Coi se e coi ma

Ci sono alcune cose che mi mettono a disagio, dell’animata discussione dei giorni scorsi sulle sprezzanti frasi di Luigi Di Maio – e spesso di molti altri politici – nei confronti dei giornali. Per coincidenza, avevo appena scritto quella cosa sulla “libertà di informazione” che in parte già rispondeva nel merito: io non credo che la politica abbia il potere di limitare la libertà dei giornali, e credo piuttosto il contrario, che i giornali (i media in genere) abbiano e usino il potere di limitare la libertà della politica. E però credo che alcuni politici approfittino del diffusissimo desiderio di nemici, di capri espiatori, di alibi ai propri fallimenti, per indicare al disprezzo e all’odio di volta in volta gli stranieri, o i politici (gli altri), o gli esperti, o i giornalisti, e altre categorie ancora, e ottenere consenso. E quindi da una parte credo che le bullaggini di Di Maio per i giornali siano solo benvenuta pubblicità e alibi per il vittimismo autopromozionale, ma credo anche che quelle bullaggini alimentino un atteggiamento di persecuzione e linciaggio nei confronti dei giornalisti, che sono persone, e limitino potenzialmente la loro libertà. E naturalmente – nun ce provate – non parlo delle critiche ai giornali (di cui io ho persino fatto un pezzo del mio curriculum professionale, sarei ridicolo), ci mancherebbe: parlo delle minacce, degli auspici di disgrazie, del disprezzo esibito e aggressivo, del “ve la faremo pagare”.

Però – lo dico due giorni dopo, per vedere se si ragiona meglio – a me il fronte ideologico e corporativo che dice “i giornali sono tutti buoni, i giornalisti tutti bravi” non convince. Non tanto perché non lo condivido – non lo condivido, in effetti – ma perché nella sua falsificazione delle cose dà le armi migliori ai teppisti della persecuzione: se dici “viva tutti i giornali” e che l’informazione è tutta da difendere e tutta uguale, dall’altra parte hanno gioco facile a ribattere che allora è tutta uguale e fa schifo tutta.
Ci sono due questioni su cui c’è una grande ipocrisia.

La prima è che – lo dico con desolazione – capita che i più sciocchi e ignoranti grillini abbiano ragione, nelle loro contestazioni: capita che i giornali scrivano balle, contro di loro. Capita che forzino le cose, che inventino, eccetera: quello che i giornali italiani fanno in genere su tutti i temi (perdonatemi, qui do per scontato che su questo ci siamo), notizie che non lo erano. Se mi metto nei panni di un militante del M5S, immagino che disprezzerei la gran parte dei giornali e me ne sentirei rappresentato falsamente e crederei che ci sia un attacco coordinato contro il mio partito (la premessa è che sia nei panni di un militante del M5S, e quindi tenda ad avere una certa ingenuità settaria e paranoica che muove i miei giudizi, e una certa indifferenza alla mole di falsità prodotte dal mio stesso partito). La battaglia del M5S contro il giornalismo è vecchissima, Grillo la conduceva già prima di inventarsi il M5S: a dimostrazione che non è nata da un obiettivo politico recente, è nata dalla lettura della realtà. Dalla lettura dei giornali.
Quindi le reazioni indignate contro l’arroganza di Di Maio – oggi il potere, lo ricordo – sono giustissime nel merito, ma sarebbero più credibili se avessero la coscienza pulita.

La seconda cosa è che, perdonatemi, ma sull’allegro carro di categoria che dice “viva tutti i giornali” o le rituali sentenze “ogni volta che nasce un giornale è una buona notizia”, “ogni volta che muore un giornale è una cattiva notizia”, io non riesco a salirci, malgrado la tentazione di unirmi a un sacco di amici e giornalisti che stimo. È altrettanto ipocrita e illogica, e rende fragile ogni difesa. Somiglia alla fanatica battaglia corporativa in difesa della magistratura che ha assolto per anni tutti gli errori e i soprusi fatti da molti magistrati italiani. Non criticabili mai perché se no si indeboliva la magistratura sotto attacco; e oggi si prova a replicare quel disastroso meccanismo che ci ha dato il giustizialismo diffuso, la mitizzazione di magistrati fallaci o mitomani, il dannosissimo distorto rapporto tra la magistratura e la politica e l’informazione.
Se un albergo rifiuta di accogliere degli omosessuali io non dico “viva tutti gli alberghi”; se un’azienda sfrutta i suoi dipendenti o non paga le tasse io non dico “viva tutte le aziende”. Ci sono modi di informare male le persone che peggiorano le comunità e i paesi: e questi modi nel giornalismo italiano esistono, e io non dico “viva tutti i giornali”. E se chiude un giornale che peggiora i propri lettori, racconta loro una realtà falsificata, cerca strumentalmente di creare paura e zizzania invece che informazione, io lo dico: non è una cattiva notizia. Se non per le persone che ci lavorano, che non è poco: come nel caso di ogni azienda che chiude e di ogni persona che perde il lavoro. Basta che ci mettiamo d’accordo che è per loro che siamo preoccupati, se chiude quel giornale, non per l’informazione in Italia.
Non sto alludendo a nessuno, ognuno pensi all’esempio che vuole: voglio solo dire che non è tutto uguale e il giornalismo non può fare eccezione alle regole sulle responsabilità individuali e sui giudizi liberi che adottiamo per ogni altra categoria (fuorché per la magistratura). C’è fare le cose bene e fare le cose male, in ogni campo e ogni settore, e assumersene la responsabilità: anche quella di sputtanare e mettere a rischio il lavoro di chi prova a fare le cose bene. Anche quella di rendere oggi debole e colpevole una difesa del ruolo dei giornali che potrebbe essere nobile e ovvia, senza ipocrisie.

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