Informare gratis

Qualche giorno fa su Twitter è girato un annuncio di offerta di lavoro, che aveva colpito l’autore del tweet.

Testata Giornalistica online cerca una redattrice donna per la stesura di articoli sul quotidiano online SocialChannel.
Chiediamo 10 articoli al giorno tutti i giorni (7 giorni su 7) sulle tematiche:
– cronaca;
– spettacolo;
– gossip;
– attualità.
La retribuzione di 250 euro mensili.
Il lavoro può essere svolto da casa (in questo caso richiediamo un colloquio via skype di presentazione), mentre per chi vive in zona Milano, può contattarci telefonicamente al nostro recapito (che trovate di seguito) e vi aspettiamo mercoledì a partire dalle 14 in Piazza XXV Aprile, 9, presso il nostro ufficio. No perditempo.

Riassumo: l’idea è che se scrivete ogni giorno – ogni giorno – dieci articoli, sarete pagate 250 euro al mese. Dovete essere donna, per qualche ragione. No perditempo è un inciso affascinante, che incuriosisce sulla psicologia dell’estensore dell’annuncio.
Un annuncio come questo genera due reazioni tra i giovani in cerca di lavoro: una è di rabbia e indignazione, e protesta; l’altra è di rassegnata indifferenza, “sai quanti ce ne sono, così”.

E infatti ce ne sono molti. Anche per chi come me ha incontrato in questi cinque anni del Post almeno duecento giovani in cerca di lavoro giornalistico e conosce le loro storie e gli aneddoti sui “cinque euro a pezzo” anche in testate assai note, il sottobosco di siti che cercano manovalanza per produrre contenuti un tanto al chilo è di impressionante estensione e sfacciataggine. Prendete questo.

Il lavoro richiede un impegno minimo poiché vi è totale libertà: nella scelta degli argomenti, nel numero di battute (anche se è preferibile stare nei 2000 caratteri) e nell’impegno collaborativo. Potete scrivere di qualsiasi argomento purché rientrino nelle nostre sezioni: Politica e Attualità, Mondo ed Esteri, Cronaca, Cinema, Libri, Televisione e Spettacolo, Musica, Calcio e Sport, Salute e Benessere. Al momento non è previsto alcun tipo di compenso né tantomeno è possibile prendere il patentino da pubblicista tramite la collaborazione con il giornale (questo non dipende da noi ma dall’O.d.g.). Prima Pagina on line vi offre la possibilità di essere letti da circa 800 persone al giorno, di fare esperienza nel settore giornalistico e di mettere in pratica la vostra passione: la scrittura. Potete lavorare ai vostri articoli comodamente da casa, nella massima libertà. La libertà nella collaborazione è un nostro tratto distintivo: decidete voi quando cominciare, decidete voi quando inviare i pezzi, decidete voi quando terminare la collaborazione.

Sta tra le “offerte di lavoro”: e in effetti è senz’altro un’offerta di lavoro.
Voi direte, vabbè, basta non accettare, farsi due risate (inciso: sui frequenti equivoci delle discussioni sul “lavoro gratis” avevo scritto qui). Oppure accettare, se a qualcuno fa piacere scrivere cose inutili su siti inutili costruiti per fare volumi di pagine da far circolare sui social network e su Google, a prescindere dalla qualità dei loro contenuti. Nessuno sta obbligando nessuno e fesserie ne circolano tante.

Come sapete, quando si tratta di uso del lavoro, non è mai del tutto vero che nessuno obblighi nessuno e che le scelte siano libere. Ma il tema che volevo aggiungere è un altro. Questi siti – ce ne sono tanti – affollano la Rete di articoli prodotti da persone malpagate o persino non pagate, e disincentivate a cercare qualunque qualità o accuratezza nelle cose che fanno. Dieci pezzi al giorno, e vuoi anche farli bene? Ma non è nemmeno richiesto, ci mancherebbe. Quel che conta è che diventino link su cui si possa cliccare. Benché li chiamino articoli, non è lavoro giornalistico, né per quel che offre di servizio alla comunità né per nessun tratto di competenza, specializzazione, valore, utilità pubblica. Sono andato a guardarne alcuni, dopo che aspiranti collaboratori al Post mi avevano segnalato i loro articoli pubblicati su questi siti. Nella pagina Facebook del primo che ho guardato gli articoli sono condivisi in post di appena poche parole, come si usa. Ma già in quelle poche parole:

– uno è su “Johnny Deep
– uno dice “oggi ricoridiamo” e “immortali le sue donne donne”
– uno sancisce che i Queen siano “la più celebre rock band britannica di tutti i tempi” e dice “immortale le parole” e “Wimbley” per Wembley.

In un altro sito compaiono articoli come questo. Riproduco nella sua interezza, non è una selezione.

Lo stress del traffico può portare i conducenti a distrarsi in vario modo:  c’è chi ascolta la musica, chi parla al telefono, chi addirittura legge, ma una 30enne inglese questa volta l’ha fatta proprio grossa. La giovane donna, come riportano i siti stranieri, ha ben pensato di praticare autoerotismo con il suo nuovo sex toy. Purtroppo però la passione e la concitazione del momento hanno distratto la ragazza dalla guida che con la sua vettura ha causato un piccolo tamponamento, fortunatamente senza gravi conseguenze, contro un furgoncino. A svelare l’intimo segreto della donna, e soprattutto la causa dell’incidente, sono state delle telecamere di sorveglianza che hanno immortalato il momento e scagionato il pilota del furgone che invece rischiava di perdere il posto di lavoro.

Fine dell’articolo: e se doveste pagare un lavoro di questo genere, quanto lo paghereste? (sia chiaro che non ho niente contro chi scrive e pubblica quel che vuole su internet, liberi tutti: il tema sono le conseguenze dell’equivocare questa come “informazione”, per chi la fa e chi la legge).
Questo cane che si morda la coda insomma produce un affollamento di persone che lavorano gratis o quasi gratis per produrre un affollamento di “articoli” scadenti, falsi, pieni di errori, che riempiono la Rete, e immeritevoli di retribuzioni dignitose. In chi li scrive generano l’illusione di stare “avvicinandosi al giornalismo”, attraverso una strada da cui non impareranno niente se non pessimo giornalismo e pessima scrittura (e che non offre niente che giustifichi e e compensi l’inesistente retribuzione): in chi li legge generano uno scadimento ulteriore della qualità della sua informazione.

Ci si può fare qualcosa? Non credo. La storia recente ha dimostrato (vedi su tutti il caso dell’alta fedeltà nella musica, annientata dalla praticità, disponibilità e gratuità degli mp3; o dei cinema abbandonati in favore di display ridottissimi e versioni sgranate delle prime visioni) che preferiamo cose scadenti e gratis e disponibili facilmente, alla qualità: e anche l’informazione sta andando in questa direzione. Le news diventano sempre più compresse, mediocri, volatili, troppe, come gli mp3. Per questo internet si riempie di megacontenitori di news inutili e malfatte e di annunci di offerte di lavoro squalificato (e un altro problema è che le testate “vere” abbassano di conseguenza i loro standard, per giocare nello stesso campionato). Per molti ragazzi che le accettano forse sarà come era andare a raccogliere i pomodori l’estate, per imparare a lavorare e guadagnare qualcosa, e alcuni lo otterranno: però i pomodori che poi mangiavamo noialtri erano buoni.

Altre cose:

21 commenti su “Informare gratis

  1. hdr

    > La storia recente ha dimostrato (vedi su tutti il caso dell’alta fedeltà nella musica, annientata dalla praticità, disponibilità e gratuità degli mp3; o dei cinema abbandonati in favore di display ridottissimi e versioni sgranate delle prime visioni) che preferiamo cose scadenti e gratis e disponibili facilmente, alla qualità: e anche l’informazione sta andando in questa direzione.

    Non mi pare corrisponda a realtà. I cinema sono più pieni che mai e le persone pagano per avere formati audio di qualità superiore anche quando nel 90% dei casi non si nota differenza alcuna. Mai come oggi la qualità, vera o presunta, è un fattore di marketing importante. La qualità paga. D’altronde è il motivo per cui il Post vive, se così non fosse sarebbe morto dopo 3 settimane.
    Però in pochissimi investono sulla qualità, per lo più nascondendosi dietro questo ragionamento. Il vero problema non è il gran numero di siti spazzatura, ma il numero esiguo di siti di qualità.

  2. Luca Sofri

    È il contrario: la qualità non paga, ed è la ragione per cui il Post riesce appena a stare in piedi facendo molti sacrifici, superato in traffico da molti siti che qui non cito. Poi faccio il tifo per te, eh.

  3. Judike

    Luca, facciamo qualcosa allora. Metti su un abbonamento, il miglior giornale online non può “stare appena in piedi”. Dai, forza.

  4. Pingback: Informare gratis (purché si clicchi) | GiulioCavalli.net

  5. kraft

    Rimango un visionario (nel significato della lingua inglese… ) e sono convinto che l’informazione di qualità a pagamento troverà presto la sua strada anche in Italia, consentendo a testate come il Post di svangare bilanci decenti. Mediapart è un esempio di successo, sebbene con una formula editoriale diversa da non sottovalutare in abbinamento alla linea de il Post. Sono d’accordo con Judike. Direttore, hai pensato alla costituzione di un fondo coinvolgendo i tuoi lettori? Non siamo pochi e, ritengo, la maggior parte lettori esigenti abituati a comprare buone righe da leggere… .

  6. Salsadiabli

    A me fa un po’ sorridere che si parli di “schiavitù”. Basta leggere tra le righe: l’annuncio vuol dire “cercasi copy veloce – perché un copy si richiede, non un giornalista – che scriva 14 pezzi al giorno, così copriamo anche sabato e domenica, in un’oretta massimo”. A quel punto la retribuzione oraria rimane bassa, ma non da fame, per chi ha bisogno di arrotondare un po’. Si possono scrivere 14 articoli in un’ora? Ma certo. Se visitate il sito in questione si tratta di insipidi catenacci da 150 parole l’uno sotto una foto (il che mi sembra alquanto sciocco in un’ottica SEO, ma punteranno tutto sui social, o più probabilmente chiuderanno in un prossimo futuro). Basta armarsi di Google News. È giornalismo, questo? Ovviamente no: e pure il sito in questione mette in cima “This is not press”, tanto per cautelarsi. È inutile per il lettore? Sì, chiaro. Ma questa triste produzione di contenuti di infima qualità non è solo un problema di sottobosco. Cito dal maggior portale italiano, 3 milioni secchi di visitatori unici al giorno, homepage di adesso: “Accade se metti il caffè sulle gambe”, “Lo hanno fatto sotto le coperte”, “Elisabetta Canalis giù di tono, ecco perché”. E sappiamo bene che il colonnino destro del Corriere altro non è se non la front page di Reddit, rimasticata uno o due giorni dopo. Quanto pagherei l’articolo sul sex toy, se fossi un imprenditore (vero o presunto) del ramo? Scoccia dirlo: in base alle impression. È colpa di Google, di Panda, di Buzzfeed, della crisi, del clickbaiting selvaggio. Però è così, e la confusione imperante tra “content” e “news” più che un problema di etica del lavoro mi sembra questione di algoritmi: per dire, la vertical search ora permette anche a un cialtrone che dà il nome giusto a una foto di essere in cima a Google News. O si parla a Page e Brin o c’è poco da fare, temo.

  7. Adso85

    Crowfunding? Sì! Io spingerei in questa direzione e darei una mano. Non posso immaginare di vivere senza gli ”…spiegata bene”, i consigli per i libri da leggere, le foto di Natalie Dormer, le immagini di animali non gattacei, ”si ricarica da sola”.

  8. saintex

    Spunto interessante, però per leggere bene la fotografia, bisogna anche riflettere sulle colpe di Google – ahimé – e sulla degenerazione di internet causata dal SEO, anche a costo di sembrare un po’ luddisti.

    Tutto ciò che è rilevante è molto linkato, quindi l’umanità si è messa a creare link.

    Poiché i link da soli non hanno senso (eppure ci provarono all’inizio, con siti pieni di link), la ratio divenne presto quella di creare testi di poco conto contenti link che puntano ai siti che si desidera far diventare rilevanti.

    Inoltre le pubblicità contestuali di Google premiano chi ha più contenuti a tema, non la qualità degli stessi.

    Nell’applicazione giornalistica, tutto ciò si è tradotto in testate giornalistiche con molti articoli (link) e testi di poco conto, perché così le testate stesse acquisiscono rilevanza e hanno più spazio per la pubblicità contestuale.

    C’è da stupirsi che i produttori di contenuti (giornalisti, copy, SEO) si siano piegati a Google?

    Non direi… si tratta di una scoperta molto vecchia: la posizione dell’osservatore o dell’analista (secondo Heisenberg e poi secondo Jung) influenza la percezione di ciò che è osservato.

    Qui che cosa è successo?

    Una volta conosciuta la strategia di analisi (i link) seguita dall’osservatore (Google) gli osservati si sono adeguati a produrre comportamenti che compiacciono a Google.

    Siccome di fatto in questo modo molti agenti economici lavorano per lui, Google non se ne dispiace più di tanto (e in fondo Facebook, con gli utenti che scrivono meme, ha adottato lo stesso comportamento).

    Che c’entra con il lavoro giornalistico gratuito?

    Che siti e testate cercano – appunto – testi da poco, testi che autorizzano i proprietari a pensare che potrebbero essere scritti da chiunque, quindi di poco valore.
    Testi che scrive un umano, ma che potrebbe scrivere un robot (un software).
    E infatti qualcuno ci ha pensato:

    http://www.wired.com/2012/04/can-an-algorithm-write-a-better-news-story-than-a-human-reporter/
    http://www.narrativescience.com/
    http://www.forbes.com/sites/narrativescience/

  9. pizzeriaitalia

    Se le testate più autorevoli (non ridete) riempiono i pixel che hanno a disposizione con “boxini morbosi” e scemenze simili… questa è la logica conseguenza… Mi domando invece cosa faccia in simili circostanze quel gioiello di conservatorismo corporativo che è l’Ordine dei Giornalisti.

  10. antoniobachis

    Avete fatto dei conti per vedere quanto potrebbe costare un abbonamento annuale al Post senza pubblicità?
    Se potesse garantirvi stabilità economica io a seconda della cifra pagherei senza problemi.

  11. Qfwfq71

    Qualcosa non mi torna.
    Ti offrono di lavorare senza compenso (o comunque un compenso molto risibile) e senza la possibilità di diventare pubblicista.
    L’unico vantaggio è la possibilità di pubblicare il proprio lavoro.
    Ma se le cose stanno così non fai prima ad aprirti un blog personale?

  12. Spock

    Luca, io 9,99 euro al mese un abbonamento al Post lo farei volentieri.
    Anche a 19,99, senza problemi.
    A 29,99 ci farei un pensiero, ma alla fine lo farei comunque.

  13. majortom

    Mi fa sbellicare l’annuncio: “…decidete voi quando terminare la collaborazione”; se non mi paghi, ci credo che decido io quando terminare la collaborazione!

  14. Massimo

    Mah, è come portare casa per casa i volantini del supermarket di quartiere. Un lavoro sfigato che accetti se non hai altra scelta, e con altra scelta intendo nemmeno lavare le macchine coi cingalesi, con tutto il rispetto per loro che invece lo fanno. Certo, l’importante è non sentirsi giornalisti o copy, ma solo un idiota lo farebbe.

  15. Pingback: Informare gratis – Wittgenstein | NUOVA RESISTENZA

  16. andrea400

    Di fondo son d’accordo su tutto.
    Trovo però che il paragone con schermi e qualità audio sia un pochino fuorviante perchè si riferisce alla qualità del mezzo e non del contenuto. Il passaggio ad mp3 e a display penalizzanti per il cinema corrisponderebbe ad abbassamento della qualità della carta dei giornali o del lettering dei siti di informzione. Il problema invece mi sembra che sia anche di qualità artistico intellettuale e da questo punto di vista credo che il giornalismo abbia una caratteristica negativa che altri ambiti hanno meno, ossia la confusione di standard qualitativi. Dal marchio di una casa di produzione o di distribuzione, dal circuito di sale cinematografiche io riesco a farmi un’idea del tipo di film che andrò a vedere; dall’etichetta discografica o dalle persone che lavorano ad un disco riesco a farmi un’idea di cosa sto per ascoltare; a maggior ragione se parliamo degli aspetti tecnici, dalle caratteristiche di un riproduttore di musica o di un display video so con precisione a cosa andrò incontro. Nel giornalismo è molto più difficile, i marchi storici che fino a poco tempo fa garantivano qualità hanno abbassato repentinamente gli standard, non solo culturali ma ormai anche grammaticali.
    Come fa un ragazzo che oggi ha il suo primo approccio con l’informazione a formare il proprio gusto e a capire le differenze se le versioni online (ma spesso non solo online) delle più importanti e in teoria affidabili testate giornalistiche sono piene di articoli sciatti, conditi con errori di ortografia e talvolta persino di incolonnamento?
    E come si può spingere oggi un lettore a pagare per leggere articoli così poco differenti da quelli scritti gratuitamente su siti casuali? Certamente ci sono anche articoli degni della spesa ma non possono trovarsi accanto alla spazzatura, non si può demandare al lettore il compito di leggere tutto per trovarsi da solo la qualità, le testate più importanti dovrebbero ripristinare degli standard minimi sotto i quali non andare e invece temo che tali standard continuano ad allontanarsi sempre più.

  17. help4desk

    Luca, non ho proprio capito il tuo post. Sostieni forse che solo gli articoli lunghi sono informazione? E dove starebbe scritto, soprattutto nell’era del web che fatica a raggiungere una cartella?

    E soprattutto, che consigli daresti ad un giovane che vuole emergere come giornalista (di pezzi brevi o lunghi) in un’era dove i giornali si stanno estinguendo?

  18. hermann

    Azzeccatissimo il paragone con MP3 e film pirata. Una domanda: visto che l’erosione della qualità è ormai arrivata a livelli di guardia su fondamentalmente tutti siti, anche blasontissimi, a me sta quasi tornando voglia di abbonarmi a ‘qualcosa’ che mi dia quella continuità di buona informazione che non riesco a trovare (quasi) altrove. Siccome quando uno ha un’idea, di solito l’hanno già avuta molti altri, mi domando: e se fossimo alla vigilia di una rinascita del concetto di abbonamento?

  19. help4desk

    L’abbonamento di poche migliaia di lettori non è sufficiente per coprire i costi dei giornali online. Se non ricordo male ilpost nel 2014 era in forte perdita, come tutti i giornali solo online

  20. samael77

    a me ilpost piace, se dovessi trovarci, per forza, un difetto direi che lo vorrei piu “ricco” (non diverso o cosa solo con piu roba) ma capisco che ci sia un problema di soldi quindi mi aggiungo al coro!! VOGLIO PAGARE!!! PRENDI I MIEI SOLDI!!!
    che poi veramente mi sfugge cosa ti costi fare un bannerino paypal “dona ora” come c’è l hanno un sacco di siti ….

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