Servi vostri

Mi permetto di rispiegare una cosa ai molti bellicosi critici dei “giornalisti” (che furono a loro tempo bellicosi critici dei “politici”) che li accusano di servitù e obbedienza a presunti poteri, a politici o partiti; e mi permetto di spiegarla alla loro ingenuità di sommari conoscitori dei giornali (già è ingenua l’idea che esistano “i giornalisti” come genere universale: nessuno insulta “gli scrittori” se legge romanzi brutti, e se ne leggono).
Oppure, visto che conosco le agitazioni risentite che generano le spiegazioni competenti (“non accetto lezioni!”), la metterò così: suggerisco una diversa interpretazione, a chi interessi.

L’idea che le sciatterie, le cialtronate, le falsificazioni trasmesse quotidianamente dal giornalismo professionale siano legate a servilismi o connivenze o secondi fini è una sciocchezza da profani paranoici che (comprensibilmente: ognuno infatti non conosce le cose che non conosce) non sanno niente dei meccanismi dell’informazione e delle redazioni giornalistiche. E quindi, per sfogarsi e mettere tutto in un quadro familiare e confortante di grandi cattivi che congiurano nell’oscurità contro di noi oneste personcine, reagiscono con quel repertorio infantile di “servi”, “pennivendoli”, “giornalai”, eccetera. Aizzati da altri – politici, giornalisti a loro volta, cercatori generici di consenso – che hanno più pelo sullo stomaco ma conoscono l’efficacia della demagogia.

Il fatto è che, nella quasi totalità dei casi, i maggiori giornali sono servi solo di se stessi e dei propri interessi, come tutte le attività commerciali: fanno e scrivono quello che fa gioco a loro e alle loro necessità economiche. Se derogano al ruolo di spiegare il mondo e dare informazioni accurate è quasi sempre per cercare il consenso o l’attenzione dei loro lettori, non di grandi potenti politici (che sono meno potenti e più passeggeri dei giornali stessi): è per conservare quei lettori che attaccano i politici che quei lettori disprezzano, è per farsi leggere da quei lettori che gonfiano certe notizie o ne inventano altre, è per farsi preferire dai loro lettori che usano enfasi allarmistiche e terroristiche piuttosto che analisi equilibrate delle complessità, che spacciano certezze perentorie invece che dubbi e prudenze. E questa cultura viene trasmessa e imposta ai loro dipendenti, che la adottano in diverse misure, come i dipendenti di qualunque azienda.

La retorica di “i nostri unici padroni sono i lettori” è una vecchia e comoda truffa: i lettori sono spesso padroni molto più esigenti e ricattatori – volenti o nolenti – di certi editori rispettosi. Diventarne servi, come per certi politici diventare servi delle maggioranze (“Barabba!”), non è il miglior modo di spiegare il mondo e fare del giornalismo e non è meglio che essere servi di eventuali politici o partiti. I giornali sono servi “nostri”: siamo noialtri lettori a essere – ovviamente – molto diversi e a creare la domanda per narrazioni e descrizioni del mondo diverse. E queste diverse domande ricevono diverse offerte (pensate all’offerta ai lettori della Verità, l’unico quotidiano che appoggia completamente con le sue versioni l’attuale governo che è stato votato dalla maggioranza degli italiani; pensate a Fatto e Libero, i due quotidiani che con le loro versioni appoggiano ognuno una metà dell’attuale governo, metà che sono state votate dalla maggioranza degli italiani; e così via) da giornali che in varie misure si sottraggono all’autonomia nel giudicare cosa sia utile che gli italiani sappiano rivolgendosi invece ognuno a una quota di italiani ben individuata. Col risultato che ognuno di noi pensa sia “servo” ogni giornale tranne quello che si rivolge a lui. Che è servo suo.

E quindi tornando al punto, i giornali sono dipendenti – con buone ragioni, come tutte le attività commerciali – da ciò che permette loro di esistere: i lettori e la pubblicità. Di compiacere i politici, salvo rari sinceri fanatismi, non gliene frega quasi mai niente: quelli “vanno e vengono”. Poi certo, “pennivendoli” è una parola elegante, ottocentesca, bella: usiamola pure con compiacimento per sfogarci, ma sapendo che i giornali ci ridono dietro.

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