Gentile Marina Berlusconi, quelli di noi che badano al messaggio e non al messaggero hanno condiviso le cose che ha scritto nella sua lettera al Corriere della Sera di pochi giorni fa, essendo in molti ad avere estesamente raccontato o commentato a suo tempo le forzature e falsificazioni da parte dei maggiori quotidiani sulla morte di Imane Fadil. E le sue critiche nei confronti di una radicata cultura nel giornalismo italiano erano tutte fondate.
una riflessione relativa al modo in cui la terribile vicenda della morte di Imane Fadil è stata gestita credo sia giusto farla. Non solo su ruolo e obiettività dell’informazione, ma anche, più in generale, sulla cultura dell’allusione e della calunnia e su quanto tutto questo intossichi la vita democratica del nostro Paese.
Così come erano condivisibili e giustamente esposte la gravità e la tragedia della storia in questione, che avrebbe meritato maggiori rispetto e prudenza.
Stavolta c’era di mezzo la morte di un essere umano, di una ragazza dalla vita complicata che ha fatto una fine atroce.
Detto questo, quelli di noi che del rispetto delle tragedie, della correttezza dell’informazione, delle conseguenze gravi e pericolose di ciò che viene scritto sui giornali e raccontato dalle tv, si occupano con frequenza e da molto tempo – e non solo quando ne sono vittime i propri congiunti – si sono chiesti se la sua lettera potesse significare che d’ora in poi lo stesso apprezzabile rigore sarebbe stato applicato nei confronti dei programmi delle reti Mediaset, delle testate Mondadori, del quotidiano Il Giornale, tutti mezzi d’informazione che fanno capo a lei e alla sua famiglia. Capiamo che scrivere una lettera ogni volta che “ruolo e obiettività dell’informazione, ma anche, più in generale, cultura dell’allusione e della calunnia intossichino la vita democratica del nostro Paese” su una delle suddette testate potrebbe risultare impegnativo per una persona con le sue responsabilità quotidiane, ma per esempio, che giudizio dà su questo titolo del Giornale, quotidiano di proprietà della sua famiglia, sull’assassinio di una donna e sul suo presunto assassino, che allude ad attenuanti e comprensione, e responsabilità della vittima, in una cultura che ancora legittima la pretesa di possesso degli uomini sulle donne e avalla le loro reazioni violente?
Possiamo attenderci il suo allarme e la sua sorveglianza – la sua “riflessione” – in futuro sulla cospicua parte di informazione che in questo paese è prodotta e diffusa dalle società editrici della sua famiglia?
Con fiducia e promessa di segnalare alla sua attenzione eventuali altri casi.
Saluti, Luca Sofri.