Cosa mi aspetto dal dopodomani

Stiamo vivendo giorno per giorno. Non solo sulla piccola scala delle nostre vite domestiche e dei nostri pensieri individuali, scala in cui non facciamo nessun programma, e aspettiamo: ma l’impressione è che stiamo vivendo giorno per giorno anche la dimensione generale del problema e della catastrofe, senza immaginare – ciascuno di noi che voglia immaginare, ma soprattutto i responsabili del futuro delle comunità – quali possano essere percorsi e prospettive futuri. In gran parte è un atteggiamento molto spiegabile, e persino inevitabile: c’è un’emergenza, e c’è la necessità di affrontare e attenuare una crisi che è ora; alzare la testa e guardare più avanti sembra un lusso, una priorità non immediata. Ed è un po’ vero, ma non del tutto vero.

C’è un’altra ragione per cui non stiamo discutendo, studiando, progettando, cosa possa succedere tra un mese, tre mesi, sei mesi: la solita. Ci mancano un sacco di pezzi, non sappiamo cose che non si possono sapere, le incognite sono molte. Figurarsi scenari e possibili percorsi è frustrante: dopo i primi passi appare subito un pensiero – o qualcuno – che dice “e cosa ne sappiamo?” di una qualunque ipotesi intermedia, con ragione.
Però – arriva il però – ci sono una manciata di considerazioni che sopravvivono a queste premesse e che tengono viva la immortale necessità di figurarsi il futuro: ancora di più immortale quando il futuro di cui parliamo è immediato.

La prima è che il crescere delle incognite non esclude che si costruiscano delle equazioni: per dirla in termini non matematici e più concretamente, nessuno è in grado di prevedere quale situazione si sarà creata tra un mese o sei, ma si possono immaginare delle situazioni che possono crearsi tra un mese o sei, considerando che le cose prendano una piega o l’altra, ragionando su quali siano le variabili e i fattori in campo, e mantenendo i piedi per terra sull’esistenza di fattori imprevisti.

La seconda considerazione è che figurarsi scenari e possibilità è necessario. Ferme restando le priorità immediate, il “problema” che stiamo affrontando non si risolverà da solo, né le sue ricadute: ovvero tutti gli altri subproblemi che sta generando alle nostre società e alle nostre vite. Serve un’idea di cosa stiamo facendo e dove stiamo andando per cercare di risolverlo.

O meglio, prevengo l’obiezione: è possibile che si risolva da solo, o qualcosa del genere. Sia per l’apparire di fattori imprevisti positivi – rari, ma non da escludere, ci insegnano i cambiamenti pazzeschi del mondo e delle cose soprattutto in tempi recenti -, sia per l’arrivo di soluzioni che invece consideriamo e a cui attribuiamo tempi lunghi: terapie, indebolimento del virus, vaccini. Sono scenari che possono dare un senso alla risposta “stiamo prendendo tempo, è l’unica cosa da fare” (figuriamoci, io avevo stampate sui miei sfaccendati e spaesati anni giovanili le parole “qualcosa succederà”, per darmi un alibi al non avere progetti).

Ma “qualcosa succederà”, e i suoi margini di succedere, non può essere sufficiente: se anche succederà, è molto improbabile che succeda presto. Serve un piano B, dei piani B, o almeno dei piani per affrontare l’attesa dell’eventuale piano A. Ecco, lo ripeto meglio: abbiamo due grandi ordini di problemi di affrontare, che è utile distinguere un momento, anche se poi sono molto sovrapposti. Uno è rallentare e diminuire la sofferenza delle persone per una patologia sanitaria, evitare che le persone si ammalino e muoiano. L’altro è gestire lo sconvolgimento delle vite e delle società derivato dal tentativo di risolvere il primo problema.
(Quelli che sgangheratamente Trump ha chiamato “il male e la cura che rischia di essere peggiore del male”).

Insomma, l’impressione è che manchino – nella comunicazione delle “autorità competenti”, nel dibattito pubblico – delle ipotesi, dei progetti, degli scenari (è un’impressione che ha già due settimane buone). Che cosa può succedere? Dove stiamo andando? Quali scenari possiamo immaginare, una volta che con un po’ di realismo arriviamo a realizzare – ci stiamo arrivando, mi pare – che non ci sarà un momento esatto e prossimo in cui “tutto torna come prima”, ma probabilmente (e auspicabilmente) una serie di sviluppi parziali e forse un “tutto tornerà un pezzo alla volta più simile a prima”?

Ne abbiamo bisogno, di queste riflessioni, di questi scenari possibili? Mi faccio quest’altra obiezione. Ne abbiamo bisogno, anche a fronte delle ipotesi anche demoralizzanti e demotivanti che possono emergere, insieme ad altre più promettenti? Io credo di sì, credo molto di sì: pur avendo grande rispetto e considerazione per l’obiezione. E credo che ne abbiamo bisogno per affrontare entrambi i problemi: sul primo è necessario immaginare che cosa sia che a un certo punto cancella il pericolo del virus, o almeno lo riduce radicalmente. Lavorare ai vaccini è la strada principale, ovviamente, ma nel frattempo le persone si ammalano e muoiono e bisogna figurarsi cosa possa farlo succedere meno, e cercare di farlo succedere meno. Solo l’isolamento? A oltranza?
E quindi, non solo per questo, figurarsi scenari è indispensabile anche per gestire il secondo problema: se questa condizione – faccio un esempio – può durare per un mese o per sei mesi, è necessario attrezzare i propri pensieri e le proprie scelte su queste alternative (disdire l’affitto degli spazi commerciali che non si usano? o di quelli che non si abitano?, per fare solo un esempio piccolo e concreto, ma che riguarda molti). Ed eventualmente decidere di proseguire a vivere giorno per giorno, ma avendo ponderato le possibilità, e soprattutto sapendo dove stiamo potenzialmente andando. Si cammina meglio, se si sa dove si sta andando.

Faccio un esempio immediato e centrale: la condizione presente di quarantena italiana, in cui tutti noi ragionevoli mettiamo disciplina e fiducia e che ovviamente dà dei risultati in termini di attenuazione della crescita del contagio (il numero dei contagiati cresce ogni giorno di migliaia, tuttora), ha appunto le ragioni e i motivi che conosciamo. Riteniamo che sia giusta, riteniamo che serva. E quindi – domanda che vedo fatta pochissimo in giro – che cosa dovrebbe accadere nel futuro prossimo (un mese? due? tre? sei?) per sovvertire questa convinzione e suggerirci di rimuoverla?

La sola risposta che sento o che intuisco a questa domanda è “non si può andare avanti così tre mesi, o sei” (non in termini di sfinimento domestico, naturalmente, ma di sussistenza economica delle persone e delle famiglie, e di sopravvivenza civile forse): ma dal punto di vista del problema “sanitario” non ci sono invece risposte, e i due problemi di cui sopra entrano in conflitto. Nel senso che è piuttosto palese a tutti che proprio per le ragioni di eventuale successo della quarantena, appena la si attenuasse la crescita dei contagi tornerebbe ad accelerare. Se siamo così rigorosi ora nel pretendere che ognuno #stiaacasa è perché lo riteniamo indispensabile; se cominciamo ad uscire di casa, il contagio cresce di più, è implicito. Ora o tra due mesi.

La risposta che più è circolata sottotraccia (emergendo in maniera scomposta nel momento della presunta “strategia britannica”) è quella che mette in conto una progressiva attenuazione “precaria” delle misure di quarantena man mano che si ricomponesse la capacità di gestione dei malati da parte dei nostri ospedali (sto parlando dell’Italia, il mondo si sta muovendo disordinatamente: e questo complica ancora di più gli scenari generali, ma per oggi non ne parliamo): ma con l’idea di riattivare misure di quarantena generale maggiori non appena le conseguenze della crescita dei contagi rischino di essere di nuovo ingestibili. Un po’ quello che si fa con l’inquinamento dell’aria e le domeniche senz’auto, intanto che si spera (o si lavora per) che le cose migliorino. Alcune analisi in giro l’hanno chiamata “la strategia dei rubinetti”, nel senso di aprire e chiudere i livelli di quarantena. L’obiettivo sul lungo è da una parte immunizzare progressivamente più persone contagiate meno a rischio, dall’altra continuare a prendere tempo ma attenuando quello che abbiamo chiamato il “secondo problema” e le sue conseguenze: aprendo insomma a qualche contenuto e controllato spazio di “normalità”.

Le analisi relative a questo percorso però spiegano che ha bisogno anche di altre scelte e gestioni indispensabili, per avere un possibile senso: soprattutto tre. Il mantenimento di misure di quarantena più rigide per i soggetti più a rischio. L’individuazione più capillare dei contagiati e dei potenzialmente contagiati con analisi e tamponi in misura e profondità molto maggiori di quelle attuali, in modo da limitare meglio i veicoli del contagio in un contesto parzialmente “dequarantenizzato”. E la separazione più drastica dei contagiati dal resto della popolazione, che – insieme alle necessità di cura di molte più persone – richiede la creazione di strutture nuove e dedicate. Una gestione di raffinatezza ed equilibrio tali da essere in questo momento impraticabili e forse irrealizzabili, ma mancano riflessioni strutturate e chiare su questo.

Tra l’altro, apro una parentesi ma rilevante: queste sono cose da prendere in considerazione già rispetto a uno dei pochi abbozzati “scenari” che ristagnano negli angoli della nostra capacità di figurarci il futuro: il modello cinese. Cioè quella parte di informazioni quotidiana che riceviamo sul fatto che le cose in Cina stiano decisamente migliorando e che questo costituisca una speranza anche qui, perché se l’isolamento ha funzionato là, allora forse anche per noi… Il fatto è che appunto le misure cinesi sono state molto più complesse, ricche e articolate, come si spiega molto ma non abbastanza sui media italiani.

U.S. and European leaders are looking at China’s progress in curbing the coronavirus pandemic to guide them on how to beat the virus within their own borders.
They may be drawing the wrong lessons, doctors and health experts say.
The cordon sanitaire that began around Wuhan and two nearby cities on Jan. 23 helped slow the virus’s transmission to other parts of China, but didn’t really stop it in Wuhan itself, these experts say. Instead, the virus kept spreading among family members in homes, in large part because hospitals were too overwhelmed to handle all the patients, according to doctors and patients there.
What really turned the tide in Wuhan was a shift after Feb. 2 to a more aggressive and systematic quarantine regime whereby suspected or mild cases—and even healthy close contacts of confirmed cases—were sent to makeshift hospitals and temporary quarantine centers.
The tactics required turning hundreds of hotels, schools and other places into quarantine centers, as well as building two new hospitals and creating 14 temporary ones in public buildings. It also underscored the importance of coronavirus testing capacity, which local authorities say was expanded from 200 tests a day in late January to 7,000 daily by mid-February.
The steps went beyond what’s envisioned in many hard-hit Western cities. As a result, many doctors and experts say the recent lockdowns in the U.S. and Europe may slow the rise in new infections—if properly enforced—but still won’t be enough to stop it or prevent many hospitals from being overwhelmed, as they were initially in Wuhan.

Non ci facciamo distrarre troppo dalla Cina (è possibile replicare nelle nostre società interventi simili? Molti dicono di no. E tra l’altro quello che sta succedendo ora in Cina non è certo una cosa che noi chiameremmo normalità. Per non dire del troppo anticipo con cui la Cina ci rassicura: a Hong Kong sono preoccupati di peggioramenti, per esempio). Ma questo è un pallido e maldestro contributo alla riflessione sulle cose dette sopra: dove stiamo andando, dove possiamo andare, cosa può succedere e perché.

Un altro esempio: qualche giorno fa è girato il video del ministro della Difesa israeliano – che sta cercando di farsi notare – che sosteneva con perentorietà che la soluzione sia separare drasticamente gli anziani dai giovani, in massa. È stato poco preso sul serio, e la sua proposta non era così lontana a sua volta da quella cosiddetta britannica (prima che Johnson rinsavisse) che era solo stata raccontata peggio, come “lasciamo morire gli anziani”. Queste trovate però attecchiscono e girano – tra curiosità e indignazioni – perché trovano un vuoto di ipotesi e una domanda di scenari e soluzioni a cui bisogna cercare il modo di dare delle risposte: fossero anche risposte che dicano “non lo sappiamo, è impossibile avere risposte chiare, ma le possibilità e le prospettive che abbiamo davanti sono queste”.

La cosa più vicina che abbiamo avuto in Italia a un primo dibattito su questo è stato l’impacciato passaggio del Presidente del Consiglio di due giorni fa, quando – costretto dalle notizie false diffuse da alcuni siti di news su una proroga delle limitazioni fino al 31 luglio – ha provato a dire che no, non c’era “nulla di vero”, e che le limitazioni non dureranno fino al 31 luglio, che è una data astratta dell’emergenza, ma confidiamo di toglierle prima, se nel caso… E non c’era modo meno goffo di dirlo, in un contesto in cui ogni parola pesa tantissimo, in assenza di comunicazioni e condivisioni più estese sulle prospettive. Su quanto siamo impreparati a guardare alle prospettive con concretezza e inclini alla rimozione, incollo il commento di Francesco Costa:

da questo punto di vista io trovo rivelatore – e perfino tenero – il fatto che lo slogan che si è imposto spontaneamente è “andrà tutto bene”

In questo momento, tutto quello che abbiamo sul piatto del futuro è una serie di decreti che stabiliscono limitazioni di spostamenti e attività fino al 3 aprile (tra una settimana) o al 15 aprile per alcune che riguardano la Lombardia. E una scadenza formale per rinnovare potenzialmente queste o altre limitazioni fino al 31 luglio, rinnovabile anche quella. Nessuna maggiore impressione che qualcuno abbia un piano, e diffuso apprezzamento per Conte legato a una sola cosa, che sta facendo bene, nel suo genere: cercare di tenere tranquilli tutti (obiettivo a cui cerca di concorrere il paternalistico modo di dare i dati nella famigerata conferenza stampa della Protezione Civile: privilegiando quelli che suonino più promettenti, restando sul neutro e vago, ogni tanto dicendo pure cose inesatte). Per il resto, fine del dibattito sul futuro di tutti noi, e non stiamo parlando di futuri filosofici o distanti: parliamo del 2020.

Qualcuno ritiene che evocare scenari troppo fragili possa avere effetti rischiosi sulla motivazione di tutti noi a restare pazienti e impegnati nel percorso, enfatizzando quelle che sono solo ipotesi e dando impressioni di certezze maggiori di quelle che abbiamo, o creando aspettative a rischio di essere deluse. Non è un’obiezione priva di sostanza e riflessione, se ci aggiungiamo per soprammercato una estesa inclinazione dei più influenti mezzi di comunicazione a distorcere e trasmettere malamente le complessità: ha senso, e ci vuole un carico di cautela al cubo. Io, avendoci riflettuto, temo che diventerà prevalente presto – e più pericolosa – la richiesta insoddisfatta di poter guardare un po’ più in là. E più utile farsi venire delle idee: ci siamo sempre raccontati di essere bravini.

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