Colleghi che sbagliano

Margaret Sullivan è una delle più esperte e note giornaliste americane che si occupano di media e giornalismo e cambiamenti nell’informazione: dopo diversi anni al New York Times da due anni e mezzo è al Washington Post e ieri ha scritto una cosa piuttosto importante e memorabile, anche vista da qui. Il suo articolo parte dal rifiuto del Partito Democratico di consentire alla famigerata rete televisiva Fox News di ospitare un dibattito sulle primarie – rifiuto che ha generato obiezioni, proteste e discussioni – e dice in sostanza “finiamola con l’indulgenza nei confronti di Fox News, che non è un legittimo mezzo di informazione al servizio della verità e della democrazia ma un sistema di promozione di falsificazioni e propaganda, per quanto al suo interno lavorino pure bravi giornalisti”.

let’s talk about the overall problem of Fox News, which started out with bad intentions in 1996 and has swiftly devolved into what often amounts to a propaganda network for a dishonest president and his allies.
The network, which attracts more viewers than its two major competitors, specializes in fearmongering and unrelenting alarmism. Remember “the caravan”?
At crucial times, it does not observe basic standards of journalistic practice: as with its eventually retracted, false reporting in 2017 on Seth Rich, which fueled conspiracy theories that Hillary Clinton had the former Democratic National Committee staffer killed because he was a source of campaign leaks.
Fox, you might recall, was a welcoming haven for “birtherism” — the racist lies about President Barack Obama’s birthplace. For years, it has constantly, unfairly and inaccurately bashed Hillary Clinton.
And its most high-profile personality, Sean Hannity, is not only a close confidant of President Trump but appeared with him onstage at a campaign rally last year.

E sulla scelta del Partito Democratico Sullivan dice:

This was a mild, reasonable step that recognizes the reality that Fox News shouldn’t be treated as an honest broker of political news. It was not censorship as some bizarrely claimed, merely a decision not to enter into a business relationship.

What Fox News has become is destructive. To state the obvious: Democracy, if it’s going to function, needs to be based on a shared set of facts, and the news media’s role is to seek out and deliver those facts.
Most news organizations take that seriously, though they may flounder badly at times. When they do, they generally try to correct themselves — that’s why you see editor’s notes, lengthy corrections, on-air acknowledgments, suspensions and even firings of errant newspeople.
Not at Fox News.
The rule at Fox is to stonewall outside inquiries and to close ranks around its rainmakers.

Perché dico che sono cose importanti e da prendere a modello, se scritte da una giornalista importante su un quotidiano importante? Perché scardinano l’atteggiamento corporativo e omertoso che qui da noi avvolge ogni discussione sui giornali e sul giornalismo, quello che li tratta sempre come se fossero una sola cosa, a prescindere da come il giornalismo viene inteso e come viene svolto. Come se il tesserino da giornalisti, la dizione “testata giornalistica”, il titolo di “direttore responsabile” mettessero comunque su un piano di indiscutibilità. Tutta quella retorica su “ogni volta che un giornale chiude è una cattiva notizia” e sul “pluralismo“, quel vittimismo continuo, e quel serrare le file o girarsi dall’altra parte ogni volta che un giornalista è accusato di palesi balle, forzature, parzialità, malefedi. Quel gridare al “bavaglio” ogni volta che un politico esprime un giudizio sulla qualità e attendibilità di un articolo (e capita che abbia ragione, persino i peggiori): come se il lavoro di un giornalista debba essere al di sopra di tutto, intoccabile per definizione, e irresponsabile in quanto tale. Si può discutere, ma è uno di noi, un “collega”, difendo il suo “lavoro”. E intanto altrove il giornalismo contemporaneo si guarda in uno specchio e prova a confrontarsi con l’essere diventato come la peggiore politica che critica, come in questo articolone del New Yorker.

Sometimes what doesn’t kill you doesn’t make you stronger; it makes everyone sick. The more adversarial the press, the more loyal Trump’s followers, the more broken American public life. The more desperately the press chases readers, the more our press resembles our politics.

Ma ci sono testate che non hanno preso una deriva: sono quella cosa lì. Sono Fox News. Ci sono in Italia almeno cinque giornali – per restare ai quotidiani: poi un giorno parleremo di certe radio – la cui priorità è l’avvelenamento dei pozzi e la costruzione di un continuo risentimento nei propri lettori da indirizzare contro qualcosa o qualcuno (gli immigrati, i politici, questo o quel partito, gli intellettuali, la Francia, le donne, questo o quel singolo capro espiatorio, l’Europa, le istituzioni nazionali stesse), e che sono responsabili di un peggioramento quotidiano della convivenza civile e del funzionamento e delle prospettive dell’Italia, peggioramento che poi provvedono ad attribuire a qualcun altro per perpetuare il meccanismo, col solo scopo – come fanno i peggiori politici demagoghi, a cui non a caso sono vicini – di accumulare consenso nei propri confronti intorno al fantasioso alibi di essere quelli dalla parte del popolo e dello smascheramento delle bugie. Messaggio che trova sempre spazio nelle coscienze della parte ingenua e frustrata di tutti noi, e che serve a dare gratificazioni facili all’ego di chi lo diffonde e lettori che permettano la sopravvivenza – o il successo, persino – di giornali che hanno rinunciato a qualunque idea di servizio pubblico e di informazione corretta. Guardate le prime pagine con occhi non storditi dall’abitudine e li riconoscerete: è un altro linguaggio, è un’altra cosa, è propaganda e aizzamento, non è la cosa che se fossimo lettori normali di un paese normale chiameremmo “informazione”.

Naturalmente è una scelta commerciale legittima – si pubblicano persino giornali che raccontano miracoli, o astrologia, e ci mancherebbe che non si possano pubblicare balle – ma che deve essere descritta e trattata per quello che è, come dice Sullivan. È un altro lavoro.

Everyone ought to see it for what it is: Not a normal news organization with inevitable screw-ups, flaws and commercial interests, which sometimes fail to serve the public interest.
But a shameless propaganda outfit, which makes billions of dollars a year as it chips away at the core democratic values we ought to hold dear: truth, accountability and the rule of law.

E naturalmente in quei giornali capitano a lavorare anche bravi giornalisti – di cui possiamo eventualmente giudicare la volontà di fare i conti con la propria complicità – capaci di produrre buoni e utili articoli, annegati dentro la quotidiana dose di aggressioni, mediocrità, terrorismo e falsificazioni e plagiati comunque dal loro linguaggio.

Despite the skills of a few journalists who should have long ago left the network in protest, Fox News has become an American plague.

Certo, per gli altri giornali e giornalisti dire pubblicamente tutto questo – come fa Sullivan sul Washington Post – significa dover affrontare la quota non indifferente di simili approcci che affiora in quasi tutti i quotidiani italiani, senza grandi sforzi di emendamento. Chi è senza peccato eccetera, e tollerare gli avvelenatori di pozzi permette di chiudere un occhio sulla propria parte di avvelenamento. Ma tra non essere senza peccato ed essere il peccato c’è differenza: stiamo parlando non di “guardiani della democrazia” ma di suoi demolitori, per vanità e avidità. Margaret Sullivan – una brava e famosa giornalista del Washington Post – lo ha detto e ha scelto di definirla “una piaga”. Non “colleghi”.

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