché finanziare tutto ciò con soldi pubblici? perché, davvero servono finanziamenti pubblici per tirare su un blog o un sito?

    quello che lo stato potrebbe fare di utile, invece di buttare soldi in finanziamenti a testate ridicole, sarebbe una bella politica antitrust, per rendere concorrenziale il settore in presenza di concentrazioni elevate (vedi tv ad esempio..). tutto qua..

  8. 1981

    ..infatti credo che questa legge avesse senso prima della rete, adesso se ci si vuole informare se ne hannoi le possibilità, quei finanziamenti sarebbero piu utili per finanziare la banda larga per esempio.
    non vorrei andare fuori tema ma anche tutta la pubblicità cartacea che ci troviamo ogni giorno nella cassetta delle lettere credo che in qualche modo sia finanziata ancora da noi no??
    perchè? pensiamo a tutto l’inquinamento di carta / inchiostro/ trasporto di tutti i quotidiani e di tutta la pubblicità!!altro che finanziamento, si dovrebbe tassare l’inquinamento idiota.

  9. adrianozanni

    E’ una cosa che ho sempre sostenuto. Il manifesto ad esempio…sempre sull’orlo del baratro e con un sito web ridicolo…eppure son convinto che gli accessi alla pagina siano 100 volte superiori alle copie vendute in edicola…immaginatevi se i contenuti presenti sul sito fossero all’altezza della situazione.

  10. adrianozanni

    dimenticavo una cosa:
    proprio ieri se non vado errato i giornali parlavano di come gli investimenti pubblicitarti sul web abbiano sostanzialmente raggiunto quelli sui giornali….

  11. fdt

    capisco che chi intenda riformare una legge come quella del finanziamento all’informazione, lo faccia in nome dello spirito più nobile della predetta legge, ma ha perfettamente ragione chi argomenta che in realtà trattasi di strumento d’elargizione che non solo ha poco a che vedere con l’intento originario, ma se possibile ha inquinato il sistema informativo. Basti vedere la fine che ha fatto una testata storica come l’Avanti.
    Per cui, e qui c’è la mia parte costruttiva anche se non lo sembra: terminiamo definitivamente questa legge e discutiamo del mondo che è cambiato e delle risorse rimaste a disposizione per questo settore. Forse ci sono settori che meriterebbero più attenzione dell’informazione, che se sana come quella prodotta in questo sito e altri, dimostra di saper stare nel mercato, senza finanziamenti pubblici.
    Finanziamo scuola e ricerca.

  12. Pingback: I contributi ai giornali « Il Blog di Wolfgang Cecchin

  13. Corrado Truffi

    L’idea è carina, almeno in teoria. Vorrei solo notare a beneficio di giova.p, che non è che fare un giornale on line minimamente vero sia una cosa gratis. Una cosa è aprire un blog su wordpress o sul cannocchiale e scrivere quel che ti salta in mente (quel che faccio io, ad esempio), un’altra è raccogliere e vagliare notizie, magari fare inchieste e andare a trovarle ecc. Insomma, un verso giornale on line risparmia solo la carta e la distribuzione, non certo la redazione, gli inviati, ecc. Ed infatti per ora giornali gratuiti come il pur ottimo Post, o l’Inkiesta er similia non sono – ancora – veri giornali ma collazioni di opinioni/commenti o notizie “ricevute” (per quanto magari ben selezionate) ma non “prodotte”. E’ una bella e importante differenza, mi sembra.

  14. segnaleorario

    Capisco le buone intenzioni, ma da persona di sinistra ho sempre trovato agghiacciante ogni modello d’informazione che mi ricordi la Pravda. Non solo non credo ma ho orrore del giornalismo sovvenzionato (o del cinema sovvenzionato). Per non parlare poi dei miei amici del Manifesto che inorridiscono alla sola idea di abbandonare il costosissimo giornale di carta per quello online. Le sovvenzioni statali non fanno altro che drogare il mercato e danneggiare i giornali più seri.

  15. Pingback: Links for 13/10/2011 | Giordani.org

  16. odus

    Cosa vuoi commentare?
    Raccogliamo soldi con le tasse e poi buttiamoli dalla finestra che giù ci sono giornalisti pronti a raccoglierli per mettere le loro luminose idee sulla stampa o sul web.
    In nome del pluralismo e dei lettori non plurali.
    E la dobbiamo chiamare intelligente equità.
    Faceva meglio Bottai coi suoi giornali, giornalini o giornaletti che ancora si vendono sulle bancarelle dei mercatini, 70 o 80 anni dopo.
    E c’è qualcuno che, incuriosito, li compra, senza attendere sovvenzioni statali alias dei contribuenti.

  17. giova.p

    @ corrado truffi
    lo so che non è gratis. anche aprire una pizzeria non è gratis, ma non è un buon motivo per finanziarla a spese dello stato.
    le redazioni, i giornalisti capaci, le inchieste, hai ragione, sono cose costose, e qualcuno deve pagarle. a me farebbe piacere che le pagasse chi ne usufruisce, nello specifico chi ha piacere di leggerne i prodotti. si può fare un buon giornale anche senza sussidi: anche senza andare oltre confine, basta guardare all’esperienza de il fatto quotidiano.
    il punto è proprio questo, non ci sono barriere ‘tecniche’ all’entrata in questo mercato: secondo me era vero anche in passato, ma è tanto più vero oggi, grazie alle nuove tecnologie, e ancora di più lo sarà in futuro.
    la domanda che ci si dovrebbe porre, e che invece diamo per scontata, quindi è: qual è il fine ultimo dei finanziamenti alla stampa? se l’obiettivo è garantire il maggior pluralismo possibile dell’informazione, qual è il modo più efficace per ottenerlo? i finanziamenti alla stampa vanno in questa direzione?
    mi sembra palese che i sussidi, per come sono concepiti oggi, sono di ostacolo e non di aiuto al pluralismo: da un lato per la maggior parte sovvenzionano l’oligopolio dei grandi gruppi editoriali, proprietari delle testate più diffuse e solide, che controllano ampie fette di mercato. dall’altro foraggiano giornali inesistenti che non sono altro che la cassa di risonanza delle idee del politico-patron, nonché uno dei tanti mezzi attraverso i quali il la casta politica distribuisce poltrone e stipendi.
    e in ogni caso, quand’anche i finanziamenti alla carta stampata non comportassero queste distorsioni (che invece purtroppo sono sotto gli occhi di tutti), non è detto che costituiscano il mezzo più efficace per ottenere + pluralismo.
    non sta scritto da nessuna parte che oggi, nel 2011, la conditio sine qua non per aumentare il pluralismo dell’informazione sia garantire a spese del contribuente l’arrivo in edicola di tutta questa roba, che quando va bene finisce al macero.
    1° perché, come dicevo sopra, gli italiani i giornali non li leggono. se proprio vogliamo immaginare un intervento statale a favore dell’informazione pluralista, il miglior servizio che si possa fare agli italiani sarebbe di garantire un mercato concorrenziale e aperto dell’informazione TV (privatizzare almeno 2 su 3 canali rai, impedire la proprietà di + di 1 canale privato, aumentare la concorrenza nel mercato pubblicitario, ecc).
    2° per quanto riguarda la “stampa”, oltre a forti interventi per rendere concorrenziale il mercato, si potrebbe immaginare, nello spirito di quanto propone sofri, una progressiva migrazione sul web delle testate che non vendono in edicola: la butto lì, le risorse risparmiate tagliando i finanziamenti per carta e distribuzione ecc potrebbero essere indirizzate alla diffusione dell’equivalente digitale delle vecchie emeroteche: più computer nelle scuole o nelle biblioteche, dai quali liberamente accedere a blog, testate giornalistiche e servizi informativi. o fornitura di reti wireless pubbliche. o diffusione della banda larga. (ecc ecc)
    my two cents..

  18. Piccola Dorrit

    Pure il finanziamento sul web? E perchè? quando il web sarebbe di tutti ma i singoli, specie se non non cominciano da famosi, che hanno un sito o un blog, se sono veramente da soli, non riescono a bucare? Non lo trovo equo ma tant’è…

  19. giorgiod

    Credo sia innanzitutto necessario trovare un bilanciamento tra gli interessi di chi finanzia/produce/distribuisce beni editoriali.
    propongo il seguente schema:
    presupposti:
    1) le edicole andrebbero strutturalmente modificate
    2) in una prospettiva di ottimizzazione dei costi, l’attuale costo dei quotidiani non rappresenta una variabile.
    3) la stampa “fisica” di un quotidiano è preferibile/maggiormente fruibile della lettura a mezzo video

    sitema:
    1) potrebbe essere lasciata la possibilità alle “edicole” di stampare in proprio le copie dei quotidiani, in questo senso sarebbe nello stesso interesse delle società editoriali fornirle di appropriati strumenti (che probabilmente ancora non sono stati concepiti)
    2) le edicole pagherebbero direttamente agli editori le royaltes legate alla stampa dei quotidiani (non legate al numero delle copie -problemi di moral hazard- ma invece stabilite dalla libera contrattazione delle parti)

    In questo semplice, e semplicistico, schema si eviterebbero gli spropositati costi di stampa, che lievitano se si considerano il numero dei resi e l’impossibilità a priori di concepire una quantità che equilibri domanda/offerta. L’accesso alla rete, diverrebbe un problema residuale, chi può accedervi potrà decidere in proprio come meglio gestire il proprio denaro/tempo, che non può o non vuole accedervi avrà sempre a disposizione la vecchia edicola nell’angolo.

    Il finanziamento pubblico? potrebbe esserci come non esserci, si eviterebbe solo di destinare i finanziamenti, nella loro parte sostanziale, per i costi di stampa.

    Ovviamente, le tipografie, non gradirebbero.

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